07/11/14

Attenzione caduta vento


“Ti piace la festa, stai bene, hai mangiato?”
“Tutto bene, hai visto che allegria?”
Ma certo, tutto bene. C'è tanta allegria. C'è così tanto stordimento che uno finisce per rimanere lucido. C'è così tanta intelligenza e brillantezza da dover essere grati alle circostanze.
Ma mi rendo conto, mi dico sommesso, che sono in mezzo a menti che si difendono bene e si distinguono nel mondo?
Nell'angolo c'è Ida o Ada, la scrittrice, che ha sempre quest'aria da Emily Dickinson del cazzo. Fa sesso solo quando crede di amare e si comporta frequentemente da invasata, con il tipico sussiego di chi si strugge alla ricerca dell'altra metà della mela.
Ultimamente non riesce ad amare e amarsi come vorrebbe, e allora ecco che si fa accompagnare dappertutto da Venezio, che è un intrattenitore neutro, innocuo.
Si sa che non ci prova con le donne, Venezio. Non prova a baciare con la lingua umida, non prova a mettere le mani tra le cosce, e quando parla con una che gli piace non la immagina mai godere: preferisce sognare di trovarsi in uno spot o in un quadro di Magritte da spiegare ai bambini.
Lui delizia le donne con la sua compagnia sempre positiva, ha sempre una buona parola per tutti, lui legge, ascolta, guarda, e ha quell'aria per bene che funziona e non crea inquietudine e tensione sessuale. Ci scambiamo uno sguardo ostile, un mezzo saluto giusto per non prenderci a pugni.
La sua cortesia galante mi fa venire dolore ai testicoli, per quanto è penosa la pantomima che perpetra da anni.
Lui, anche lui, ha così tanta voglia di innamorarsi. Così tanta da ignorare il senso stesso del ridicolo. Però è una persona tanto okay. In questo festino borghese lui svolazza, affabile e presenzialista, e spera tanto di fare fall in love per poi ascoltare canzoni di notte con l'occhio annebbiato.
Credo che una serata del genere si potrebbe risolvere solo con un veloce rapporto anale o con quel mezzo sesso ansante che si consuma restando parzialmente vestiti e colpevoli.
Troppe tovagliette con disegni indiani. Troppe stampe di pittori celebri alle pareti. Troppa borghesia addormentata in giro, con spie accese tra le gambe e deodoranti inefficaci. Troppa gente che guadagna sopra i mille euro al mese e gioca a fare farina solidale. Troppa gente che ha vissuto con madri e padri fino a troppo tardi, fino a dover rimandare un coito per aspettare che la casa si svuotasse. Troppi di questi invitati insistono con la storia che amano la bellezza, la bellezza della vita, delle cose, dei miracoli umani, della musica sognante, del destino che invia segnali stupefacenti, eccetera. Ti viene quasi da chiederti se questi sognatori defecano, al mattino. Franco, che parla sempre di viaggi stupendi e legge emuli regionali di Chatwin, Franco per esempio si sarà mai masturbato per la donna che lavava le scale del suo palazzo, quella che si china con la scollatura in evidenza? È consapevole di soffrire di meteorismo ed iperidrosi? Pensa che gli dei lo perdoneranno per la sciattezza dei suoi amori non corrisposti e per il suo lavoro da merdoso caporale?
Mi domando perché sono qui. Perché mi hanno invitato. Forse perché anche io ho un'aria per bene, e all'inizio dei rapporti sembro interessante, non il peggiore drop out della porta accanto. Mi qualificano ancora come scrittore perché pensano la cosa mi faccia piacere, ma in realtà le definizioni mi lasciano freddo, se non mi infastidiscono addirittura, anche se positive.

Emma mi sussurra qualcosa, qualcosa che dovrebbe essere divertente per entrambi, e invece nessuno di noi due sorride. Penso che parlare sia troppo e fare sesso sia invece troppo poco, per cui non so cosa dirle e di cosa parlare con lei. Eppure, basterebbe che le dicessi, anche con sguardo vuoto e svogliatamente, che sono stato in quel nuovo posto e che c'è la mostra di Picasso a Firenze. Invece non so cosa dirle e la nostra conversazione muore ai piedi di una distanza esistenziale che è una distesa di ghiaccio secco.
Muoio spesso ai piedi delle persone, ma senza mai inchinarmi. Muoio ai piedi perché in quel momento sto scendendo oltre le poltrone e i pavimenti, cerco la botola della sparizione.
Se Emma ed io ci fossimo messi insieme, qualche anno fa, quando ne abbiamo avuto la possibilità, ci saremmo abbandonati dopo pochi mesi, con le ossa rotte e quel rancore modernizzato che è il frequentare luoghi diversi, cancellare numeri, mail, buttare il pullover che si è indossato a turno dopo l'amore. Mi piace affrontare quella paura concreta che è il sapere che non c'è mai stato nulla e mai nulla potrà esserci.
Decadono, in questa mancanza di prospettive, tutti i motivi pretestuosi e non perché un uomo e una donna debbano scambiarsi delle parole.
Emma smette presto di darmi a parlare, e mentre mi allontano per fumare sul balcone vedo Venezio con la coda dell'occhio, le si è avvicinato e sarà pronto con le sue carabattole argomentali. Fare da pesce lesso, camicia con polsini abbottonati, tono comprensivo e destino da eunuco.

Dal balcone vedo praticamente tutta Napoli. La sigaretta, la fumo piano per non rientrare dentro troppo alla svelta. Ho ancora dentro la veemenza sonora dei Killing Joke, che ho ascoltato per darmi la carica necessaria a venire qui. Odio gli inviti che ti vengono fatti con due settimane di anticipo; finisco sempre per disertare. Ma stasera ero più curioso del solito, e ho sbagliato. Non c'è nulla qui che io possa imparare. Nulla che ricorderò. E, soprattutto, nulla che mi faccia davvero male. Non c'è la bellezza di una donna che mi costringa a rivedere le mie guerre. Non c'è una crema di bellezza esposta o assaggiata che mi piaccia e mi seduca più del fango cremoso, un fango da schizzare sul cielo notturno per inventarsi stelle cadenti.
Non ci sono emozioni, qui e in posti simili, che mi strappino coriandoli di stomaco come vorrei, è una necessità, la mia, che va quasi sempre deserta, disattesa.
Mi appoggio alla ringhiera, mi piacerebbe trovarmi in una camera buia con due o tre spie blu accese, mi piacerebbe ascoltare "Fine line" dei Cars sotto la pioggia, con la voce sussurrata di Ric Ocasek che somiglia ad un sussurrato sogno interrotto.
Le mie emozioni non finiscono negli aperitivi. Nelle adunate. Nelle feste, men che meno. Questi balconi con le candele, scene stucchevoli, già provate, già sperimentate e violentate.
Non basta fare amicizia o finire a fare l'amore. Non basta, non è mai bastato, incuriosirsi di qualcuno o dare fiducia a qualche incognita.
La necessità primaria è spalancare un passaggio oscuro tra se stessi e il canale di scolo di ogni possibile nuovo ignoto, la necessità è prendere il colore viola delle vene e sfociare a mare senza nessuna pubblicità, emozionale, sociale, codificata.
C'è quasi un bisogno sacrale di effettuare la mossa sbagliata, di ritrovarsi nell'errore, nel non compiersi e risultare approssimativi, spingendo gli estranei fuori dalla proprietà e incoronare il vento una volta di più.
Com'ero stupido, fino a qualche tempo fa.
Bastava che mi si avvicinasse qualcuno e io, pur avvisando dei pericoli, dimenticavo che i bagliori oscuri attraggono ma sono piante carnivore e sciocche. Non ho ritratto in tempo la mano per le carezze e ho sbagliato solennemente. Non sono stato sincero fino in fondo. Le zattere non filano sulla melma e sul vento diventato solido, padrone di se stesso.
Finisco la sigaretta e mi chiedo che cazzo credevo di fare. Non sono mai stato interessato a finire su un comodino, in una cornice. Da vivo come da morto. Sbrogliare gli incontri e farli diventare destino è una purga pasticciata, granulosa. Far innamorare è da vigliacchi, se si sa che vincerà sempre il vento.

Rientro dentro. Due o tre coppie di occhi mi squadrano. Perdo lo sguardo in una libreria zeppa di libri di Erri De Luca, Saviano, Camilleri, Domenico Rea, Lucy De Crescenzo; c'è anche un Marx, uno di Massimo Giannini, ci sono commissari napoletani, un dizionario napoletano-italiano e qualcosa su Dario Fo e Paolini. C'è anche un Hemingway, ma per me è l'Hemingway peggiore: “Il vecchio e il mare”. Molto meglio “Isole nella corrente”.
Spio allora i cd, sistemati di merda in colonnine vezzose ma impolverate. Springsteen, Police (e qui va bene), Guccini, De Gregori, Doors, Kool&The Gang raccolta nice price, Daniele Silvestri, musica indiana e africana, una raccolta edicola di John Lee Hooker e una copia pirata di Nevermind.
Il solito jazz da borghesi con acini di curiosità: raccolte dozzinali di Coltrane, Davis, Fitzgerald, Vaughan, il solito “Koln Concert” di Jarrett. Nulla che mi sorprenda, nulla che mi contraddica. E che cazzo.
In questa casa non c'è niente che mi appartenga. In plastica come in carne, in idee come in condizione esistenziale, non c'è parentela e non c'è incontro.
Me ne sbatto di giudicare i gusti delle persone. Non spetta a me. E poi io sono capace di sentire i canti dei tifosi gallesi con base midi, quindi non giudico un cazzo. Ma non c'è sorpresa, quasi mai, non c'è eccitazione e voglia di conoscenza, le persone mi sembrano dei ventagli esposti in una merceria di un'isola nel mese di agosto.
Preferisco ardere da solo che soffiarmi con i loro bisogni.
Preferisco cadere che acquistare crediti per il prossimo gioco da tavolo.
Preferisco il vento alle promesse sollecitate.

Luca De Pasquale, 7 novembre 2014

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