11/11/14

Arsenal-Fiorentina 0-1


27 ottobre 1999: la Fiorentina vince a Londra con l'Arsenal, meraviglioso gol di Gabriel Batistuta e io disteso sul pavimento, senza voce, tutto vestito di viola, viola fuori e viola di sogni anche dentro.
Al minuto 75 tocco il cielo, viola, con un dito e anche di più. La voce mi tornerà solo tre giorni dopo.

Non so bene perché da giorni continuo a ricordare quella partita e quell'emozione così poco condivisibile. Poco condivisibile per motivi ambientali, io che sono napoletano e anche contento di esserlo, poco condivisibile perché tante volte la Fiorentina è solo affar mio e del mio cuore. Non è semplicemente tifare per una squadra, è molto di più, è passione, istinto, è appuntamento fisso con la voglia di gioire per quei colori da quando avevo otto anni.
Non so perché sto ricordando tanto quella partita, io che di emozioni colore viola ne ho vissute tante, inclusa la supercoppa vinta ai danni del Milan, l'emozionante campionato '81-'82, tutti gli anni di Batigol e Rui Costa, ma anche l'inferno della Florentia Viola e della C2 a causa del fallimento. Non ho mai smesso di tifare, per un solo secondo. L'inferno della C, lì ho seguito quasi di più, e non davo nulla per scontato. Sogno di poter assistere ad uno scudetto della Viola. Mio padre è riuscito a vederne due. Tifo Fiorentina non perché ci tifava mio padre; fu una scelta naturale e non indotta, casuale, credo perché sin da bambino ho amato il viola più di ogni altro colore.
Il resto è venuto spontaneo. Ma ammetto, e lo trovo emozionante, che ogni volta che la Fiorentina gioca io ritrovo un piccolo soffio di mio padre. Si raddoppia dunque il valore di questa grande passione.

Arsenal-Fiorentina e l'esultanza di Batistuta mi tornano alla mente in momenti impensabili. Mentre sono in strada, mentre parlo con un estraneo, mentre fumo alla finestra, persino mentre lavoro o scrivo. Come se quel mio gettarmi a terra e urlare, mentre mio padre mi guardava divertito, fossero parti di una liberazione mancata, di un'ascesa che non avrei retto per più di cinque minuti.
Dopo le grandi gioie, le grandi piccole gioie, il buio aumenta considerevolmente. Dopo l'adrenalina c'è l'abisso, spesso anche contemporaneamente. Ma è dopo il momento peggiore. È come un fuoco d'artificio che dovrebbe servire per celebrare e invece uccide i presenti, lasciandoti al centro della scena, qualche volta con una sciarpa viola addosso e una sigaretta spenta al centro della bocca.

In fondo, non mi piace condividere troppo le mie emozioni. Mi piace annotarle, accatastarle, e levarle di mezzo quando qualcuno bussa alla porta. Mi piace avere il fuoco sotto il letto, tra le carte, in testa, ma se qualcuno mi cerca preferisco la tenuta da lavoro, non stirata ma pulita.

Alla posta c'è l'impiegato che scherza sulla Juventus, prendendo di mira il collega a fianco che invece è gobbo. Sto al gioco, ma non dico che sono viola irrecuperabile, da sempre e per sempre. E ripenso ad Arsenal-Fiorentina, a quel mio asfaltarmi sul pavimento rantolando, le corde vocali fottute e il sorriso di mio padre, lui che esultava sempre sobriamente.
Ricordo un gol di Alessio Tendi in Fiorentina-Juventus del 1978, ricordo il rigore di Antognoni a Como la sera del terremoto a Napoli, ricordo anche le sconfitte assurde, come quella interna con la Pistoiese nel derby in serie A del 18 gennaio 1981, una grande delusione.
Batistuta è stato il campione che ho amato di più in assoluto. Più di chiunque altro. Con Batistuta ho volato, come mio padre con Hamrin. Non c'è paragone tra quello che ho provato con Batigol e il resto degli idoli viola, Baggio incluso. Batistuta era la mia mitragliatrice personale.

Mi manca Firenze, cazzo. Mi manca il colore viola. Vorrei viola ovunque.
Mi manca anche Batistuta.
E mi manca mio padre.

Da qualche sera vado a dormire sorridendo, quasi sghignazzando, pensando a chissà quale partita mi verrà in mente. Nelle ultime notti la doppia vittoria con il Napoli, 5-2 qui e 4-0 a Firenze, la sconfitta interna con il Milan per 3-7, il pareggio a Barcellona 1-1, il fantastico 4-2 ai gobbi dell'anno scorso. Mi torneranno in mente anche le partite tristi della Florentia Viola, così come alla mente tornano brutte storie, pessime relazioni, inganni e sciocchezze. Il setaccio nella memoria è proprio solo degli stupidi, e io cerco di non esserlo troppo.
Non so come affrontare questo forte bisogno di viola carico che mi colori come mi piace; forse non è solo la Fiorentina, forse sono viola proprio io, perché il viola somiglia ad una notte che non è ancora andata davvero a dormire nel nero.
Io mi sento, probabilmente, una persona di questo genere, un amante della notte che non si vuole addormentare completamente, un collezionista di stoffe viola che possano regalarmi quelle piccole dosi di bellezza senza le quali non ha senso tirare avanti, neanche per un minuto.

Oggi mi ha telefonato uno che voleva parlare a nome di una Onlus. L'ho lasciato sfogarsi, ma pensavo a Pescara-Fiorentina 1-2 del 10 febbraio 1980, gol di Sella e Pellegrini a recuperare la rete di Prestanti. Mio padre ed io ascoltammo quella partita alla radio, una radio arancione che nella penombra della stanza emanava una luce giallastra calda e rassicurante come il senso della famiglia e degli affetti quando non si è ancora compromessi dalla vita.
Esultai come un pazzo per il pareggio di Ezio Sella, ma mai come la partita con l'Arsenal, quello, per qualche strano motivo, è un picco irripetibile.
Il tizio della Onlus prende fiato e gli sbatto il telefono in faccia.
Sta per piovere, sono a Napoli e non a Firenze, chissà dove è finito Ezio Sella. E chissà dove respira mio padre ora. Mi auguro sotto un cielo viola di sogni ancora in piedi.


Luca De Pasquale, 11 novembre 2014

Nessun commento:

Posta un commento