09/11/14

Amare è un lusso


House music. Balla. Balla pure. Tette, profumi, strusciate, briciole di luna in tasca, promemoria del cazzo nelle mutande, parzialità a manciate di chiodi tra occhi e orecchie, balla, balla pure e vaffanculo.
Metti le scarpe con i tacchi per farmi eccitare, esalta il mio ego convalescente che poi torna mostro da poltrona dopo il rumore, leccami la faccia per assicurare strisce di tormento, tradisci chi cazzo vuoi ma poi non venire a piangermi in grembo.
House music. Pezzi di carne che si muovono come piante sott'acqua, luci stroboscopiche, necessità di drogarsi per dimenticare, sesso orale nei cessi con le mani sui fianchi e la saliva rappresa, ambiguità e disincanto, un villaggio turistico di distruzione nella pancia.
La luna, un poster squartato, a picco sulla strada, gocce bianche nel nero che si ciba di se stesso e delle sue moine. Ti piace leggere libri, a me no, mi infastidisco velocemente, preferisco i disperati che non leggono e che non vogliono entrare in quel mondo.
House music carica, la molla sinuosa che ti abbassa i pantaloni e ti fa godere senza voglia, minuti che passano, lo scopo è quello di tornare a casa senza ricordare il nome, la storia, persino il futuro.

Qualcuno ti accompagna a casa. Chiacchiere in auto. Il sorriso come una caramella dal gusto salato. Che fai, chi sei, quando hai iniziato a vivere.
Borghesi.
Bravi ragazzi. Che noia i bravi ragazzi. Che mancanza di palle, alla fine.
A casa pensi a mangiare, ma ti spogli e ti infili nel getto d'acqua per cercare sollievo. Ma un pezzo di pioggia non si può fare una doccia. Sei composto da pioggia e fontane sciolte. Sognerai madri sbagliate. Lascerai che i denti diventino gialli di nicotina. Non risponderai mai a quella fottuta lettera. Non si risponde ad un addio se non con un altro addio.
I mobili, i cassetti, sono fatti apposta per mettere in ordine le maledizioni. Ti cuoci un piatto di pasta alle tre del mattino, e l'esterno del mondo, il buio fuori le finestre, niente ti dice di più di quel che ti sei detto da solo. Il rumore del frigorifero è sordo, come quando muore qualcuno e devi ricominciare daccapo.
Scriverò quel che provo, ma non mi salverò per questo. Sono spacciato, lo sono da sempre, è una percentuale di forza che si parla allo specchio e getta via i vecchi rossetti.
Lascio mezzo piatto sul tavolo, lo copro. Cibo per fantasmi, topi e temporali. Ho lasciato mezza faccia nello specchio, sono io il mio film dell'orrore.
Mi stendo al buio. Ho nel naso l'odore di corpi che volevano scopare. Corpi che si sono spruzzati di quei profumi adatti a montare l'immaginazione e la foia. Ho il temporale dentro e non ho mai pensato che collezionare orgasmi serva a sentirsi più a proprio agio con la vita. Non bisognerebbe mai mostrarsi quando si gode. Le regole le deve stabilire il buio, non quel voyeurismo pecoreccio e funzionale. Godere al buio, godere come un fantasma, diluirsi in un incontro per allentare la pressione della notte lunga, quella che si mette a dormire nelle ossa e non ti lascerà che alla fine dell'estate.
Dormo solo quaranta minuti, e quando mi sveglio ho voglia di bere. Ho anche voglia di appiccare il fuoco. Ho voglia di non ricordare il mio nome e la mia storia. La vanità mi disgusta profondamente e le conoscenze mi turbano, perché spesso mi costringono ad indossare una casacca per non dare la stura a disastri.
Telefonami, mi raccomando”
Cucinerai per me, sarai carina, mi farai vedere le tue cose, mi lascerai intravedere le tue abitudini, e vedrò anche troppo chiaro nelle tue opportune speranze, ferendomi a morte come al solito. Potrò maneggiare per qualche minuto le tue passioni, le tue idee, i tuoi vecchi amori, e potrebbe essere dolce. Necessario. Umano.
Ma ho solo voglia di partire. E non di innamorarmi, no. Non ne ho voglia.
Devo tenermi a bada, devo sabotare i sogni e bucare le nuvole con tutte le protezioni accese.
Amare è lusso. E chi se ne fotte se gli idioti continuano a scriverci libri, libri pietosi di sforzo e traguardo, di percorso e preghiera, non puoi legare Lucifero in cantina.
Cadrà anche da lì, e il suo volo abissale senza tonfo ti sveglierà alle prime luci dell'alba, come un richiamo, come un desiderio scontornato, il giardino bianco sul niente, la voglia di amare e ricambiare violentata contro il muro, stuprata da un'ombra familiare, la proiezione della tua logica vestita a festa ma sobria come l'ultima puttana del percorso, la più vecchia.

Sono sveglio.
Sono le sei e ventiquattro minuti. Fuori, e dentro, è freddo.
Amare è un lusso. Un lusso insopportabile.
Mi affaccio. Nel mare c'è una pozza di luce che sembra evocare tutta la pioggia del mondo. In giro ci sono mille madri che si tirano i capelli per rilasciarmi una carezza fugace, e io voglio sfuggire a questa maledizione.
Il tempo della tenerezza, visto in questa luce di tempesta e con questo mare chiazzato di luce, è un meraviglioso equivoco senza domani.
Amare è un lusso. E io respiro solo per capirlo meglio.


Luca De Pasquale, 9 novembre 2014

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