21/10/14

Vaselina Cordless


Già allora portavo nell'anima mia il sottosuolo. Avevo una tremenda paura che in qualche modo mi vedessero, m'incontrassero, mi riconoscessero. E giravo per vari luoghi molto oscuri.
Dostoevskij, “Memorie dal sottosuolo”

L'odore dei vecchi armadi è rassicurante, ma poi lascia addosso un senso di stanchezza e di distanza.
E non sai bene, non lo sai mai, distanza da cosa e da chi.
Ma è distanza. Si tratta di quelle luci basse che hai dentro e che ti guardano vivere. Che ti puniscono per un breve sorriso, e che, come braccia di streghe, ti richiamano all'ordine, ti ordinano di stenderti sul molo della notte, mezzo nudo, misto di resa e lotta, marmellata di eternità precaria, scintilla buona per una sola foto.
Percepisco distanze. Distanze enormi e incolmabili, che stanno bene dove si sono posizionate, che prendono il vento delle finestre aperte come piccole piante da appartamento.
Non è vero che le distanze sono orribili. Affatto.
Le distanze sono misuratori. Sono punti d'arrivo. Sono lampioni che ti puntano gli occhi quando cerchi di dormire. Sono edifici, costruzioni, piccoli alberghi, sono abitudini, sono addii dimenticati nei cassetti. Hanno un valore.
Non sono granché interessato a colmarle. La maggior parte delle distanze in vita mi vanno più che bene. Sono più per le perdite che per le acquisizioni. È la mia natura, lasciare i posti, le persone, cercando di non tornare.
Non mi piacciono gli abbracci dopo dieci, quindici o venti anni. Non mi piace fare pace con cose ed emozioni che si sono dimenticate da sole. Lo dico sempre, non mi piace recuperare, mi sembra un'attività sordida e sciocca, dovuta alla vigliaccheria della nostalgia e all'incapacità di guardare avanti. Non mi è mai piaciuto guardare i panorami, anche i più belli e mozzafiato, con una ringhiera davanti. Preferisco che non ci siano protezioni e che il rischio prevalga sulle precauzioni.

Non mi piacciono le rimpatriate. Di amici, di colleghi, di parenti, di vecchi amori. Le trovo penose e avvolgenti come potrebbe esserlo una multa.
Non mi piacciono i finti fratelli dello spirito, che ti si dichiarano “vicini” in assenza, avverso queste stronzate ideali da quand'ero in fasce.
“Non c'ero, ma c'ero, ti pensavo”
Non me ne sono accorto. Io invece non c'ero e dunque non c'ero.
Passiamo ore, giorni, settimane, mesi a idealizzare roba che ci è capitata, a ricordare sensazioni che amiamo depurare dalla precarietà del momento, ci viene la lacrimuccia e allora abbiamo paura di buttare, di cestinare, di eliminare.
Vivo il problema opposto. Sono un distruttore seriale. Capita che me ne penta, ma proseguo comunque. Sono un uomo profondamente malinconico, ma detesto le nostalgie. Mi sento prigioniero di quell'ambiguità intollerabile che è rimpiangere, mi sento bloccato nei movimenti da tutto quello che vorrebbe ricondurmi a momenti vissuti, bruciati, carbonizzati ed irripetibili.
Ho scelto tanti anni fa di non avere gruppi, comitive e claque, e di mandare costantemente affanculo le sciocche e pretestuose fratellanze spirituali.
Mi piace un certo tipo di solitudine. Non è giusto è sbagliato, è un modo come un altro. Raramente apro la porta a qualcuno. Faccio presente che se si esce dalla porta senza accordi, quella porta non si riaprirà mai più.

Questa mania di prendersi sul serio è così sfiancante.
Il livello di una conversazione non si alza necessariamente se si adottano modalità seriose. Anzi. Il sussiego, la solennità, rendono un sincero colloquio uno stillicidio. La cosa che mi fa tremare di più, forse più della morte, è quel prezzo che si paga alla necessità di apparire sereni, pacificati, in possesso di un qualche stratagemma per non affondare.
Tante volte sono le nuvole a decidere. La pioggia, le pozzanghere, gli ombrelli rotti. Il vento che sferza le labbra e ti costringe a dire la verità. Molto frequentemente la verità, o quel che si crede tale, è paura.
Paura di non farcela. Di essere dimenticati. Di essere etichettati e accantonati. Paura di vivere e di finire in quel piccolo trancio di pizza che è il percorso della persona nella moltitudine del mondo.

Il mare oggi è viola e grigio. È un cielo alla rovescia senza barche, fatto apposta per annegare la zattera di salvataggio.
C'è una donna che parla su un balcone usando il cordless come una pistola, o un vibratore. Sembra quasi ghermire il congegno per procurarsi un piacere sessuale. Sento le sue parole fin qui. Ieri sera è uscita, ha ballato, c'è un uomo che le piace, che la arrapa, ne sta parlando con un'amica. Mi sembra di assistere ad un'imitazione pedestre di Sex and the City, ma non posso impedirmi di origliare un poco.
Si parla di misure. Del cazzo dell'uomo. Delle sue abitudini. Della sua intelligenza. Non ho mai telefonato a nessuno quando ho conosciuto una donna, non ho mai cercato consigli e non ho mai sentito l'urgenza di confessare qualche pulsione particolare. Quelle pochissime volte che mi è sfuggita qualche informazione veritiera, perché mi divertivo sostanzialmente a depistare, ognuno ha voluto leggerci altro e trarre stupide conclusioni. Dunque ho smesso presto.
Da ragazzo pensavo che scopare sarebbe bastato a farmi sfangare i vari pezzi marci della vita. Era un pensiero superficiale. Ma preferivo pensare questa roba che perdermi in quegli intellettualismi così noiosi che sembra siano adottati da tutti quelli in cerca di serietà.
Ad ogni buon conto, sempre meglio il sesso dell'intellettualismo fine a se stesso. Meglio parlare al proprio uccello, come Malerba, che all'amico citazionista e clitofobo. Meglio la vaselina in un cesso che una pianta ad una stronza. Meglio qui e ora che “per sempre però mai”.

Mi pettino all'indietro. Poi me li porto davanti.
Ma sono solo dannati capelli. Che vadano dove cazzo vogliono.
Vanità, che puttana. Ridicola vanità. Non voglio avere il classico muso di patata con quei pizzetti del cazzo, tutti curati, da steward pompati, da palestrorsi selfieficati, da burocrati sulla statale tra la fede e il pompino della nigeriana. Loro, che in famiglia parlano di integrazione per fare colpo su se stessi.
Non voglio avere la barba domata del padre di figli che intona la cantilena della miseria e dei sacrifici. Mi piace la barba insicura, tormentata, caotica e confusa, quella che non piace. Non mi piacciono le barbe che dicono che sei di sinistra, anche se in qualche oscuro modo lo sono anche io (di sinistra); le barbe di sinistra valgono meno dei peli del culo.
Non mi piace come mi guardano le persone in cerca di novità. Fatti qualche fantasia su di me e giuro che ti deludo per partito preso. Le curiosità non sono lotterie, non sono riffe, non c'è nessuna estrazione, le curiosità portano ai pozzi e non alle terrazze fiorate.

Oggi la mia sensibilità è una pianta carnivora. Mi mangiucchia e mi sputa sugli specchi. Non sono nella posizione di potermi assecondare. Devo solo prendere la gavetta e assieparmi dietro un'utopia temporalesca.
Ho una voglia matta di rileggere Carver e Dos Passos, Sherwood Anderson e Steinbeck, ne ho un bisogno fisico, impellente, travolgente. Devo abbandonare per un po' la Scandinavia, tutti quei fiordi-abisso possono farmi male. Molto male.
Distanze. Molte. Riposate come pasta per pizze.
Lievitate quel che basta per vederci al buio.
No, non prenderò il cordless, non me lo scoperò per avvisare gli amici e i conoscenti dei miei passi avanti. Non cospargerò di vaselina il cordless per riprendermi la smorfietta della normalità da dopolavoro.
Non dirò “anch'io sai” in quel cazzo di cordless.
Non si fa spuma d'eterno nei cordless. I cordless si usano per accorciare le distanze, principalmente. E per informare.
Due attività che trovo piuttosto ripugnanti.
Meglio l'alba da una latrina che la voce a rotazione dell'amore in un cordless. Di questo sono sicuro.


Luca De Pasquale, 21 ottobre 2014

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