22/10/14

Un caso perso (per fortuna)


Chicago, “Jenny”, da Chicago VI.
Volevo essere Peter Cetera. Ma anche Terry Kath, roulette russa compresa. Mi è sempre piaciuto quel jazz-rock convulso e strafottente nei confronti dei puristi e dei tromboni. Loro, i Chicago, il trombone lo usavano sul serio, e alla grande.
Dei Chicago l'unica cosa che non mi è mai piaciuta è la propensione alle ballate, da un certo punto in poi troppo zuccherose. Beh, mi piaceva “Hard habit to break” ma è anche vero che all'epoca mi piaceva una tipa e dunque ero vulnerabile.
Quando i Chicago tiravano, non ce n'era per nessuno. Erano poco progressivi, ha detto qualcuno. E chi se ne fotte. Erano troppo americani, ha detto qualcun altro. E chi se ne strafotte, su. Troppi fiati, sparava il saputello di turno. Ma vivaddio.
Mi sparo anche “Mother” e vado in overdose. Gli abbellimenti, le chiusure di Peter Cetera sono puro sesso. Il tappeto ritmico ha sempre a che fare con il sesso, ecco perché non so cosa farmene della retorica del sax fallico e della chitarra da stuprare, quel suono continuo ma anche staccato, spezzato, rampicante del basso, quello per me è il sesso. Lo è stato. Da ragazzo, per imparare quello che non si dovrebbe imparare, è stato meglio che parlare con il fratello maggiore o lo zio. Sentivo dischi e intuivo il sesso. Un bel periodo. Tutte le conchiglie da raccogliere sulla spiaggia sembravano stupende, tutte diverse e tutte fondamentali. Naturalmente non era così. Ho preso delle meduse. Delle buste di plastica. Pensavo di sussurrare alla luna e invece mi prendevo la micosi, la lue, la candida.
Viaggiavo e ascoltavo i Chicago dalla mattina alla sera. Bel periodo. Volevo essere Peter Cetera ed invece ero io. Mi sono, alla fine, accontentato.

Anni fa, molti anni fa, conobbi una donna che pensavo potesse piacermi. Iniziammo ad inviarci sms ad ore tarde. La cosa sembrava farsi interessante, perché il mondo pretende che le persone cerchino di piacersi.
Alternavamo messaggi personali ed esplorativi a consigli di libri e musica, condendo il tutto con quel giustificato e insipido entusiasmo del futile, tipico della fase ispettiva.
Stavo al gioco, ma ne vedevo i pericoli. Tendevo a non fidarmi. Degli altri, ma anche di me stesso, e avevo ragione.
Una sera mi scrisse: “Dormi sereno, se dormirai bene lo farò anch'io”
Fraintesi tutto. Io sono un uomo banale, fraintendo. Per uno come me, una donna che ti scrive cinque messaggi al giorno e sostiene di pensarti spesso, beh, quella donna ti vuole e probabilmente vuole fare “all'amore”.
Non sono uno di quegli uomini che rompe il cazzo con le poesie ad ogni piè sospinto, tendo a trarre conclusioni e dunque procedere.
Sono volgare, scollacciato e la prevedibilità della mia mente è un limite di forte interesse, per il sottoscritto.
E così, il giorno dopo mi tenni pronto. Due docce, abluzioni scrupolose, barba “a zizza di pacchiano”, profumo dolciastro da commesso in versione deluxe, slip grigi edizione tour, parlantina sciolta. La chiamai per un appuntamento. Avevo la gola secca e una lieve propensione alla fantasticheria, ma mi sentivo solido. Prima di chiamarla avevo ascoltato massivamente i Chicago.
Non rispose. Venti squilli, niente. Desistei.
Riprovai un'ora dopo. Come sopra.
Infine, due ore più tardi, mi arrivò un suo messaggio: “Ciao, ero con il mio ragazzo. Come stai?”
“Bene”, risposi, “sto ascoltando i Chicago. Te li consiglio, sai?”
Non l'ho mai più sentita.
Quella sera mi guardai a lungo gli slip grigi, tralasciando il contenuto a me fin troppo familiare, e tirai a tardi con Peter Cetera. Gli uomini che non raccontano i loro insuccessi sono dei noiosi testicoli di riserva. Ho fallito più e più volte. Da ogni insuccesso seduttivo ne sono uscito con una nuova carica, come se la cosa mi servisse. Per arrivare a quest'invidiabile condizione, mi sono dovuto sorbire spesso la pappardella sull'amicizia, che trovavo nefasta, ipocrita e -per quanto mi riguardava- perpetuo deterrente per qualsivoglia continuazione.
Ci sono tanti Big Jim in giro, pensavo, tanti teneri orsacchiottoni tutti fili e obbedienza, che te ne fai di un amico sopra le righe? Che cazzo te ne fai, lo esibisci nella teca dei “casi persi” dove intervenire con il garbo della suora laica?
Sono sempre stato un caso perso. Rimarrò un caso perso. L'amore l'ho trovato lo stesso, alla faccia delle civette e dei gufi viagra. Ho trovato l'amore senza scrivere poesiole di merda sull'incavo delle spalle e sul semaforo dell'anima tra omero e scapole, ho trovato l'amore e gli scampoli d'amore in luoghi poco frequentati e senza la garanzia della luce.

Mi piace essere un caso perso, mi sento a casa.
Si hanno meno vincoli e non si è costretti ad ascoltare tutte le puttanate sul vivere bene. Chi ti sfiora tenta guarigioni improvvisate o ti elargisce l'indirizzo della calma, ma a questo preferisco l'harakiri.
Non mangio i dolcini dell'accomodamento, mi fanno venire mal di stomaco.
Gli affetti sono sempre un mare in tempesta, e il Dio delle onde è un maledetto visionario. Inutile ribellarsi, cercando di imporre il metodo sghembo dell'autoconservazione. Il demiurgo delle emozioni è uno psicopatico innamorato del caso e dell'azzardo, è un maestro di naufragi, è l'assassino nascosto nel giardino di casa.
Sono un caso perso. Mi perdo spesso e quando mi ritrovo sono costretto a ricordarmi di tutto. È dura ma tempra, forgia e ringiovanisce.
Mi avevano predetto drammi, sconquassi, decadenze, fatali incertezze, ma non è finita così. Ciò non significa che molesterò il prossimo con quella immonda paccottiglia che è il comunicarsi rasserenati e fermi su un risultato insperato, coagulati su una piattaforma oltremarina dove, tra gabbiani di plastica, navi giocattolo e sirene indisposte, decantare il giusto e incantarsi del proprio incanto.
Il Dio delle emozioni è un killer, un prezzolato, un pezzo di merda.
L'unica salvezza è perdersi, trovarsi ridicolo il necessario per amare sul serio, lontano dagli specchi e dagli spettatori.
E senza maledettissime poesie.


Luca De Pasquale, 22 ottobre 2014

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