29/10/14

Tra Steve Kilbey e la notte


La mania dei dischi non vale meno -se la si vuole chiamare mania- della mania per la pulizia dello spirito. Della mania di risultare coerenti. Delle manie inerenti la libertà, la libera espressione, i costumi sessuali e il volontariato.
Io mi libero attraverso i dischi che amo, e le condanne sono meno insopportabili grazie alla musica. Io volo in una sola canzone, mi consumo in poco meno di quattro minuti e poi rinasco.
Anche se nel mio regno non è mai Pasqua e le resurrezioni avvengono solo in lontananza.

I Church.
Quando ascolto i Church significa che sono malinconico. E psichedelico quanto basta. Quando ascolto i Church significa che declinerò la notte a modo mio, vale a dire senza stare troppo a menare il can per l'aia.
Ho sempre amato la voce e il basso di Steve Kilbey, sono quelle cose che ho inseguito tutta la vita e non mi basteranno mai.
The further adventures of the time being”, da “Magician among the spirits”, è il pezzo che mi descrive e mi salva in questa fine di ottobre. Ottobre è per me un mese di malinconia e di ricercata solitudine. Le atmosfere di questo pezzo mi appartengono, mi consentono di distendermi senza preoccuparmi del resto e dell'avanzo.
Mi piace quando fa notte e posso mettere su questo pezzo, con le luci di casa che sembrano un Rothko ubriaco, perché questo, più degli altri undici, è un mese in cui quel che ci si porta dentro somiglia ad una camera di motel messa a soqquadro.

Si fa notte, mentre nelle case vicine qualcuno fa carne alla griglia, altri scattano foto al bambino che gioca, una coppia di amanti si fa largo in quella piscina melmosa che è il cercare di allungare il brodo emotivo di una scopata.
Magician among the spirits” viaggia, ed io con lui. Disco enorme, Kilbey nei panni del demiurgo di contorni febbrili e caldi, voglia di liquore che devo tenere a bada perché so di non avere ben chiaro il senso del limite.
Ma lo riconosco, lo ammetto, non sempre mi piace mantenere il controllo. Mi piace perdermi, sbavare oltre i bordi, ferire le linee di confine con le ali. Rigorosamente lontano dalla complicità da telefilm di certi eccessi, che invece sono e devono essere semplici estensioni della personalità.
Ma non bevo. Mi bastano i Church, mi basta la voce di Steve Kilbey e quel basso che saltella sobrio e profondo nell'aria calda delle chitarre.
Grandi i Church. Il mio roost notturno, l'appollatoio adeguato ogni dieci o venti notti di pausa. Come i Prefab Sprout, ma incidendo di più nei tessuti meno visibili.

Di notte, le persone che riescono ad amare hanno occhi trasparenti. Come vetro attraversato dal fuoco. Nella scena blu, blu di oscurità, riescono a scintillare. Come un canto di elettricità pulita prima di morire.
Ed è inutile cercare le mani, l'abbraccio, la conferma, perché bastano gli occhi, quel flusso ondulato di illuminazione non eterna che è il mescolarsi senza chiedere troppo alla vita.
Il tempo passa e nelle notti del tempo che passa inesorabile ho sempre meno bisogno di rumore e di scuse.
Ogni mattina nuova disconosco un oggetto. La mattina dell'ultimo giorno dell'anno avrò disconosciuto 364 oggetti e forse altrettante persone o sintomi di passioni.
Ogni mattina, lavanda gastrica di una smania, disconosco un pezzo di me stesso e lo lancio in pasto ai miei cani. Ogni mattina ho un nuovo progetto che si costruisce sulla morte dei precedenti. Sono fatto così: cerco zampilli nelle carogne. Spolpo la zavorra stanca tutte le mattine e cavo, deus ex machina orbo e limitato, da quella materia il suono nuovo che mi serve. Mi serve a controllare sobriamente lo stato della mia inevitabile perdizione.
Da semi scomposti e marciti prendo il necessario per creare piccoli idoli tuttofare della durata di un giorno, una notte, addirittura un sorriso.
La faccina con il sole da disegnare alla lavagna per guadagnarsi qualche vicinanza può andare affanculo.
I fiori notturni sono come rapaci, e per amare si lanciano nel vento, impiccati alle loro radici, persi in una canzone dei Church, innocui e psichedelici come amori non censiti.
Tra due ore sarà già notte.
Ascolto “Ricochet”, il basso di Kilbey transita nell'auricolare sinistro, equilibra il blu e il nero, è la carta d'identità scritta con gli sboffi di vento che gli altri hanno trascurato.


Luca De Pasquale, 29 ottobre 2014

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