06/10/14

Tanto osi, tanto paghi - Omaggio a Berry Oakley


Dedicato a Berry Oakley, Bruce Waibel e Roly Wynne

Nel giorno del terribile incidente a Jules Bianchi a Suzuka giro a vuoto, anzi no.
Studio.
Le carriere dei musicisti che amo, le loro evoluzioni, i loro fallimenti, i contraccolpi, i ritorni in scena quando possibili, gli anni d'oro, le decadenze non accettate.
Mi appassiono a Berry Oakley, smisurato bassista degli altrettanto smisurati Allman Brothers, arrivo al figlio, Berry Duane Oakley Jr., di professione bassista, manco a parlarne.
La morte di Oakley senior in un incidente motociclistico, improvvisa e tragicamente ricalcata su quella di Duane Allman, mi colpisce ancora oggi. Era l'11 novembre del 1972, io avevo solo nove mesi. Oakley è stato un musicista fondamentale nella storia del rock, un magnifico interprete e anche un simbolo del rock volgarmente etichettato come “sudista”.
Il suo “Tractor Bass”, un Fender Jazz Bass modificato con pickup di costruzione Hagstrom, ha rovistato e ruggito nella polvere, riconoscibilissimo, un motore di libertà assoluta.

La tragica morte di Oakley va in quella letteratura della distruzione che ha accompagnato moltissimi musicisti che amo, e di certo la mia non è una macabra scelta, quanto una casualità o -forse- un contrappasso inaccettabile: tanto osi, tanto paghi. Di bassisti morti tragicamente, e in modo spesso insensato, ce ne sono eccome, e la maggior parte di loro contava molto per me, aveva colorato giorni, la crescita di una passione, aveva cementato una sorta di stile di pensiero parallelo alla musica. Penso naturalmente a Jaco, come sempre, ma anche a Phil Lynott, ucciso da conseguenze di overdose a 36 anni, Mark Sandman, stramazzato sul palco di Palestrina a 47 anni, Ric Grech, scomparso a 43 anni per insufficienza renale, l'incredibile Rick Danko, via nel sonno a 57 anni, il quasi dimenticato Gary Thain, 27 anni, eroina, Doug Rauch, bassista anche dei Santana, stroncato a 28 anni da overdose e per chiudere questa breve carrellata mi piace ricordare un grandissimo del basso, Roly Wynne degli Ozric Tentacles, suicida a 35 anni la notte di Halloween 1999. Roly Wynne è uno dei responsabili, per così dire, del mio amore per le linee di basso calde, “tantriche”, circolari. Favoloso musicista.
Mi focalizzo sui bassisti, perché sono i musicisti che ho sempre seguito con un particolare spirito di “fratellanza”, ma la lista di morti premature e ingiuste è infinita.
E, chiaramente, non a tutti è stata dedicata devozione e giusti tributi. Tutti ricordano la morte di Sid Vicious e Cliff Burton, ma quanti sanno delle parabole, tristi come ogni stella troppo veloce, di grandi musicisti come Bobby Ramirez della Edgar Winter Band, Alan “Blind Owl” Wilson dei Canned Heat e Danny Whitten?

Hanno scritto libri e libri sulle “vere” cause della morte di Michael Jackson, ma in tanti casi l'essenza viene facilmente dimenticata. Io non riesco a dimenticare o, probabilmente, a passarci sopra.
Berry Oakley, uno dei cavalieri della mezzanotte, era un musicista davvero fantastico, e trovo che sia bellissimo che il figlio abbia seguito le sue orme, evitando qualsiasi morboso raffronto familiare e artistico (anche Felix e David Pastorius hanno scelto il basso e anche loro sono allergici alle domande riguardanti il padre, vero e proprio santino per ogni bassista che si rispetti).

Tanto osi, tanto paghi. L'ho sempre pensato, purtroppo. Soprattutto se osi senza troppa protezione e se hai addosso quella fretta, quella smania di vivere che sembra essere la prima e più violenta causa dell'accorciamento del tempo.
La creatività spiccata, la sensibilità dilaniata e spesso sconfinata di questi artisti non li ha salvati affatto, anzi è palese che abbia determinato un peggioramento della situazione, un'ulteriore perdita di freni ed equilibrio.
Se non ti accontenti, quasi certo che sconti. Se vuoi mangiare stelle, niente ti proteggerà dal richiamo dei cieli neri. Non si tratta di banale maledettismo in progress, sono storie tristi che non tutti hanno voglia di leggere e approfondire. È comprensibile.
Ho sempre creduto che non si debba dimenticare. Ho sempre voluto evitare di dimenticare e di distrarmi. E del resto, io me ne intendo di stelle cadenti e del vuoto che rimane. Ed è forse un dono, quello che io possa capire cosa significa il vuoto, senza avere paura della depressione e dell'inutilità. Dalle assenze si impara così tanto che poi si finisce per iniziare a correre come non vorresti.

E quindi questo non vuole essere un saggio o un tardivo coccodrillo adorante, un bignamino da blogger melomane come oggi si usa molto, vuole essere una mano tesa, mano di umile fantasma in lotta, piccola mano artigiana verso le mani magiche che il tempo e il destino ci hanno fatto smarrire, un semplice e sentito omaggio, persino un presuntuoso “ragazzi, io non vi ho dimenticati”.
Perché, l'ho scritto, e spesso ne ho paura, tanto osi, tanto paghi. Soprattutto se cercavi una musica diversa, che rivestisse l'anima meglio di tanti vestiti e tante occasioni.

Luca De Pasquale, 6 ottobre 2014

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