23/10/14

Overdose 5:11


Couldn't leave you if I tried
Couldn't weather this alone
And through the darkness you still provide
The sweetest love I've ever known

Take the shadow from the road I walk upon
Be my sunshine, sunshine
And in the emptiness
You look and find someone
The damage is undone
And love has made you strong
And Heaven gave me mine, Thalheim

David Sylvian

Per la prima volta da mesi e mesi, i vetri della camera da letto sono appannati al mio risveglio.
Mi intercetto nello specchio e non voglio saperne.
Chi sei, arruffato stronzo? Pettinarsi, che idea.
Si pettinano i fighetti. I vanitosi. Quelli che stanno perdendo i capelli.
Il cielo ha qualcosa di straordinariamente promettente, io a questo ci arrivo. Ci arrivo nonostante tutto. Ha una luce che smonta le volontà di lotta, di continuo corpo a corpo. Io a questo ci arrivo. Anche se sono fatto in un certo modo.
Il cielo di stamane mi comunica molto e mi sottrae altrettanto. E sento di avere il respiro di un vecchio nel corpo di un ragazzo. Credo che queste modalità da reduce possano, in qualche modo, offendere il cielo e questa luce.
E scatta, lapidario e subdolo, un senso di colpa, un disagio bianco, una stanza vuota al di sopra della mia testa.
Troppa complessità, troppi tunnel, troppe curve a gomito e una serie di precipizi senza segnaletica.
E sai che per uscire, uscire dal tuo luna park a picco sul tramonto, ti dovrai vestire e truccare come una puttana.
Un'allegra e svampita puttana che dovrebbe lasciar fare, invece di ribellarsi. Alla gente piace sentirsi dire “lasciati andare”: nel quotidiano, a letto, ovunque e comunque. Si sentono meglio se qualcuno si improvvisa liberatore.
Mi sommergo di acqua calda, in quest'atmosfera incerta e cauta dopo il risveglio; è tempo perso imporsi strategie.
Prima di addormentarti sei costretto a sentire le auto, i rumori della strada; quando ti risvegli sei costretto ad incontrarti da qualche parte, e in genere sono spazi stretti, angusti.
Al risveglio, manca quasi sempre la possibilità di una visione larga. Sciolta dagli incantesimi calibrati che uno si è dato per dominarsi e non sanguinare smanie ovunque.
All'alba devi pagare il biglietto del battello per il giro del lago.
Ti rinchiudi nei vestiti, accendi una sigaretta e riesci a sentire l'acqua sotto, l'acqua calpestata per alleggerire le distanze.
Ti chiedi, che cazzo ci faccio in una città di mare? Forse sono un uomo da laghi, non da mare. Ma il mare non si conclude con un battello, il mare è immenso e l'inquietudine diventerebbe ingestibile.

Poi le ore vanno in rodaggio, così come le tue ossa, i pezzi del tuo corpo e del tuo cervello. Riacquisti tracotanza, perdi quella patina riflessiva e sincera, ma dal fiato corto; torni rapidamente l'animale che sei, l'animale che si riconosce allo specchio, l'animale che è stanco di soffermarsi sui dettagli, su un certo tipo di dettagli.

Il riff di basso di “O My God” dei Police. Virale. Eccitante. Erotico. Virile. Semplice e invasivo. Irrinunciabile, da trent'anni a questa parte. Mi muovo. Mi coniugo. Mi candido. Me ne vado affanculo.

Overdose nel cesso del posto di lavoro. Vene blu notte. La normalità come peggiore maledizione possibile. Sangue dal naso, vene blu notte, scoparsi la vita come viene, con le mutande o senza. Tutti quei bastardi che usano il “piuttosto che” relativo, comparativo, a cazzo. Tutti quei bastardi che non si sono mai bucati. Tutte quelle cretine che sbavano per la pace e per la tranquillità. Tutti quegli orrendi rituali di comprensione forzata. Tutti i bravi ragazzi che sbarcano la vita, e io che non mi ricorderò mai di loro. Tutto l'inutile sesso aperitivo, antipasto o digestivo. Tutte quelle schifose promesse con lo stesso colore dei libri ingialliti. Overdose nel cesso del lavoro, tentativo di autodistruzione, senza riflettori, senza tranquillanti. Vene blu notte e poi viola, la mancata comunione, il buonsenso preso a sprangate, le tre bottiglie mignon consecutive di W5 mentre quei due si inculavano nei bagni della stazione di Livorno e uno dei due gemeva proprio come una donna.
E quella che mi toccava il cazzo piano e poi forte, con gli occhi folli, mentre il suo uomo era di là con quella torma di persona per bene, noiose e firmate, benestanti e dal culo pulito. Sporcizia, tradimento, gusto del proibito più prevedibile, sesso clessidra per approdare ad una nuova dimensione di fuga, tutto circoscritto a smanie senza regole.
Overdose nel cesso del lavoro.
Quei soldatini marcabadge, tutti orientati a sposarsi, mettere su famiglia, piacere ai parenti dei parenti, le bomboniere, la saliva lavorata dal dentifricio, la paura inchiodante della povertà, il catechismo per i figli, le abboffate domenicali, votare a destra per illudersi che il paese possa sfornare imprenditori, avere una morale per sostenere lo scagazzo della morte.
E i finti playboy che girano a vuoto con cazzi imbuto, cazzetti a metà strada tra il bisbiglio dell'amore e il bisogno di svuotare i coglioni, i finti playboy che pensano di sgrullarsi il cazzo nella continuazione di un film di Truffaut, pensando di essere intellettuali e sensibili. Overdose, overdose, overdose.

Una canzone degli Stadio: “Sole domani”.
Mi torna in mente alle 5e11 del mattino, mentre sono impegnato a rendermi conto di avere una bocca, un respiro, occhi, corpo da portare fuori dalle coperte, mentre mi accorgo che sono uno che vive. Come tutti.
Una notte di pioggia non è la mai stessa notte”, cantava Curreri, e Nanni ci ricamava al quattro corde. Bella. La ricordo volentieri.
Ricordo che ascoltavo questa canzone quando prendevo dei treni alle quattro del mattino, avevo più o meno diciott'anni. Mi emozionava il solo di Ricky Portera alla chitarra, perché durante quel solo Nanni prendeva note chiuse e ovattate, ed io sognavo.
Sono le 5e11 del mattino e non ho neanche dei numeri da giocare al lotto, non ho sognato cose che ricordo. Sono le 5e11 del mattino e venderò cara la pelle.

Sapone bianco, neutro. Asciugamani verde con arabesco dozzinale. Sigaretta spenta sul marmo antistante la finestra. Buio pesto fuori. Odore di caffè da dentro, dai vecchi sogni, desiderio di scottarsi la bocca e tornare a letto.
La luce pulita del giorno a schiarire vetri, sguardo, a rinfrancare l'estensione semovente della quiete. Impossibilità di stare fermi. Indirizzi sottomarini per sviare. Per sviarsi. Il tizio idiota che fa esercizi ginnici sul balcone dopo le sei, in boxer. Ma non fai arrapare nessuno, svitato peloso. Nessuno. Ti arrapi da solo. Ti arrapi di te stesso. Sei grottesco. Guardati le braccia, immaginati fluttuare su una donna, tenendoti su quelle braccia sode, virili come legno marcio, sono sicuro che ti guardi quando scopi, guardi te e non lei, sei fiero di te, verme da catamarano, attore stempiato, chef supremo della tua minestra esistenziale.
Neon acceso nella credenza. Pasta, biscotti, ricordi. Neon che si sta per fulminare. Pezzo di neon da anima risvegliata. Pezzo di neon da precarietà coraggiosa, striscia di polvere, dose di pazienza, lunga nota impiccata ad una balaustra, nota lunga, dittatore invecchiato e defenestrato, dissuasione da ogni spezzatino indigesto di divino e di destino.

Alle 5e11 l'animale si sveglia, danza su nuvole basse, pugnala l'orizzonte solo per uno scatto diverso e difficile, l'animale è consapevole di rintanarsi non per morire meglio, ma bensì per costruire strade di polvere tra un'oasi e un'altra.
Lontana quell'overdose in quel cesso, il punto notte, il grado zero, la rabbia ritmo, il sesso tisana, l'orgoglio orbo e vittima di un fango dove i migliori continuano a giocare all'attesa migliore.


Luca De Pasquale, 23 ottobre 2014

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