26/10/14

Non mi piace più la tua pagina, mezza sega


Devo avere un'espressione drogata e persa come quella di Mark Sandman, mentre mi sistemo sul letto e accendo il televisore. Su Deejay Tv ci sono tre cazzoni con una chitarrina che intonano un'assurda canzone demenziale.
La conduttrice, carina e snob, parla della loro pagina facebook e del numero di “mi piace” conseguito grazie ad un'attenta strategia di comunicazione.
Anche io ho una pagina facebook come scrittore, nel 2004 contava circa 750 persone e l'ho cancellata un giorno che mi girava di traverso. La maggior parte di quelli che avevano aderito non sapevano neanche che scrivessi e soprattutto cosa.
Stima simulata. Di retrovia. Avrebbe più senso un pompino al videocitofono.
Stima accidentale. Stima di simpatia e di etichetta. Non saprei cosa farmene, nessuno dovrebbe sapere cosa farsene.
Lo scrittore autoprodotto Rigo Monorco mi chiede di mettere “mi piace” sulla sua pagina. Lui scrive di grandi amori dominati dal fato e dal caso, una specie di Lelouch post sodomia. Non ci siamo mai scambiati mezza parola. Una volta l'ho invitato sulla mia pagina, così, per movimento a manetta, ma lui non ha aderito. Me ne sono anche dimenticato. Mi scappa di mettere “mi piace” sulla sua, e solo perché sbaglio rigo: c'erano altri dodici inviti in sospeso.
È fatta, maledizione; ho messo “mi piace” ad un tizio che non leggerò mai, che sbrodola saggezza da convegno di partito, che crede di salvarsi l'anima inframezzando citazioni da se stesso (…) con foto di sventurati animali abbandonati. Ma è fasullo, moneta falsa e senza conio, carità in mutande rosse, e la mia mano destra, quella stronza irresponsabile, che gli affibbia pure un “like”.
Io sono mancino. Mancino naturale. Fiero mancino. Sinistro in tutto e fiero di esserlo. Quella stronza di mano destra che stia al suo posto.
E così, per qualche giorno mi tocca leggere le idiozie di Rigo Monorco.
Il suo buongiorno ai lettori: “Renzi, non prenderci in giro! Renzi, ma perché invece dell'acqua non ti sei rovesciato addosso un secchio di sterco di capra?”. E mette la faccina. Il post va deserto.
Poche ore dopo, tocca alla pubblicità: “Potete ordinare il mio libro direttamente da me. Se vi piace leggere, se vi piacciono storie che non le mandano a dire, sono la persona giusta. Questo è il mio sesto libro”
Si stima, il formichiere monorchide. Si stima e gli piace dircelo.
Alle 16e41 posta Lucio Battisti seguito da una cosa legata a Grillo.
Alle 17e05 reputa opportuno deliziare la sua platea con la foto di un cane dietro le sbarre.
Alle 17e16 infila una foto in cui lo si vede intento ad entrare al Louvre.
Alle 17e23 ci prova palesemente con un'ingenua che ha osato interagire con lui; è molto probabile che abbia tanta di quella voglia di una donna da ritrovarsi il cazzo tra naso e bocca.
Alle 17e41, per chiudere, mette un classico di Miles Davis accompagnato da una citazione di un suo racconto giovanile pubblicato a pagamento con una casa editrice siciliana.
Io sono su facebook principalmente per motivi professionali, e questo è spam. Dico a facebook che non gradisco vedere quei contenuti, e Mr. Facebook mi chiede il perché. Annullo e mando tutto in mona.
Vuoi contattare Rigo per spiegargli i motivi?”, mi chiede facebook.
Ci manca pure questa.

E intanto la nuova notte, quella dominata dall'ora solare, scende su di me, sulla mia casa, su questa caramella scaduta di fuoco e ghiaccio che è il mio contegno.
Ma è una notte leggera, superficiale, con un nero scolorito, rimmel per appuntamenti erotici che nascono sotto una cattiva stella, quella della presenza obbligatoria. È un velo di notte così superficiale che non nobilita nessuna assenza, non garantisce il rimpianto, non acceca il senso del domani come pure dovrebbe essere.
È una notte che potrebbe andare solo in discoteca a farsi sbattere dietro un muretto, da un impasticcato qualsiasi, da un Rigo Monorco danzante, da un ragazzone svogliato e qualunquista che si sia tatuato motti celtici sull'avambraccio.

Basta recinzioni. Basta terrazze. Basta feste sulle terrazze. Basta categorie da proteggere. Basta scrittori volenterosi e autoadoranti. Basta ai coltivatori di ego e cazzo. Basta alle morgane protettive, la sensualità come una busta di latte sgonfia, come una chat a pene allegro con l'ipotesi di una passione, e soprattutto basta con l'accigliata compunzione di comunicare, vivere, intervenire, mobilitarsi.
Basta con i babbuini scopritori di verità, che da un palchetto liberano le tossine e creano saliva sdrucciolevole. Basta con le continue salvezze, che è la cosa principale.

Massima di Rigo Monorco: “Dopo la sofferenza si diventa la sorpresa dei propri specchi”.
Oddio, che impressione. Sono davvero stravolto da tanta profondità in poche parole.
Ma allora te lo meriti, il mio piace. Che stupido sono stato. Ho sottovalutato. Perché sono arrogante e distruttivo, e allora devo chiedere scusa, con le ginocchia che possano coprirmi il pacco, l'anima arrugginita, la stanza delle armi e altre zone oscure.
Il saggio è Rigo Monorco, non io. Lui ha lavorato alacremente sulla sua pochezza, l'ha convertita, l'ha bonificata, mentre io con la mia ci impazzisco, me la chiavo ma non l'amerò mai.
Mi sa che acquisterò il libro di Rigo Monorco, “Lo strano caso del ragazzo amato dal prossimo amore”, mi farò piacere il suo brodo di pollo e piedi, farò la dovuta penitenza, ché già non sono religioso e questo mi danneggia.

Può darsi che la vera bellezza stia nel fare l'amore con la musica di Gigi Finizio e Claudio Baglioni. Oppure comprare libri di ricette e convocare gli amici per una gara culinaria. O ancora, perdersi nelle meraviglie del mondo e condividerle. Può darsi.
Io non nego niente. Come diceva Elio Petri, a ciascuno il suo. Ed è una delle poche citazioni che mi consento.
Però, la deriva. Lo sguardo sottocoperta con la tempesta sopra, le stelle senza nome e non cadenti come da preghiera e desiderio, la brace della sigaretta di nascosto, in piena notte, irriconoscibili, stranieri, non immortalati, non reperiti, non a regola di luce.
Questo è, a suo modo, denso e impagabile.
Mai, certo, come Rigo Monorco, che ora scrive con enfasi: “Nel mio libro ho parlato di esperienze che non conoscevo. È l'incanto della narrazione”
Come mi sento piccolo, quando Rigo Monorco motteggia. Quanto sono precario, ai piedi di tanta bellezza.
Rigo, se non fossi etero (dosso, geneo, morfo) giuro che saresti il primo. Il primo.
Però, la deriva. È una luce che non tornerà mai più, una malattia di respiri trattenuti che mi regalerà la febbre migliore.

LdP, 26 ottobre 2014

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