16/10/14

Malinconie da quarantenne


Nuovo miracolo sonoro.
Riascolto un vecchio lp degli America, “Harbor”.
Brano numero 8, “Are you there”.
Non ricordavo che mi piacesse in questo modo, no, non ricordavo.
Il pezzo, sognante, ha la classica andatura di basso degli America; giro languido ad incastro, da westcoast rock, da cena al tramonto sulla spiaggia con l'amore rimasto.
Mi piace pensare a questi giri di basso avvolgenti come al mio modo di sentire e muovermi nella vita. Questo giro semplice di David Dickey mi appartiene più di tante inutili e complicate sperimentazioni senza capo né coda.
Oggi sono sfuggente, le ore non contano affatto, e pur spostandomi, muovendomi, persino sorridendo, mi sento fermo, immobile.
C'è una strana aria malinconica che sembra frenare la pioggia annunciata, ho preso a calci dei cartoni, ho riparato una serratura, sono stato carponi a pulire un balcone, ho visto i miei occhi stanchi allo specchio.
Il radar per le bugie e le contraddizioni è sempre in funzione, c'è un tipo che mi chiede via mail se mi piace Jack Vettriano e gli rispondo altro, ormai la mia corrispondenza commerciale e lavorativa è rivolta solo all'estero. In certi momenti, brevi ma acuti, è come se fossi già andato via lontano, irrecuperabile, piacevolmente disperso. Poi torno alla base, ma è come se fossi stato assente a lungo e avessi confuso le coordinate. A me stesso e agli altri.

Esco e incontro il cane che sta morendo lentamente. Non ha più gli occhi liberi e limpidi, ormai sono dei globi cisposi e lacrimanti, è inguardabile e spezza il cuore anche ad un bastardo come me.
Il libro di Jim Thompson che sto leggendo, è come il sangue che mi scorre nelle vene. Ogni parola sembra planarmi addosso e corrispondere in ogni singolo, minuscolo lembo di pelle.
Me lo ricordo, parola per parola, mentre arrivo in centro e rimpiango di non aver calzato gli occhiali da sole. Non voglio mostrare gli occhi, che sono ancora sani ma sono, oggi più che mai, fatti miei.
Provo raccapriccio per tutte le cose sdolcinate che si continuano a scrivere, per tutti i continui omaggi a qualcosa o qualcuno, mi ritraggo di fronte al torrente di retorica panacea che aggiusta il giudizio verso uomini e idee per il giorno seguente.

Chiedo alla lavanderia quanto prende a pezzo. Compro del sapone liquido. In merceria, la ragazza bionda con la gonna bianca gioca a sfondare occhi e fantasia di chi passa, ma la trapasso e fisso lo sguardo su un bruttissimo pigiama a righe, da carcerato.
Fuori al bar centrale, i giovani del paese. Ma di quale paese. Non so di quale paese. Potrebbe essere un paese qualunque e non ci sono argomenti di simpatia con questi ragazzi così pazienti e sistemati negli abitacoli delle loro scelte.
Mi domando come sia possibile sentirsi così irrequieti e poi flirtare in maniera così sconcio con un pezzo suggestivo degli America, che notoriamente non sono certo un ensemble problematico e convesso, è musica accogliente, elegante, quieta.
Ma io non sono quieto. Sarà per questo che finisco nelle loro braccia, il ragazzo/uomo sbagliato nella canzone giusta.

Prendo qualche citazione ad effetto dalla rete?
No, ma vaffanculo con queste continue citazioni con la bocca a iato.
Rischio di citare per la cinquantesima volta Stig Dagerman, potrei buttarmi su Stifter per fare colpo, o riesumare von Kleist che ha mantenuto un potere supremo. Ma non ho voglia di citazioni: ho già citato gli America, come un perfetto boscaiolo con le lentiggini. Peccato che non sono biondo e diafano, funzionerebbe meglio.
È ovvio che funzionerebbe più Jim Morrison di Dewey Bunnell degli America, come è vero che il pianista Bill Evans, sul quale negli anni scorsi ho costruito tutto un edificio di sofferenze amorose, serve sempre a qualificarti elegante anche se sei un maledetto idiota.
No. Cazzo sacro, no.
Mi sento vicino agli America e continuo a portarmi in giro la linea di basso del biondo e barbuto David Dickey, lui sì che era contestualizzato.

Malinconie da quarantenne+due, e che rottura di coglioni. Che poetica claudicante, ad un certo punto. Malinconia, bicchieri blu di sera, ombrelli chiusi sotto il temporale, come nei videoclip musicali drammatici dei primi anni ottanta. Moltissimi errori commessi. Molta strada già percorsa. Milioni di sigarette fumate. Una collezione di promesse da far invidia al migliore dei fedeli. Corpi che sono diventati fantasmi e viceversa. L'acqua fredda al mattino e troppo calda la sera. Divieti dappertutto, dietro i denti, nei paraventi dello stomaco, ai piedi di un dio disciolto, nell'ottusa incipienza del sesso, nella collezione di musica da mostrare come farfalle smangiucchiate al primo ingenuo.
E poi ci sono quelli che provano a capirti, tu nemmeno hai chiesto niente, e mentre tentano rinunciano e ti fanno perdere solo tempo. Perché, ci torno su, tu non hai chiesto niente e non hai voluto dire nulla di indicibile con un silenzio. Eri solo e solamente lontano.
Finisci nei ricordi delle persone e neanche ti avvertono. Finisci nel libro nero delle anime sensibili, solo perché la tua essenza è, sostanzialmente, assentarti quando è il tuo turno di bere lo sciroppo.

Ti hanno voluto cantastorie torturato. Creativo fantasioso del segno dell'Acquario. Amante appassionato e poi uomo di merda per cronica mancanza di pass nei luoghi dell'empatia prescritta. Ti hanno voluto costante tentazione per eccitarsi, per masturbarsi, per fottere meglio e più sporco, con un tarlo inconfessabile in testa che rendeva il tutto più arrapante e meschino per tutti. Ti hanno voluto e poi definito scrittore quando hai pubblicato e quando sono uscite quelle quattro righe sul giornale, ricordo che in quei giorni sembrava che tutti volessero prendermelo in bocca e mi tributassero un valore interiore spropositato e grottesco.
Ti vogliono fuori per avere il piacere di dirti che sei fuori ma vali, ti vogliono dentro per farti esami che tu non riconoscerai. Tanta gente vuole solo rumore. In bocca, al telefono, su skype, nel cesso, tra le cosce, rumori vacui interrotti dai primi vagiti di un bambino e dalle orrende lacrime per una morte magari annunciata.
Malinconie di quarantenne. Pare che funzionino come pretesti per scrivere dei libri. Mi manca questa sventatezza, eppure lo giuro, sono leggero come un pezzo degli America.
E l'ho dimostrato più volte. Una volta mi sono anche ossigenato i capelli per somigliare a David Dickey (e Rod Stewart).
Un successone.


LdP, 16 ottobre 2014

And someone told me too that it's true when you call aloud
It's only destiny or is it mystery


America - "Are you there"

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