20/10/14

L'infinito in mutande


Ci sarà pure un motivo per il quale ho sempre dei vicini rompicoglioni, pur avendo cambiato decine di abitazioni.
Posso certamente essere ascritto alla categoria degli “uomini incazzati”, e con gioia posso dire di essere anche in buona e nobile compagnia, sono insofferente, non mi piace avere gente tra le palle. Ma è anche vero che molti sono maleducati, molto maleducati anche se meno triviali e coprolalici del sottoscritto. È vero, uso il turpiloquio da sempre e continuerò pure, ma sono educato. Parlo a bassa voce, saluto quando incontro, non faccio rumori molesti in orari delicati, non organizzo feste, faccio passare prima vecchi, donne e predicatori. Questi ultimi solo per poterli prendere a calci in culo, figurato e non. Ma è altra questione.
Dopo aver esperito tutte le categorie possibili di vicini rompicoglioni, il cuocarello con mutande olimpioniche, la vaiassa generosa tutta forza del popolo e Gigi D'Alessio, l'attivista sguainacazzi con cane molesto, le tre grazie provinciali, ora tocca a degli studentelli che passano tutto il loro tempo a parlare al telefono sul balcone e far ridere le loro ragazze con battutine psicosessuali di deviante banalità.
Credetemi, non c'è nulla di più grottesco di un uomo che navighi in quell'ovattato stato di grazia che è “stare per chiavare”. Il livello delle idiozie virili peggiora e di parecchio, perché gli uomini che stanno per scopare parlano con il prepuzio. Rilasciano ambigui complimenti da anticamera d'alcova, e dio ce ne guardi se iniziano pure a parlare d'amore, che ad un certo punto dell'esistenza diventa una cosa oscena.
Per mia fortuna, ho forti capacità di astrazione e riesco a risparmiarmi almeno una parte di questo sfacelo. Ieri mi sono infilato una sigaretta in bocca, ho acceso i Blue Oyster Cult e mi sono rinchiuso con una certa tranquillità nel buco di culo della mia anima, garçonnière che negli anni ho saputo ripulire, bonificare, appendendoci anche qualche quadretto espressionista e installando un bidet d'oro nella zona notte. Mi sono sparato forte i fratelli Bouchard, evitando così tutta la parata testicolare degli studenti nordici in procinto di espletarsi nel linguaggio fisico.
Sì, è vero, è vero e atroce, non voglio gente tra le palle. È sempre stato così. Viva le eccezioni, certo, ma è così e non l'ho mai nascosto, attirandomi le ire indignate dei reprobi.

“Ho voluto solo raccontare una bella storia... solo una bella storia... e sa perché? Perché Napoli è una grande città, una stupenda città abitata da persone che hanno trovato il giusto equilibrio tra la fantasia, la forza di volontà e i problemi del territorio... Sono fiero di essere nato a Napoli e ringrazio i miei concittadini, io sono un narratore e sono felice di prenderli per mano...”
Lo scrittore spiega al giornalista che lo intervista le sue idee circa Napoli e l'essere uno scrittore napoletano inserito nel sistema, anche se queste paroline non le pronuncia. Se fossi davvero un cowboy come sognavo, adesso potrei scaracchiare un bel po' di liquirizia insalivata a terra, e magari passarmi una mano sotto il pacco. Non ho liquirizia, ma una mano sul pacco non me la leva nessuno, sotto questo fiume di retorica insopportabile.
Per gli scrivani inseriti nel sistema è obbligatorio fare queste marchette, dichiarare il falso e convincersene pure. Ricordo tutte le stronzate che ero costretto ad ascoltare quando lavoravo in quel cesso di posto dove credevano di fare delle “presentazioni di libri”. Gli scrittori, i titolari della creatività, venivano a dire quattro stroppole a una manica di rincoglioniti e scatta-foto compulsivi, e subito noi commessi, omini o schiavi (come si preferisce) dovevamo fare massiccia esposizione del capolavoro dello stronzo egotista di turno. La cosa ci veniva ricordata dal Responsabile, un'inquietante figura di incapace maximo, uno che era stato lobotomizzato ulteriormente e convinto di essere un team leader quando valeva come un idrante anale o poco meno. Ma sono dettagli del passato, non potrei mai essere acrimonioso verso il nulla più assoluto.
Ogni tanto, dunque, mi capita lo scrittore che risponde a stupide domande su Napoli e sui napoletani. Quali che siano le risposte improvvisate o preparate, mi dissocio da subito e in modo perpetuo. Tatuarsi addosso la qualifica di scrittore napoletano per me equivale al classico serpentello sulla caviglia da spiaggia, o all'arabesco cinese-sumero che certe donne si chiostrano a picco sulla vagina, per lasciare intendere chissà quali abissi di piacere, quando poi si tratta sempre della stessa solfa, per tutti noi e da millenni: succhiare, leccare, godere, ansimare, spingere, sborrare, pulirsi, farsi coccole, parlare d'amore e fumarsi una sigaretta.
E, soprattutto, illudersi di avere a che fare con l'infinito, che è a tutti gli effetti una gigantesca presa per il culo.

Stamattina alle sei e mezza il cielo era nuvoloso e mi è sembrato per un attimo che il vento potesse portare un po' di aria nuova, ma invece fa ancora caldo e sta spuntando la maledizione del celeste fisso.
Eppure, c'è una tranquillità di fondo che non baratterei con niente al mondo. Mi sento come un gaucho che finalmente non si è messo le mutande al contrario.
Quando arriva la sera, posso anche ascoltare un disco dei Callisto, che teoricamente dovrebbe scorticarti vivo, passando da uno stato d'animo all'altro senza dover portare giustifiche ai maestri fantasma.
Tutto sta, in fondo, a non farsi prendere la mano dall'idea di essere arrivati, di aver finito, di aver trovato la ricetta giusta.
Il giorno in cui mi convincerò di poter dispensare qualche consiglio agli altri in nome di chissà quale raggiunto equilibrio, io sarò una merda d'uomo e creperò a breve.
Siamo tutti liberi. Liberi di sbagliare, di girare a vuoto, di mettercelo in culo con il sorriso, di sfidare Dio o di presumere la pienezza dell'amore, siamo purtroppo anche liberi di fingere partecipazione quando abbiamo solo l'occorrente per il nostro putrido giardino di nani, piante della rivelazione e troie del pensiero.
Siamo liberi di esibire lauree, lavori, ottimismo relazione, attitudine al divertimento e al disimpegno intelligente, siamo liberi di passare dal ruolo di merdacce a padri, di adolescenti imbrattati di sperma a pensatori, siamo liberi di essere ridicoli con la fissazione di essere ben interpretati.
E io sono libero di pensare di aver lasciato l'infinito in mutande, con una di quelle mezze erezioni che non servono a niente, non ci puoi neanche pisciare dritto.

Luca De Pasquale, 20 ottobre 2014

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