30/10/14

L'altalena e il cazzo caricato a salve


Ti volevano con la testa vuota e il cazzo caricato a salve. Ti volevano disinnescato, pacificato, tranquillo, con l'anima cerniera, innamorato di una pace impossibile.
Oppure ti volevano bucaniere, pirata, figlio di puttana, lontano dal branco ma produttivo.
Determinato secondo i crismi della determinazione.
Ti volevano associabile a folate. Guest star di un convitto, di una fica annoiata, di un gruppo di pensatori, di un insieme di penne spuntate, ti volevano numero di matricola aziendale, ti volevano amante platonico che se lo fa succhiare a debita distanza solo per respirare meglio da infatuazioni di passaggio, ti volevano entertainer per presentarti con meno vergogna il prossimo stronzo.

Ti scrivevano per scrivere ad uno specchio, e tu sapevi che se avessero trovato la crepa, l'incrinatura, sarebbero fuggiti. Lo aspettavi. Lo volevi. Si trattava di scommettere senza sputare.
Hanno cercato di salvarti quando non chiedevi altro che affossare ogni scialuppa, perché certi esseri umani hanno questo vizio, la coscienza a posto per le cose e le pratiche più inutili.
Ai tuoi rifiuti, i primi, gli ultimi, non importa, c'è stato chi ha preso il compendio di psicologia e ha cercato di delineare un tracciato inesistente.
Io ti conosco bene”, diceva qualcuno, “so come sei fatto”.
E invece non sai niente.
Perché ieri ero finito, ma oggi ti uccido e dopodomani mi faccio catturare, e tra un mese sarò un fantasma.
Ti volevano vibratore gentile. Animale da compagnia dalla lingua veloce, quelle raffinatezze pretestuose, senza costrutto, senza densità, senza il tanfo della vita. Ma quello c'è sempre. Quello non se ne va mai.
Puoi lavare le mutande dell'anima quanto vuoi, ma le tare sono strutturali.
Ti volevano padre per riconoscerti normale, nel flusso della normalità.
Ti volevano scrittore ben pubblicato per avere la scusa di seguirti senza doverti poi difendere, se prendevi le strade sbagliate e polverose.
Ti davano consigli e suggerimenti per scongiurare le loro paure, non le tue.
Ti volevano ai piedi di un Dio qualsiasi, per poter pensare di ritrovarti dove ti lasciavano.
Ti volevano infelice per compiacersi: “Io sono diverso da lui”, quanto è bella questa frase, quanto è utile, non è vero?
Ti stuzzicavano, per capire se avevi il cazzo caricato a salve e l'anima minimamente sovrapponibile alla realtà.
E si scandalizzavano, se facevi presente che ogni tenerezza nasconde una profonda violenza, e che questo tu, purtroppo, lo sai.
E si commuovevano, lontani come alberghi a ferragosto, per echi e frammenti della tua storia complicata, senza capire che ogni lacerazione è di chi se la porta e mai di chi partecipa. Altrimenti impazziremmo tutti.
Io non so se vivrò a lungo. A volte lo desidero, altre proprio no.
Non so se morirò in una bella giornata di sole o in una notte di pioggia.
Dovessi scegliere, opterei per la seconda.
So cosa mi interessa. Mi interessa che lo sguardo sia acceso, mi interessa che la coscienza non debba cedere il passo alla tranquillità obbligatoria.
Non tengo un diario personale. Credo che le pagine di un diario sincero siano fulmini, e che durino ben poco.
Questo blog non è un diario. Il diario si scrive quando si ha paura di morire. O di bruciarsi.
Non ho questa fortuna. Mi capita di guardare nei crepacci e di trovare, inutilizzabile, quel che volevo dire e raccontare.
La mia sensibilità è solo una maledetta puttana che mi fa perdere la testa una notte sì e una no, in un'alternanza che somiglia ad un minuetto spettrale, un ballo solitario in un locale con i sigilli. Dopo un crimine. Dopo un crimine che non ho ben capito in cosa consista.
Forse proseguirsi è un crimine, a volte ne sono convinto, poi mi distraggo.

Mentre il finto prete ti cerca per spiegarti cosa ti perdi, tu ti buchi e stai meglio. Ti fai la dose e sulle pareti rocciose esce la decalcomania della tua bontà, qualche fiore e la voce di un amore che accetterai di buon grado.
Tutte le volte che qualcuno ti cerca per amarti nel modo sbagliato, hai la consapevolezza che devi andarti e rifugiare. Come un animale ferito. Come una coda di vento che ha perso il tornado. Come tutti quelli che onorano la propria storia più disperdendosi che aggregando.

La notte è dolce, leziosa, e quand'è così la tua sensibilità troieggia, ammicca, spaccia profumi e insonnia, diluisce baci, vagheggia lettere mai scritte, confessioni mai ricevute, pentimenti mai incoraggiati, per grazia.
La notte è dolce, sembri quasi a posto, e la persona dietro i vetri cerca di scoprire se la tua anima è davvero un tizzone o lo scarabocchio di un bambino che ha sempre amato l'uomo nero. La verità non sta da nessuna parte. La verità è davvero un cazzo caricato a salve. Spara, inutile e celebrativo, ma non può nascere che un veloce equivoco.

Cinque minuti prima ti fotti con una canzone, poco dopo sei salvo. Salvo senza aiuti.
Poi precipiti, rovinosamente, e cadendo riesci ad accendere tutte le luci di cui disponevi. Sei una stella cadente, sei una magia, sei un'altalena su qualcosa che mozza il fiato e niente ti rivela.
Un magma di assenze che vanno a giocare al luna park, che sognano a turno, che si abbracciano come amanti disperati per tornare estranei subito dopo, quando sotto la porta, dopo una notte d'amore, non si ha nemmeno il coraggio di guardarsi negli occhi.
Nel movimento dell'altalena c'è il senso del perdersi, e quel senso mi piace, che si chiami scrittura, musica, sonno, eroina, baci o equivoco.
Non sono un animale da compagnia che scodinzola alle prime coccole e per la ciotola piena. Non sono un cazzo caricato a salve: contengo dosi di paura, la paura degli incanti di ogni piccolo uomo.

Luca De Pasquale, 30 ottobre 2014


Ringraziamenti doverosi: Jack Bruce, Steve Kilbey, The Church, Jim Thompson

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