13/10/14

La rabbia come dissuasore sociale



Le relazioni sociali, le puoi mandare a puttane facilmente. Non ci vuole molto. Basta essere disattenti. Basta mostrare la rabbia, e allora puoi essere certo che fuggiranno quasi tutti. La rabbia funziona come deterrente sociale. La rabbia come dissuasore affettivo.
La rabbia non viene mai esplorata sul serio; solo quando si gioca con la pedagogia più reietta e con l'irrichiesto pietismo che ogni sensibilità autoconclamata vuole mostrare e mostrarsi.
Non mi piace disconoscere la rabbia che provo. Mi movimenta il sangue, mi spinge alla curiosità, sospende il trattamento da codice o da puttana.
E allontana, ma lo sai da prima. Allontana, ma non è il caso di preoccuparsene. Si allontana sempre e solamente chi non è mai stato vicino.

La rabbia è un equivoco. Molto spesso. Lo riscontro, e da molto tempo, in prima persona. La rabbia è percepita come una malattia, o un inasprimento magari legittimo di problemi personali.
Non piaccio e non attiro quando sono in vena di mostrare la rabbia. Piaccio invece senza motivo quando mi lascio andare a quella tenerezza e a quel romanticismo che purtroppo mi appartengono in egual misura.
La rabbia, le persone vogliono legarla ad eventi scaturenti. Altrimenti non la capiscono e si danno alla macchia, diventando vergognosi e imbarazzati quando non ce ne sarebbe alcun bisogno. Io considero lo sparire come mangiare e respirare. Mi ci hanno abituato e ho scoperto che un po' mi piaceva.
La rabbia mi serve. La uso. Lascio che mi tocchi, mi molesti, e qualche volta me la scopo. Mi serve. Quando è completamente assente, sento nostalgia. Faccio in modo che ritorni. È l'unica amante possibile con la quale si può tornare insieme dopo il primo tentativo.
La rabbia è nascosta nei cassetti, sotto le carte, nelle vecchie patetiche foto di famiglia, nelle mutande sporche, nelle storie arrugginite e invecchiate male, nella cristallizzata eccitazione dei primi incontri, nelle bugie del piacersi, nella smania ammalata di volersi far conoscere e riconoscere. La rabbia è nel sonno turbato, nelle veglie fotocopia, nella paura di deludere chi non ti ha deluso, nelle frasi cariche di retorica che si usano per rassicurarsi quando il pavimento di casa somiglia alle sabbie mobili.
La rabbia non la disconosco e non la criminalizzo. L'interpretazione altrui è talmente fantasiosa che scappa pure da ridere. Se pensano che hai la rabbia, come un vecchio cane azzoppato, devi essere in tono con la cosa: devi essere cupo, malaticcio, brutto, magari impotente, disilluso e tradito fino alle piaghe, devi ascoltare musica deprimente e leggere pesantissimi tomi trattanti drammi sentimentali o esistenziali. Nel quadretto rispondente magari ci possiamo buttare dentro anche l'alcol e scarsa igiene personale, e soprattutto quel dissennato attaccarsi ai simbolismi: la luna, la notte, il cimelio della madre o del padre, il portafortuna del perduto amore. Insomma, per permetterti di provare e cacciare rabbia devi risultare malato e sfortunato tout court: naturalmente è meglio che tu non abbia una donna che ti ami, non fa pendant.
Se mostri troppa rabbia, sei stancante e pesante; non ti viene perdonato. Sei solo un arrogante bastardo che gioca a fare il maudit, ma “la vita vera è altrove”. La rabbia è meno permessa e giustificata del sessismo, del fascismo, del razzismo. Forcaioli sì, arrabbiati no. Arrabbiato è sinonimo -per tanti, per troppi- di persona ferma alle sue manie, alle sue sconfitte, alle sue delusioni esistenziali e non.
È una vita che vengo sfiorato, e qualche volta colpito, da questa cascata di merda che somiglia ad un gioco dell'Edenlandia: hey, attento a non farti prendere dagli schizzi!
Ho incontrato amici che volevano fare gli educatori (ma di che? A quale titolo?), donne che volevano “guarirmi” e portarmi “verso gli altri”, è una vita che ho normalizzatori tra le palle. Credo che se mi fossi vestito da donna per anni e mi fossi fatto sodomizzare nei cessi di una boutique avrebbero avuto meno da ridire.
Oppure se mi fossi drogato, o avessi preso a pugni un familiare. Avrebbero cercato rimedi, la farmacologia della normalità pare sia una scienza aperta al pubblico più di Wikipedia.
Ma cosa posso farci se mi piacciono gli scrittori arrabbiati inglesi più dei commissari saggi e dei chatwiniani di riflusso? Nei film mi piacciono i bad boys e non gli eroi, adoro i villani, i mavericks. I romanzi d'amore mi fanno veramente schifo, sono spiacente. Mi piace il blues non solo per motivi prettamente musicali, ma anche perché spesso si occupa di storie di perdenti.
Ma, ripeto e torno al refrain, la rabbia è un equivoco. Molti restano sorpresi (e magari delusi) quando scoprono che sono solo una specie di cowboy, uno che sembra uscito da una canzone degli America o degli Eagles, uno che cerca più la pace del successo e che vivrebbe tranquillamente e felicemente in una piccola cittadina americana rurale. Potrei ascoltare country e americana tutto il giorno e porterei certamente un cappello da cowboy. Non andrei a messa la domenica e non voterei conservatore, ma sarei un ottimo loser country blues da pochi dollari.
Mi sono sempre piaciuti i testi delle canzoni di John Hiatt e Kris Kristofferson, i film di Peckinpah, i grandi romanzi americani. Adoro Sherwood Anderson, John Cheever, John Dos Passos, John Steinbeck, anche se il più grande resta Jim Thompson.
La mia canzone preferita di tutti i tempi è “Tin Man” degli America, come ho già scritto più volte, seguita a ruota da “One of these nights” degli Eagles. Che discrepanza, vero? Dovrebbero piacermi invece brani drammatici, pesantissimi e misconosciuti. Questo mainstream, in quanto arrabbiato e quindi tendenziale sociopatico, non farebbero proprio al caso mio.
Ma ognuno ha le sue terrificanti contraddizioni, anche se mi rendo conto che non puoi essere un mezzo cowboy arrabbiato, è una figura inesistente e deforme, un aborto di schizzo letterario.
Un giorno partirò per le highways, e tutto questo sarà solo un ciarlare a vuoto.

Tutte le volte che intercetto in televisione un film di Peckinpah, lo rivedo. Non so a che numero sono arrivato con “Pat Garrett&Billy The Kid”, che amo alla follia. Il personaggio più sospeso tra rabbia e libertà è naturalmente il Kid, la cui anarchia esistenziale è sempre una seduzione, ma io sono dalla parte di Pat Garrett. Forse per le contraddizioni. Forse per lo sguardo malinconico e maschio di James Coburn. Forse per quel suo “non potere più” aspirare alla libertà e al tentativo di conoscerne una sia pur piccola concessione. Gli spazi aperti di un west che stava morendo mi appartengono molto più di questo fiume di cemento borghese e scalcagnato, so che come il Kid (e come Garrett) morirò alla ricerca della libertà, avendoci scritto e sognato come un bambino.
La rabbia è un mezzo, non una condizione, la rabbia è la ribellione che non vuole soffocarsi, forse è solo l'urlo di libertà prima di tramontare, è una sana compagna di serate che somigliano molto al sorriso bellissimo del Kid.
La rabbia non è una cosa conclusa e nemmeno un artificio letterario, è stato il linguaggio più facile per il piccolo cowboy che mi cresceva dentro.
Grande canzone, “Tin Man”. Una sigaretta, i piedi sul tavolo, e via, tutto è tranquillo e abbraccia piccoli raggi di sole.


Luca De Pasquale, 13 ottobre 2014

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