02/10/14

La grandezza dei Chicago e la pettorina della salute


Mi arriva un disco, “Dangerous days” di un quartetto che si fa chiamare The Other Side. Non l’ho pagato un cazzo. Stava lì, in quel sito, nell’indifferenza generale. Eppure, dentro gente seria: Theo Travis a sax e tastiere, il chitarrista Hugh Burns (Lonely Bears) e soprattutto il bassista Dave Sturt, a lungo nei Jade Warrior, specialista del basso fretless più “atmosferico”. Disco notturno, fluido, in cui le linee pastose di Sturt, ancora una volta, sono la voce più vicina al mio slang interiore.
Qui tutti giocano a fare i re, qui si lavano il sorriso, io sono ben contento di riconoscermi in una linea di basso fretless, e di aggrapparmici.

Cerco dischi strani. Cerco dischi che sono stati sottovalutati e a volte anche vilipesi. I più maliziosi intercettavano in questo pose da parvenu, intellettualismi marginali, voglia di stupire, ma non provo il minimo interesse per questo genere di cose. Esplorare, scavare, riscoprire, sottrarre polvere, sono tutte impellenti necessità.

Intorno a casa ci sono dei tizi che corrono, con grande entusiasmo e con vigore. Penso a quanto sia diversa questa scena da quelle descritte da Knut Hamsun in “Fame”, che sto rileggendo, non senza patire quella compenetrazione inevitabile, anche io ho vissuto giorni simili. Non riuscivo a pagare il fitto, faticavo a pagare le bollette, dormivo fuori, soldi contati e anima striminzita e tutt’attorno vermi rumorosi, buoni a dare consigli e ad andare affanculo al momento giusto.
Non si fa così. Non si pensa così. Non si sputa in faccia al cielo, mi dicevano quei rammolliti, tutti intenti a fare colazione con il fagottino paesano, due vecchie preghiere nel portafogli e l’illusione strisciante che il sesso sia un vero incontro anche di anime.
Osservo questi tizi che corrono e penso che non ce la farei mai. Fumo troppo, stramazzerei al suolo dopo due metri, con una pettorina verde e una crisi respiratoria ridicola. Questa è gente che scopa a pacche gonfie, che si guarda il culo mentre si piega, questa è gente che tuffa la salute nel grande cesso del futuro sostenibile.

Se le cose girassero come Cristo comanda, non avrei tanto da pensare e neanche da capire. Cercherei di pensare comunque, è un mio vizio, ma il ritmo della normalità mi seppellirebbe. Invece, posso direzionare il mio caos verso ogni sfiatatoio, ogni oblò, ogni schifosa finestra di casa fittata a prezzo troppo alto.
Ho acquistato degli slip dotati di etichette che ti tagliano il culo, sono rostri, non etichette. Ho giocato dei numeri al lotto grazie ad un sogno, ma non li ho giocati a tempo. Bad luck. Di notte Satana fa di me e del mio inconscio cibo per cani, ma io la mattina mangio la crostatina come i bambini, anche se lo faccio principalmente per poi andare a fumare.
Varie figure popolano il mio caos diurno, e soprattutto varie fratellanze di spirito e di sorte: il lunedì John Martyn, il martedì l’attore Lewis Collins, il mercoledì la mia controfigura, il giovedì Hamsun, il venerdì la tana di lucertole in soggiorno, il sabato Socrates e la domenica si riposa tutti, sfiniti e inculati e comunque fantasiosi.
Ci sono mattine che mi sveglio come un amplesso bugiardo.
Altre che potrei essere un capitano di una bella nave.
Altre ancora che sono una palla di neve, un proiettile inciso, un’incerta lettera d’addio tenuta su con lo scotch, ma anche come un portiere belga, come il mio adorato Jean-Marie Pfaff, guascone, rischioso, supponente.
È il caos, sono i numeri e le acrobazie di questo compagno di ventura, che non chiede, non abbellisce e principalmente non rompe i coglioni con inutili prediche comportamentali ed etiche.

L’amico che sogna come un idiota che il figlio diventi come Messi mi confessa, tra una sigaretta e l’altra, che anche se si chiava un’altra donna (oltre, immagino, la moglie) continua ad avere dubbi sulla durata delle sue prestazioni. Gli uomini sono schiavi del cazzo, e sono terribilmente impauriti dalle sue scarse garanzie nel tempo. Chiaro che ad un tratto venga un po’ meno, il salsicciotto senza occhi. Comincia a correre dietro un profumo e si ritrova nella mano sudata di un vecchio satiro. Oppure si fa convincere dal proprietario a dare segni di vita solo in situazioni a pagamento. Le nevrosi moderne, per molti uomini, finiscono invariabilmente nei coglioni.
Per molti benpensanti, si è in ritardo per un figlio. Un figlio è necessario per risultare degni e darsi uno scopo. Non riesco ad immaginarmi annullato in nome della paternità, sgridato e comandato perché svogliato nell’ottemperazione dei miei doveri. Un figlio del caos non può delirare dietro all’idea della nascita di una nuova vita, non può essere così stronzo ed egoista.
Prima un po’ di ordine, e poi lo spirito genitoriale, prego. Ogni cosa a suo tempo, se tempo ci sarà.

I primi dischi dei Chicago sono per me quasi motivo di eccitazione sessuale. L’impianto chirurgico e perfetto di fiati e sezione ritmica, il basso insinuante e jazzato di Cetera, l’aria settantina, sono elementi che mi eccitano la mente e i movimenti. Chi se ne fotte se poi sono diventati commerciali e mielosi, sono stufo dei puristi che ti piagano la vita con i loro maledetti divieti di gusto e di dignità. Grandissimo gruppo, non mi stancherò mai di ripeterlo, i Chicago: musicisti incredibili, figli di un’America nervosa e in progresso, figli di contraddizioni e di imprese, ambasciatori di un tentativo di perfezione sonora.
Bene. L’ex “giovane scrittore partenopeo” se ne torna nel suo culo, sigaretta a metà con il vento, il Gibson Grabber di Peter Cetera come Dio, moltissimi dubbi e una precisa certezza: non mi metterò mai a correre attorno ad un palazzo con una pettorina della salute. Non ci sono altri messaggi positivi e progressisti nella mia scrittura, dovrebbe essere avvilente ma la sera ha una luce bellissima, precaria e zoccola.
Così come deve essere.



Luca De Pasquale, 2 ottobre 2014 

Gibson Ripper, Peter Cetera

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