04/10/14

La bettola dell'assoluto


Adoravo Bernard Giraudeau.
Mi piaceva la sua faccia e mi piacevano i suoi ruoli, mai scontati.
Affascinante, curioso, intelligente.
La notizia della sua malattia, affrontata con coraggio e forza, e poi della sua morte mi hanno sconfortato parecchio.
E così, anche la bellezza muore. Del resto si sapeva. Anche una forte voglia di vivere e scoprire incappa nella morte.
In “Poussière d’ange”, Giraudeau interpretava un uomo completamente alla deriva, un poliziotto finito, alcolizzato, ultrasensibile, destinato –comunque andassero le cose- ai tormenti.
Ho molto amato quel personaggio, e ho trovato Giraudeau perfettamente in parte. Lui, attraente, affermato seduttore, alle prese con la consunzione di un uomo. Eppure, sono lati che non si escludono, anzi, si direbbe che la sensualità fagociti l’autodistruzione, un mangiarsi tra amanti, alla fine.

I giorni di neve servono a capire cosa non vuoi. È semplice, alla fine.
Trovo molto più pornografico tentare di essere apprezzati, appendersi al giudizio e alla considerazione altrui, che fare la troia o vestirsi da Peter Pan per farsi una scopata con la finestra aperta.
Trovo pornografica la mania di piacere, la smania di risultare utili, la riottosità ipocrita a considerarsi corruttibili.
Pagami bene, sputami in faccia nella toilette di un locale e potrei considerare l’idea di parlare d’amore. Così mi sono sentito in certe fasi, naturali, della mia vita: non ho giocato al virtuoso.
La gente tenta di misurare la propria integrità morale con la durezza dei precetti, l’attenzione al bello e al giusto, la propensione alla rettitudine e altre storie simili.
“Io non tradirei mai un amico”
“Io sono fedele”
D’accordo. Complimenti. Ma è tutto così friabile. Tutto così pornograficamente emotivo. Tutto illogico, misterioso, fragile e beffardo. A partire dalla fame, continuando con il sesso, morendo di troppe parole, trascorrendo giorni da promesse e giorni da malati, prendendo il vento per un appello, un ricordo, un presagio.
Ma è solo vento.

Va di moda la barba. Me ne accorgo ogni giorno. Anche io la porto, non è particolarmente folta, è disordinata come me e comincia a starmi simpatica proprio per questo. Non potrei mai, però, dedicarmi ore ed ore alla mia barba, studiando gli angoli, la cornice, la piallatura. Ho sempre trovato ridicoli gli uomini che si curano troppo. Mi piacciono gli impeccabili, ma per brevi periodi; la vanità mi stanca molto. Devo però confessare che, fossi nato brutto e storto, mi sarei arruolato nella Legione. Anche l’uomo teoricamente più disinteressato al giudizio altrui avrebbe problemi a gestire la bruttezza. Ed è inutile fare gli ipocriti, con le cazzate di rito sulla bellezza interiore che supplisce a tutto. Come quelli che dicono che il sesso ha poca importanza solo perché scopano come uno a scelta tra Holly e Benji.

C’è un tipo che vuole polemizzare con me circa l’uso della scrittura. Lui crede alla scrittura come miglioramento, come arte che sappia mescolare l’intrattenimento all’impegno. Non si fa capace che io, ed altri, non si usi la scrittura per far capire quel che succede e quanto sia grave. Bisogna essere lucidi, dice, e guardare il disastro che si sta verificando. Bisogna ribellarsi, continua, “far sentire la propria voce vera”.
Non capisco assolutamente di cosa parli e cosa voglia. Sono stufo di questa manfrina circa l’enorme gravità della situazione. Non è peggio di altre volte, trovo indegna più del solito la situazione occupazionale, ma il resto è conforme alla straripante mediocrità di questo paese, alla retorica patriottica, nazionalista e becera, un paese dove i politici sembrano comparse di pessimi programmi di cucina, ballando e inchiavicandosi sotto le stelle, e il populismo fa più danni di qualsiasi altro virus passeggero.
Rassegnati, gli dico, non scriverò mai di coraggiosi uomini di chiesa, di viaggi alla ricerca della voce collettiva, di barricaderi figli di notai che sono andati in America Latina a difendere una causa, non cadrò nella trappola viscida della celebrazione degli oppressi (quelli riconoscibili, si intende; quelli parlando dei quali puoi risultare sensibile e coraggioso)
Chissà, forse è vero: mi interessano di più i lati oscuri della vita, i cessi pubblici più delle associazioni di carità e sostegno, i desideri brucianti più dei nobili scopi, amore e sesso più di giustizia ed uguaglianza, potrebbe anche essere così, ma cosa cambia?
Che senso ha “indignarsi” per sensibilità diverse dalla propria? Per me ciascuno è libero di pensare e sognare quel che preferisce. Non apprezzo i Soloni e i censori, non apprezzo i reclutatori, mi eccita l’errore e non la coerenza esibita, nelle cadute riesco a comporre miraggi d’angeli che invece non vedo nelle tavole imbandite della buona speranza.
Non mangerò pane e broccoli a tavola con gli amici in aperta campagna, delirando su stili di vita alternativi e antagonismi sbandierati. Più facile che io scriva del vecchio marito che non fa più sesso e si masturba per la figlia dei vicini, odiandosi subito dopo allo specchio. Più facile che questo puzzo di morte e precarietà mi porti nelle camere da letto, nei più banali canali di scolo della fantasia, tra stelle di plastica e scantinati di ricordi, in quella bettola dell’assoluto dove per un bacio puoi uccidere altri uomini, dove Dio è un poster lasciato da chi ci abitava prima di te, e tu per rispetto lo lasci.

Poi c’è tempo e modo per purificarsi, per lavarsi velocemente cuore, genitali e anima, sotto le insegne dell’alba, accese da un pazzo e ricordate prevalentemente dagli stupidi.

Luca De Pasquale, 4 ottobre 2014

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