11/10/14

Il metodo John Martyn


Sto leggendo un libro bellissimo, “La testa vuota” di Raymond Guerin.
Mentre lo leggo arriva l’alba. Ogni ora vado a fumare una sigaretta sul balcone. Minuscole forme di libertà sotto spirito. Arriva l’alba e quasi mi sorprende, come se fossi in realtà convinto dell’interminabilità della notte.
Fumare senza aver preso il caffè fa un po’ schifo, lo ammetto. È come se il corpo ti andasse in frantumi ad ogni boccata. Come il sinistro marcatempo di una veglia obbligata, come quando hai la febbre e mal d’orecchi e non puoi dormire; ogni sigaretta è un finto colpo di grazia, perché tutto ritorna comunque uguale a prima.
Mi sono informato su Guerin. Ebbe una vita difficile, che novità, e morì a cinquant’anni, molto amareggiato e lontano dalla scena letteraria. Ed io ora lo sto leggendo, infliggendomi delle sigarette come promemoria di vigilanza, alternando comportamenti e sparizioni a seconda del capriccio dell’umore.
Leggo Guerin, il libro è breve, lo terminerò presto. Ovviamente ignorerò le nuove uscite in libreria, a meno che non possa innamorarmi di una curiosità. Ma a me la letteratura d’intrattenimento non piace per niente e gli scrittori brillanti e compiaciuti li trovo detestabili e vacui.
Alle cinque e rotti arrivano i netturbini e il silenzio viene spezzato dalle loro urla; scherzano tra loro, sbattono i cassonetti con forza, infine sento il camion allontanarsi. Almeno tre notti alla settimana sono sveglio quando si occupano della nostra spazzatura, i nostri rifiuti di borghesi scrupolosi e differenziati, le nostre bucce, i nostri assorbenti, quel che non ci piace più.
È quasi impossibile scrivere senza fumare; detesto la sana abitudine di dovermi alzare per raggiungere il balcone o la finestra. Nelle mie case ho sempre fumato ovunque, sempre che non avessi tra i piedi conviventi salutisti o eccessivamente sensibili. Fumare sui balconi è da reietti, è da casalinghe annoiate. Fumare è un gesto intimo e molto personale, a dispetto dell’iconografia banale, addirittura a volte è darsi sì un contegno, ma un preciso contegno solitario.

Poco dopo le sei interrompo la lettura di Guerin. Mi sembra di essere sveglio da tre giorni, ma è una stanchezza flessuosa quella che mi porta all’ascolto di John Martyn. Non c’è niente di meglio che ascoltare John Martyn all’alba, in cuffia, con gli occhi pesanti e i sensi attenti, più reattivi per le troppe ore senza riposo.
La voce appassionante di Martyn, la sua chitarra con echoplex, finiscono sempre per rassicurarmi. Nel suo “Live at Leeds” è accompagnato da Danny Thompson al contrabbasso, e le atmosfere sono quelle che cerco, parole e suoni dalle stelle basse. Come Pharoah Sanders, anche John Martyn è un ideale menestrello dell’alba. Non ha avuto tutto il successo che meritava, John Martyn: ma è stato immenso.

Oggi a Napoli è tempo di una “notte bianca” quartierale con negozi sempre aperti. L’ennesima sciocca pagliacciata senza motivo, mi sa che farò in modo di dormire sonoramente. Non so come farò, ma i rumori della notte bianca proprio non me li voglio sorbire.
Vedo che insistono con queste notti bianche; io di notti bianche me ne intendo, credo proprio che ne abbiano travisato lo spirito. Non si resta svegli per comprare, figli di puttana, piuttosto per sognare e chissà, anche per consumarsi.
Non resterei mai sveglio per finire in un boccale di birra con qualche discorso intorno, non camminerei mai di notte per cercare un negozio che soddisfi le mie voglie stronze.
E pensare che ci ho dovuto ballare anche io, con questa roba. Ricordo che dovevo dare la disponibilità a lavorare la notte. E non la davo mai, perché me ne fottevo di risultare mansueto e collaborativo come chiedevano i lombrichi oleosi.
Farei qualsiasi tipo di lavoro notturno, ma non mi presterei, come non mi sono prestato, al giochino del commesso stakanovista al soldo dei perdigiorno da notte bianca.
Credo che John Martyn, se potesse, mi darebbe ragione. Lui di notte scriveva canzoni e beveva whisky, istigandosi alle utopie e condannandosi alla sensibilità.

LdP, 11 ottobre 2014

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