28/10/14

Il diavolo in verde


My devil had been long caged, he came out roaring.”
R.L. Stevenson

Poco dopo le quattro del mattino, in un sogno difficile, spietato e senza tregua mi raggiunge un demone.
Uno dei demoni della notte. Stavolta in verde, sotto spoglie di luce scura, con voce roca, una voce verso cui lancio un pugnale prima di svegliarmi.
E così, anche stanotte sogno demoni. Un classico del mio inconscio.
È frequente, molto frequente, che io sogni demoni, corruttori, ombre. Sin da quando ero bambino. Sono sogni molto realistici, nei quali sono sempre parte attiva, lottando o partecipando, e in molti di questi sogni sono io l'ombra, la parte oscura.

Guardo l'orologio e sono le quattro e dieci minuti. Mi sento la schiena pesante, come se mi avessero dato una sacca di frantumi da portare dietro. Passo per lo specchio del bagno e trovo al buio il mio sguardo luminoso e cupo, piscio, apro qualche finestra, accendo una sigaretta, mi piazzo accanto ad una finestra e guardo l'invisibilità del vento, che agita le foglie e crea continui mulinelli di carte nella strada deserta.
Vecchie poltrone. Vecchie coperte. Niente tende. Molto spazio e molto freddo.
La sigaretta dura troppo poco. Alcuni eventi lontani sembrano ieri, altri più recenti risultano seppelliti, smembrati, rinnegati fino al dissolvimento.
Ho strane sensazioni addosso.
Indefinibili, sfuggenti, reali. La percezione di essere capace di tutto e al tempo stesso di aver trovato rifugio in luoghi senza coordinate, dove non conta la storia personale, i trascorsi, le caratteristiche riconosciute.
Poche finestre accese, in questo panorama notturno di lontananza.
Dietro quelle finestre, chissà, qualcosa di fermo e tranquillo, o passioni smantellate, stick di rossetto vuoti, colazioni già preparate, impiccagioni alla Condé.
Ma non cado nella trappola. La lontananza, con i bastardi come me, tende a rendere tutto sognante, ma sono quasi sempre cumuli di ali bruciate che emettono fuochi fatui, visibili maggiormente di notte.
La lontananza, con i bastardi, funziona perché ti racconta di quel che non sei, di quel che non vivi, di quel che apparentemente perdi con il tuo equilibrio. Sono stato uno di quei bastardi idioti capaci di provare nostalgia per ciò che non conosceva. Sono stato uno di quei bastardi senza senso.

A quest'ora tutto è ovattato, e tutto sembra sovvertibile. Sono le tipiche sensazioni di un insonne seriale, e io sono insonne da sempre. A quest'ora la rivolta sembra sempre l'unica strada; se ti fai plasmare da questo senso di onnipotenza disperata sai che straccerai fiori come uno stupido, come un visionario rallentato, hai imparato che la distruzione è un lusso limitante.
Alle quattro e quaranta, secondo il mio orologio, mi chiedo se il diavolo verde mi è rimasto nello stomaco. Nello stomaco. Nella cassa toracica, che rabbrividisce per il freddo e sembra sputarmi fuori come un estraneo.
Questi sono orari in cui il diavolo vince, espropria, ti regala altre emozioni per poi riprendersi tutto, con brandelli della tua anima attaccati. Mi sono fatto corrompere tante di quelle volte, io che non riesco ad opporre un dio, un pretesto, un dogma diluito, niente.
Posso opporre me stesso. Unicamente me stesso.
Questi sono orari in cui puoi sentire chiaramente il richiamo di strade diverse, di strade che taglino ponti e comunicazioni con tutto quel che risulti minimamente conosciuto.
È una vita che taglio, scavo cunicoli per uscire dalla scena della tavolata, del brindisi, del letto peccaminoso e banale, per uscire dalla scenografia della cortesia e dell'abitudine alla bontà simulata, è una vita che rovescio vino sulla tovaglia buona, fuggendo senza voltarmi appena sento di risultare conosciuto, inquadrato.
Non bisognerebbe permettere a nessuno di supporre, anche solo lontanamente, quel di cui abbiamo bisogno.
Non puoi saperlo. Non devi saperlo. Non devi sapere nulla di me. Nulla.
Se scrivo, non mi rivelo affatto. Non c'è nulla da rivelare e ancor meno da condividere. Meglio conoscere il meno possibile di uno che scrive. Ignorare chi sia, cosa voglia, in cosa speri. La conoscenza inquina l'amore, quando l'amore vuole essere un'imitazione ben riuscita.

Se uso la prima persona, non sono io.
I miei incubi sono i miei.
La mia storia è bruciata.
Agli abbracci preferisco gli sguardi. Alle mani preferisco la devozione. Al sesso preferisco il volo notturno. A Dio preferisco le luci dell'alba, e la musica. Agli amori ideali preferisco la fratellanza silenziosa. Ma veramente silenziosa. Nessun contatto. Nessun abboccamento.
Ai ricordi, ora e sempre, preferisco me stesso e la mia vita.
E per finire, alle promesse da marinaio preferisco il percorso che si interroghi, sì, ma senza la molestia di certificarsi agli occhi degli altri.


Luca De Pasquale, 28 otobre 2014


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