03/10/14

Il basso, non la chitarra

5:57 am

La vecchia due palazzi più in là, dal finestrino del suo bagno, mi spia mentre fumo. Ma che vede? A quest’ora e con questa luce, posso solo essere un tizzone nero con una brace rossa, su un balcone a odorare il vento.
Inizia il movimento dei pendolari sulla tangenziale, poco lontano stanno ritirando l’immondizia, c’è un uomo con il suo cane, nei giardinetti dietro la curva.
La cosa splendida di quest’ora è che sei tu e il tuo destino. Nient’altro. Niente che possa interferire, inquinare, ricomporre forzatamente, suggerire pezzi di percorso. A quest’ora sei solo, ed è fondamentale.
È una sensazione di profonda solitudine, che in molti temono. Ma io credo che troppe rassicurazioni rendano le persone dei cialtroni, delle elemosine ambulanti, perché la pretesa del bene è sciocca quasi quanto il non voler pensare alla morte.
Questo vento che sa di salsedine, di fiele, di sonno. Penetra sotto pelle, ti scuote con un brivido minore, ti ridicolizza con un’impennata, ti allontana dalla farneticazione degli errori, ti rende una piccola stazione di passioni non più sorvegliata dal capostazione, disperso, forse annegato, forse arruolato, di sicuro irregolare e dimenticato.
A quest’ora non ti devi spiegazioni, e forse non ti devi più nemmeno colpe. A quest’ora devi accettare, e renderti conto di quanto le tue misere rivendicazioni siano un’illecita distrazione dall’essenza, una deviazione che da vizio si tramuta in sordida avventura sotto anestetico.

In questa luce, in queste ore, puoi vedere tutto il deserto ai lati delle scuole, dei giardini, l’abisso nascosto nei negozi profumati, l’evidente presunzione degli appelli e delle preghiere, la pochezza dei vincoli obbligati, l’inutile biascicare che si fa attorno all’idea che l’amore sia una creatura da convertire ai nostri bisogni.
A quest’ora è come annegare. Come esplorarsi senza ospiti, come riposare di una nuova stanchezza su cui costruire incerte ed affidabili volontà.

Una donna grassa stende i panni. Io guardo senza guardare, ho l’impressione che il cielo sia solo acqua rappresa, che cadrà tutta insieme e diventeremo tanti sogni urlanti senza più casa.
Farsi dei regali per confermarsi. Pensare lecitamente di volere di più e meglio pur di non sentirsi a rischio di immobilità.
A quest’ora nessuno può chiederti di correre e di sorridere all’obiettivo. A quest’ora nessuno può sognare che tu scriva, reciti o migliori.

Poi iniziano gli odori, i rumori, e le scene si costruiscono disordinatamente. Nessun giorno prosegue veramente il precedente, ogni giorno è una nascita in miniatura, senza fiocchi celebrativi e senza il registro con i soliti nomi, come a scuola. Ogni giorno è un tentativo di colori, di luoghi, di poco coraggiose dipendenze. M’importa poco o niente che qualcuno mi riconosca, anzi niente. L’idea che qualcuno possa ricordarsi pezzi di me, pezzi dei miei giorni, mi infastidisce. Preferisco non essere identificato.
Poi, va anche bene che al bar ti diano il “solito”, che il negoziante ti faccia un segno con il capo, che una voce amica ti raggiunga a sorpresa, che un abbraccio ti ricordi il benessere e la partecipazione. Ma è meglio non lasciare troppe tracce, e comunque non scriverci sopra.

Molto meglio quella canzone dei Police, “O my God”, che giustamente recita: “Everyone I know is lonely / and God is far away /  And my heart belongs to no one / So now sometimes I pray”. Una canzone che ho sempre amato, sin da ragazzino, per via di quel basso che ti riempie, un basso orologio, un basso ingranaggio, un basso desiderio.
Perché mi piace il basso, non la chitarra. L’ho sempre detto, ma da bambino non mi hanno sentito bene: “Il basso, non la chitarra”.


LdP, 3 ottobre 2014

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