26/09/14

Silenzio 76


Non hanno ristampato tutto il catalogo del grande Mick Karn.
Neanche i dischi di Flavio Giurato. Figurati se qui in Italia ci pensano.
I Green Magnet School sono fuori catalogo. Li trovi forati sul mercato americano, non se li caca nessuno.
Maledetti incapaci, i discografici. E il pubblico forse di più. La maggior parte del pubblico. Mp3 come se piovesse, mentre si spazza, mentre si digerisce la pizza, mentre si flirta con Mr. Verde, mentre si compilano curricula.
Quando sarà, seppellitemi con un pacchetto di sigarette e il primo degli Alice In Chains.
Potrò andare all'inferno con una certa calma.

“Ciao bello”, mi dice il corriere che mi aspetta fuori al parco, “sei tu Luca De Pasquale?”
“Sì”
“Tieni, bello”
“Dove devo firmare?”
“No... noffirma, bello”
“Sicuro?”
“Noffirma, ciao bello”
Scompare. C'è un sole atroce, uno degli ultimi scherzi dell'estate. Lavori nel parco, alacri lavori di manutenzione. Me ne frego, qui sono tutti proprietari, fatti loro, sono loro ad andarci bene. Io sempre stato un inquilino, ho la mentalità dell'ospite in perenne partenza, mi preoccupo poco e niente.
Non sono mai andato da un notaio per una transazione finanziaria, con una bella cravattina a fiocco di cazzo in petto. Sono un roditore da motel e da pensione una stella, che ho frequentato in tempi di difficoltà, le lenzuola sporche di sperma e il rotolo di carta igienica già finito, i peli pubici nel bidet e il dispenser del sapone pieno di un qualcosa che somigliava alla ricotta andata a male.
In una delle ultime notti nel b&b per salutisti, mi capitò a fianco una coppia che ci dava dentro.
Lui aveva una voce strozzata, da doppiatore cocainomane, e continuava a ripetere “Anna, siediti sul cazzo. Siediti lì, Anna, Dio, siediti sul mio grande cazzo”.
Accidenti, che autostima.
Andarono avanti tutta la notte, all night long, e si sentiva che lei gemeva in un certo modo per contratto ambientale e affettivo, doveva assecondarlo. L'uomo, in compenso, mostrava una gran buona volontà, perché il rumore ritmico del letto segnalava un certo impegno flessorio.
Nient'altro che ginnastica ad Arlecchino ritto.
Io, invece, fumai tutta la notte. C'era una donna che continuava a mandarmi degli sms fumosi, veri e propri acquitrini, indizi di passione senza alcun senso della realtà. La donna era legata e mi solleticava sostenendo che le mancavo e che aveva per me un interesse che combatteva senza spuntarla.
“Non dovrei. Non dovremmo”, mi scriveva.
I suoi sensi di colpa mi lasciavano freddo. Non era la prima volta che accadeva roba del genere, un tempo ero stato uno specialista in materia. Rispondevo, stavo al gioco, aspettavo che non accadesse nulla, perché era scritto nelle stelle. Tutta fuffa, tutta suggestione, tutto angoli di pensiero e voglie che ci avrebbero spinto a masturbarci separatamente in pomeriggi noiosi.
Ne avevo pieni i coglioni dei legami, dei progetti, dei doveri, della positività quotidiana e d'alcova, dei figli sognati e portati avanti come scopo di redenzione, ne avevo pieni i coglioni delle famiglie che tifavano e degli imbecilli che profetizzavano. Ne avevo pieni i coglioni anche delle corteggiatrici da ricamo, svogliate e supponenti, e delle donne legate che appendevano le mie parole al letto come un portafortuna per sogni futuri e tuffi passionali troppo impegnativi. Passioni che restavano a mezz'aria, come orgasmi manomessi, come trappole di speranza, perché sia loro che io sapevamo quanto fosse più appropriato che rimanessero con l'ominide più inserito, l'orsacchiottesco fidanzato storico, il compagno bavoso con maggiore spirito pratico, lo scopamico attraente perché sempre ambiguamente in fuga.
Non capivo cosa volesse quella donna con quegli sms notturni, acquosi e poetici, tra John Keats e gli smile, pieni di puntini esclamativi e debordanti richiami all'arte astratta, della quale per inciso non mi è mai fregato un cazzo.
Io sono uno che quando ama crepa. Crepa e brucia come un idiota.
Non ho il senso della misura. Mai avuto. Mi faccio male. Sbatto contro il cielo e torno indietro come un proiettile. Ho un temperamento votato completamente all'autodistruzione e non credo nei valori comuni, anzi li smembro ogni giorno perché mi soffocano.
Quella donna lo sapeva? Pensava di poter disquisire con me di dipinti puntillisti o parlarmi del suo grande amore fallito? Non sono il tipo. Non raccolgo confidenze e non ne elargisco. Le vetrate della vita sono sporcate dal mio sangue, perché tento sempre il volo come un uomo dell'aria, un pazzo dissennato.
E così, mentre Anna si sedeva sul cazzo del doppiatore, e gemevano quadrifonici, io flirtavo di morte con quella donna legata e sciocca. Flirtavo di rimando, di ripasso e di disperazione.
“Che bello che scrivi”, mi trasmise la donna. Le risposi, lo ricordo ancora, “Mah. Non diventerò certo famoso” e lei mi contrastò, dicendo che ero già uno di successo. Nella sua testa, forse, e solo per dieci minuti di insofferenza alla vita con il fidanzatino affidabile, il paraninfo sposabile.
Non farò come il doppiatore, pensavo, non ti chiederò di sederti sul mio cazzo; e mai e poi mai ti reciterei una poesia di Hikmet o di Eluard, perché le poesie non si recitano come sospiri nell'utopia degli incontri, l'unica poesia riconoscibile è la spaventosa solitudine degli esseri umani, che spinge ad uscire di casa e cercare di amare e farsi riamare da qualcuno.
Dopo il coito da sit-com in pay tv, sentii l'acqua scorrere nel cesso della stanza a fianco. L'uomo aveva finito il suo esercizio, e la donna era stata sicuramente la prima a cercare ristoro nelle abluzioni di rito.
Erano da poco passate le tre e anche la ricamatrice d'anima degli sms era andata a dormire, stanca forse della mia laconicità e del poco riscontro emotivo nelle mie risposte.
Poi, improvvisamente, superate le quattro, mi arrivò un suo messaggio: “Luca, hai bisogno di qualcosa? Ciao”
Spensi il cellulare, senza rispondere ulteriormente.
Accesi una sigaretta, il chiarore fuori sembrava un'illusione boreale, come illusoria era la mia libertà, stropicciata, polemica, vendicativa, rischiosa come ogni arbitrio troppo sospirato, sensuale ai piedi dei troni vuoti o inventati, linguaggio codificato per fantasmi da costruire con cura.

Luca De Pasquale, 26 settembre 2014

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