23/09/14

Miroirs et fissures


Arrivavi nei posti per ultimo, ti portavi a letto la padrona di casa e poi ti suicidavi. Le modalità cambiavano sempre, ma dopo aver voluto assaggiare il sentimento di essere in vendita perpetua potevi solo ammazzarti. Lo facevi senza biglietti, senza il gonfalone inguardabile della comprensione, silenziosamente, in tempo per la prima corsa del mattino o l'ultima della sera. Poi risorgevi e ti raccontavi qualche menzogna per poterti sedere a tavola con gli “altri”.

Quella sera a Livorno pensai seriamente di imbarcarmi sulla nave che avevo scoperto avrebbe raggiunto la Spagna e poi chissà. Pensai ai miei genitori, pensai che mi sarei fatto vivo solo dalla Spagna o da chissà, ma che così facendo li avrei uccisi nei bicchieri d'acqua che si portavano sui comodini.
Il resto poteva anche sparire. A nessuno avevo garantito presenza e durata. Molti non hanno ancora capito che la vita non è solo una scopata, o forse meno.
Non avrei dato più mie notizie. In fondo, basta il primo addio per dare la stura al resto. Se il mondo fosse stato più facile, avrei cambiato il mio nome, al quale tengo poco, in “Benoit Vertonghen” e avrei suonato il basso con il plettro in una band fiamminga di prog esoterico. O avrei fatto il cameriere in provincia. Ma niente divisioni del buonsenso, niente congreghe del mutuo soccorso, nessuna raccomandazione a vaffanculo ai confessori improvvisati e alle fate senza data di scadenza a lato dell'orgasmo.
Avevo ventuno anni. Ora ho il doppio di quell'età e permane l'ossessione cruda, ma con qualche fiore in più, di non dare notizie e coordinate. Più di prima, credo che le azioni abbiano precise conseguenze. Più di prima, credo che fermarsi alla chance malferma sia un gesto criminoso, occorre mangiare polvere continuamente, essere apolidi, naufraghi, anche solo nel pensiero. La stabilità affettiva non c'entra nulla con questo, nulla, assolutamente nulla. Ma niente è il capolinea, tutto semmai è assimilabile alle stazioni, ai moli, agli aeroporti: movimento, scoperta, insediamento, esilio, mistificazione.
I test per idioti che si trovano on line mescolano fedeltà, devozione e instabilità, l'affidabilità con la tranquillità, ma è solo un piatto indigesto con troppe spezie, e nulla è vero.

In troppi prima di scopare devono ridere. Come se poi fossero autorizzarti a divertirsi anche in modo. Le risatine prima di scoparsi mi hanno sempre fatto schifo. Devo essere simpatico e brillante per rendere elegante il gesto di cacciare il cazzo dai pantaloni?
E troppe volte, davvero troppe volte, ho sentito la solfa bonaria, fintamente bonaria, che il talento è riuscire. Non ne sono convinto. Il talento, e non alludo certamente ai miei, può essere una dannazione. Un limite, persino un'ostruzione allo sguardo.

I jeans sono vecchi e hanno preso un odore di chiuso anche quando sono puliti. Mentre vedo gente seduta ai tavolini di un bar, mi viene da pensare che a chi sta per morire si dice “vedrai, andrà tutto bene”.
Non capisco. O forse capisco fin troppo bene, ed è troppo da accettare.
Quando mio padre mi diede la mano, che era diventata gialla e piccola, e mi disse: “Sto morendo”, mi incazzai furiosamente, ebbi una reazione nevrotica e consolatoria.
Stava morendo. Lo sapevamo entrambi. Non sapevo cosa altro dirgli, io lillipuziano, soprattutto di fronte all'idea di una prosecuzione nella quale non credo e temo non crederò mai. Anche a me, che cerco di essere sempre lucido, venne da dire “andrà tutto bene” e mi trovai disgustoso, debolissimo, inutile.
Non so perché penso a questo mentre vedo gente che ride e sgomita sesso futuro al bar, so solo che bisognerebbe avere il dovere morale di credere in qualcosa per riuscire a non prendersi tutta la tempesta in attimi come questo. Bisognerebbe studiare prima per salvaguardarsi.

Eppure, avevo usato l'arte per prepararmi. Quanto si è arroganti, quando si crede di essere visionari e sensibili oltre la media. Ricordo con quanta saccente disperazione ho guardato i film di Zurlini, le storie di autodistruzione di Patrick Dewaere, i libri degli scandinavi senza luce, l'overdose di Dagerman, la musica più infida e insinuante, le parabole nero seppia. Sembrava un gioco tra esterno ed interno, il gusto che diventa qualcosa di simile all'immedesimazione, ma ho sottovalutato ogni cosa, come tutti quelli ai quali è stato detto troppo che sono intelligenti.

Oggi, senza drammi, senza sospiri e senza quel ridicolo temere per la mia sorte, posso dire di essere entrato in un film di Dewaere o di Zurlini, quello che intuivo è arrivato poi. Non sono solo film e solo libri, è la vita che appartiene anche alla vita vera.
Ci sono scelte facili, suggerite, protette, sorvegliate e scelte solitarie, a rischio, scelte-reazione, scelte-inclinazione, non scelte di protesta. Quando nuoti in questa seconda tipologia di acque, l'effetto di straniamento è un aggiornamento di condizione al quale non si può rinunciare più. E così, quando esco da un appartamento resto interdetto per qualche secondo, con il sentore di non avere la certezza di rimetterci piede; spesso ho la spiacevole sensazione che le persone siano degli attori assoldati da sorteggiatori del destino mai seriamente bendati.
Condizioni a rischio.
La pioggia non è purificazione, l'insonnia non è spessore, i nuovi e continui amori non gireranno mai tutti i fiori verso il sole, questo lo impari con il tempo e con l'ostinazione. La virata blu è un'immagine da santone new age con i piedi valghi. Trovare un dio non è un'illuminazione, forse ti sei solo stancato di scattare foto in cui c'è sempre qualcosa fuori fuoco: non è semplice ammettere che è l'occhio del fotografo a generare illusioni immature ogni volta che il gioco si fa insostenibile.

Mentre un tizio mi asfissia con la musica, con dati e nozioni che non vorrò trattenere, mi viene da chiedergli se ha mai sperimentato addii in vita sua. Non capirebbe la domanda e penserebbe che sono assai strano. Io credo di aver sperimentato degli addii, dei modi di conoscere e spezzare, per tentare di ritrovare quel sapore e quell'odore che nei miei scritti e nei miei pensieri vagano come fantasmi rispettati, emanazioni incomplete da scrigni senza chiavi. Afferrare e perdere, lanciarsi oltre e rincasare senza più bagagli, chiedendo a qualcuno di citofonare per te, di mediare per la simulata completezza di un ritorno alla base.

Anni e anni fa acquistai dei fiori per una sconosciuta. L'idea mi elettrizzò e per qualche minuto mi sentii uno degli ultimi romantici, un titano delle sensazioni, un galante interprete maschile fuori moda. Scelsi con cura i fiori, scrissi un biglietto, arrivai al suo palazzo e mi fermai. Mi accorsi che stavo compiendo quel gesto unicamente per me stesso. Mi stavo dando dei chilometri da macinare e forse delle labbra come piazzale di sosta. Consegnai i fiori al portiere senza il biglietto e tornai da dove ero venuto, e cioè da una vetrata appena bagnata dalla pioggia, o magari da una canzone di Chris Rea, “On the beach”, che mi piaceva moltissimo.
Oggi non ricordo le fattezze di quella donna, ma ricordo l'atmosfera e ho uno sguardo riassuntivo sulle aspettative che mi agitavano. In quei giorni piazzavo cariche di dinamite in edifici vuoti, questo mi sembra oggi.

È da qualche mese che vado a ritroso per ampliare ulteriormente lo sguardo. Non è un esercizio semplice e men che meno un de profundis. Forse calpestando vecchia sabbia si riesce a vedere il veliero più illuminato e inatteso della notte. Forse è così che funziona nei film di Zurlini e di Dewaere. Muoversi e stendersi su strade un tempo conosciute evita l'assuefazione all'indistinto, forse è il passato il ponte più stabile tra presente e futuro.
Chissà quel mazzo di fiori come sarà stato preso. Magari avrà favorito un amore più sincero del mio, magari ho osato il gesto che il vero cavaliere aveva paura di compiere. Cyrano al neon, stanza senza numero, biglietto senza firma, comparsa ritardataria su un set di Zurlini, tante eccessive astrazioni ma la capacità di sentire il vento sulla pelle e il desiderio nei vestiti che si evita di indossare in pubblico.

Luca De Pasquale, 23 settembre 2014

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