25/09/14

Fretless


Il mio strazio, per me, è il sonno. Se avessi sempre dormito bene non avrei mai scritto un rigo”
Celine

Facevo sogni che le donne con le loro carezze sparpagliavano per riassorbirmi nella loro ombra”
Paul Eluard

Nubi, cielo sgombro e di nuovo nubi.
Il film con Alain Delon senza volume sulla rete privata fino a tarda notte, due libri squadernati, letti saltando all'indietro, senza ordine e senza usare i segnalibri.
Il disco dei Karcius, quel brano che inizia con il pianoforte, che sembra musica concreta e nostalgia, e poi entra a sorpresa il basso fretless che è il linguaggio, forse l'unico, che riconosco subito e che mi riporta a casa sano e salvo.
Parlo con una persona molto credente, mi dice che non si sente “un buon cristiano” perché non riesce ad accettare con rassegnazione “la croce della vita, che va portata”. Quando si parla di queste cose, io mi imbarazzo sempre. Si tratta di una materia che non conosco, che non comprendo, e dalla quale sono troppo lontano per sperare anche in una sommaria compenetrazione.
Non ho la minima idea di cosa significhi ambire ad essere un buon cristiano. Conosco altre perdizioni, che ogni giorno incidono, svuotano, accendono lembi di pelle, evacuano edifici pericolanti e mi permettono di andare ad abitare con calma i posti abbandonati dagli altri.

Esco di buon mattino con un maledetto ombrello appresso. Amo la pioggia e detesto gli ombrelli. Vorrei spezzare questo schifoso ombrello e lanciarlo lontano. La donna della tabaccheria oggi è gentile, forse perché sono solo. Quando mi ha visto in compagnia non è stata altrettanto cortese; ma sarà una stupida impressione.
Nello studio del medico, ci sono delle donne che mi guardano quando io guardo altrove. E questo accade non perché io sia attraente, ma solo perché sono una piccola novità in questo piccolo posto dove tutti si conoscono almeno di vista. In particolare, c'è una ragazza con un colore di capelli impossibile da definire che mi guarda di sottecchi, ma stranamente non sento orgoglio e compiacimento.
Attraente come un angelo storpio. Che non si fida di nessuno, a cominciare da se stesso. Guardo l'ombrello poggiato sul muro, la sala d'attesa odora di caramelle alla mente, di profumi dolciastri e di muffa tenuta a bada.
Questa sala d'attesa è più grande dell'ultimo posto che ho abitato. Lì dentro ero un topo con le bretelle e prima o poi mi sarei spalmato contro il muro.
Quando esco dallo studio del medico, quasi mi sembra di essere andato a vendere il mio corpo; mi sento estenuato senza motivo e ho ancora questo cazzo di ombrello nella mano destra, questa protesi di prudenza che mi fa orrore e mi rende ridicolo.
Saltare a piedi uniti nel vuoto e accorgersi che è una pozzanghera.

“La bellezza sarà convulsiva, o non sarà”, scriveva Breton. Niente di più vero. Quiete e bellezza non possono andare d'accordo, non si armonizzano che per brevissimi periodi.
Tutto in queste strade, intanto, parla di un tentato benessere. Tentativi, tentativi e tentativi. Le donne che incontro nel supermercato continuano a comprare yogurt ed ingrassare, gonfiarsi di una smisurata pigrizia, gli uomini parlano di Napoli-Palermo 3-3 di ieri come se invece si trattasse dell'invasione della Svezia da parte della Svizzera.
“Connettiti con noi su facebook: parrucchiere Erraneo Gianni Stylish”. Leggo questo a4 vergato con un pennarello e mi viene da sorridere. Ancora con questa volgarità del cognome prima del nome. Stylish. Stylish un cazzo. Non capisco quelli che fanno amicizia con i centri abbronzanti, le sale massaggi, le ricevitorie, ma dovrei essere meno spocchioso e chiedere il contatto alla sala giochi all'angolo. Così potrei dire di abitare qui e di essermi integrato.
Faccio una gran fatica a trovare la bellezza. Forse i miei occhi sono raffreddati, o forse queste strade non nascondono alcun tuffo, alcuno sprofondo che contenga qualcosa di più del semplice e inflazionato rischio.

Antonio mi fa vedere le foto della sua nuova compagna sull'iphone.
Guardo distrattamente, vedo solo una montagna di riccioli, troppo rossetto e la classica espressione da cornice a cuore. Antonio sembra invasato da questa nuova relazione. Probabilmente ne parla con tutti. Mi piacerebbe anche dargli soddisfazione, ma queste cose non mi entusiasmano. È solo un'istantanea dalla sua nuova fede. Lui non ha paura che gli altri gli rubino quell'emozione, anzi pretende di condividerla compulsivamente e di vedere omaggiata la sua imperdibile fortuna.
Ma l'amore è il suo, non il mio; e anche l'iphone. Antonio si perderà, in tutti quei capelli ricci, in quel sorriso così regolare, bianco, rassicurante come una torta della domenica.
Ho di nuovo in testa il pianoforte del pezzo dei Karcius mentre lui parla; quando arriverà il basso fretless sarò distante come un'emozione scommessa anni prima, invecchiata, affascinante e vacua.

Questa giornata è una puttana dalle spalle scoperte.
Ho voglia di toccarle il collo e intercettare i brividi, la pelle d'oca e la voglia; per un tramonto educato. Per una sinfonia non pretenziosa e con finale agrodolce. Per una chitarra spagnoleggiante da far marcire nella retorica della passione. Per la resistenza ai bisogni. Per la luna che falcia le passioni come in un gioco a premi. Per il gusto del precipizio e il retrogusto dell'anima. Per questa scrittura su bloc-note, diseguale, mancina, ferita dalle suppliche abortite e dalla musica spesso rinviata.
Per questo rituale di raccontarsi in febbre e ritrovarsi in equilibrio, per la scomunica dei figuranti, per la corposa abiezione di una presenza che chiede, esige, racimola e sventa.
Quando inizierà il fraseggio di basso ricomparirò come una sorpresa, e finirò non so quando. Sicuramente non con la luce del giorno.


Luca De Pasquale, 25 settembre 2014

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