15/09/14

Fiammiferi svedesi


“Tu mi avvolgi, e io ti contengo”
Jean Genet

Ogni ritorno è eccessivo, faticoso, contraddittorio.
Ogni fuga è eccessiva, tagliente, diversa ma non nuova.
Ogni possibilità è uno sperpero.
E ogni pozzanghera non è altro che uno specchio di assurda timidezza.
Dolori di stomaco a prima mattina, dopo una notte di incubi e di colpe. Notte di musica mancata, di strade centrifugate, di incidenti in serie, incidenti giocattolo, incidenti di età e superbia emozionale, mareggiate di fantasmi.
Confidenza con i fantasmi. Troppa. Attitudine. Predilezione per le ombre e pochissima pazienza. Sempre meno, sempre più a caro prezzo.
Il libro di Strindberg che sembra sempre arroganza.
“Lei è così giovane, lei è ancora così giovane”
Per cosa? Rispetto a cosa? Dunque non conta il peso del tempo in eccedenza, i sogni tirassegno, le lune private, il cattivo sapore dell'impazienza?

La foto viene scattata, di me si vede solo l'occhio sinistro, quello più abile. Gli animali da compagnia mi amano. Perché sono prevedibilmente imprevedibile. Posso essere presente quando non ci sono e completamente assente quando mi muovo accanto a loro.
Le curiosità finiscono per trapassare le persone e finire su muri sporchi, spiattellate, gocce di marmellata mal riuscita, lacrime di scommessa.
“Lei è ancora così giovane per...”
Per. Fracasso il vecchio orologio, con cui ho lavorato una decina d'anni. Marcava le pause, le estenuazioni, l'obbligo del cartellino, marcava il senso di schifo e il bisogno folle di divagazioni. Che idiota.
Bruciavo. Cazzo se bruciavo. L'inutile candela della prossima notte. Rigorosamente della prossima notte, mai della precedente.
Ho rotto quell'orologio. A suo modo, è stata una nuova fuga. Nuovo tempo e dormitorio di lune.

Passa lo scuolabus mentre cerco di non cadere sul pietriccio.
La sigaretta non aiuta il mal di stomaco. Le teste dei bambini ondeggiano sui sedili. C'è il sole. C'è crudeltà dappertutto. Io sono parte di quella crudeltà.
C'è precarietà dietro ogni gentilezza e molti impazziscono solo per piccole dosi d'amore che aiutano a dimenticare il mai accaduto.
Lo scuolabus scompare dal mio sguardo. Il sole mi acceca. Odore di cornetti e strisce di sicurezza nell'autocertificazione patetica della propria sensibilità.
La poca luce aiuta a cercare il buio e non viceversa. Al bar lo stallone laziale corteggia le due turiste tedesche, e la sua faccia sembra un'anticipazione di un cazzo duro e ottuso, sempre voglioso. Le mie braccia leggermente ambrate sono più che altro resistenza a pareti trasparenti, ad oppressioni prevenute, sono difese in movimento, sono gesti che non ricordo mai, sono pezzi di un uomo.

Alle sei del pomeriggio mi accorgo che è quasi notte. Sono tornato e l'inverno si è prenotato alla chetichella. Rincresce uscire. Mi informano di allegre evoluzioni di uomini più leggeri. Non invidia, non emulazione e nemmeno fiera distanza. Mi sembrano solo foto segnaletiche che non riconosco.
Molta luce, pochi sguardi. Buio quasi completo, onde. Meglio così.

Luca De Pasquale, 15 settembre '14

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