21/09/14

Estraneo


Passare dieci anni nello stesso ambiente e non sentire mai, nemmeno per un attimo, di farne parte. Intrattenere rapporti, conversazioni estemporanee, misurate confessioni, condividere nervosismi, mezze aspirazioni, scampati pericoli, banali tensioni. Eppure, non sentirsi mai parte del tutto. Oggetto estraneo, isolato, equivoco perpetuo sulla nube temporalesca più defilata, oggetto non identificato e ovviamente mal definito.
Mai, nella mia vita, mi sono considerato parte di un insieme, di una comunità, di un team, di una famiglia o peggio di un clan, di un corpo di lavoratori, di una comitiva di amici. Mi crea problemi l’assemblaggio dei pezzi. Mi indispone la configurazione dei limiti. Non concepisco sottomissione, gratitudine a vuoto, il confine stabilito dagli altri, la blanda accettazione di quel che non si è scelto.
Per dieci anni ho lavorato nello stesso posto, mi sembrava un miracolo alla rovescia, una necessità elevata parzialmente a metodica rassegnazione, ma non c’era in me un briciolo di convinzione e di appartenenza. Di complicità ambientale e di reale condivisione. Ancora oggi, quando qualcuno mi ferma e mi ricorda i “bei tempi” e “l’atmosfera iniziale”, io divento un mostro taciturno e sogno solo di scomparire velocemente.
Categoria: i venditori di dischi. In Italia non esiste tale categoria. Chi continua a vendere dischi è solo un disadattato, spesso fieramente. Ma non c’è da categorizzare. Non c’è da sostenersi. Ognuno costruisce guard-rail per la sua pazzia e per il quasi scontato esito del movimento a perdere.
Categoria: giovani (un tempo) scrittori napoletani. Questa categoria è una forzatura perversa, una definizione di comodo e di ipocrisia, buona per chi ama riempirsi la bocca di aria “costruttiva”. Non mi sono mai sentito un giovane scrittore napoletano, né giovane né scrittore secondo il sentire comune, e quanto all’essere napoletani ne vado fiero ma non  vedo cosa cazzo abbia a che fare con l’espressione, con la creatività e soprattutto con la grottesca annessione ad un movimento inesistente, basato su leggi storpie di pura ed assoluta convenienza.
Sentirsi parte di qualcosa si dice salvi spesso il culo. Si dice che faccia sentire protetti. A me è l’esatto opposto. Mi manca il respiro se tutti sono al loro posto, con quelle facce ottuse e convinte, ognuno come uno di quelli che negli aeroporti portano l’insegna con il nome del passeggero cercato.
“Gli amici del cinema del giovedì”. Dio ce ne scampi.
“La coppia vegetariana”. Orrore.
“Quelli della comunità intellettuale di recupero”
“La migliore amica della mia ragazza. L’ex fidanzatino storico trasformato in modello di amore irripetibile ma ora dolcissimo amico”
“La zia fascista e bigotta ma è pur sempre tua zia, no?”
E tu, tu sei sempre il figlio di quella storia che tutti ricordano e che tutti amano evocare continuamente, con quel rispetto fastidioso perché impostato a perenne comprensione, ad emotività sgusciante, a poetica sublimazione piena di silenzi carichi di retorica. E tu sei quello che vendeva dischi nel negozio “al centro di Napoli”, e “com’era bello quel periodo”. Tu sei quello che ha scritto il libro nel 2004 e poi si è fermato, “perché è difficile fare lo scrittore a tempo pieno”.
Tu sei romantico, sensibile e contraddittorio. Tre definizioni che si pestano i piedi, si leccano in pubblico, si scopano senza ritegno e infine muoiono senza gloria.
Ne ho sentite di idiozie. E non ho quasi mai risposto. Definizioni, suggerimenti di definizioni, curiosità a termine, peggio di una sveltina, avrebbe più senso titillarsi i genitali senza giocare alla psicologia da piscina sulfurea.
Ricordo una volta una donna che mi disse: “A te piacciono le relazioni. A te piace tanto costruire e star dentro una relazione. Non ti piacciono le storie occasionali, a te piace l’equilibrio della coppia e la costruzione”
All’epoca non sapevo nemmeno se preferivo il caffè o il cianuro, se farmi prete o andare a regalare il cazzo in giro. Non capivo quella donna di cosa stesse parlando e soprattutto di chi.
Evidentemente, le faceva piacere –per qualche oscuro motivo- pensare a me come ad un costruttore emotivo da competizione, un guerriero del segno più e della dolcezza da orsetto che sorride, scrive poesie (mai scritte), ti chiava ma poi lo trovi dove lo hai lasciato.

Per dieci anni ho percorso corridoi, ho svoltato angoli, ho indossato divise, ho parlato con persone e mi sono fatto conoscere senza fregarmene delle conseguenze, ma era come se mi muovessi in un videogioco con sottotitoli in arabo. Ogni tanto sparavo a qualcosa che si muoveva e ogni tanto perdevo le tre vite d’ordinanza, trasformandomi in uno zombie, in un desaparecido con un pessimo contratto e una pessima retribuzione.
Da quel che ricordo avevo anche un nome scritto su un cartellino di riconoscimento, come un pupazzo del cazzo, un omino di servizio “a disposizione”.
Detestavo che il mio nome potesse essere letto e memorizzato, e soprattutto associato, inglobato. Non tanto all’attività che svolgevo, quanto al contesto, alla fissità straniante della situazione, alla pochezza dell’identificazione veloce, “quello che vende i dischi meno commerciali, quello un po’ strano”.
“Strano” perché la presentabilità mentale non è mai stata una mia priorità; mi piace lavarmi, profumarmi e non fare schifo, a volte sono anche un po’ vanesio, ma dell’aspetto della mia anima e testa mi frega pochissimo e solo nei giorni di novilunio.
Come nel lavoro, spesso stessa solfa nella vita privata.
“Lui è…”
“Lui sarebbe…”
“Ti ricordi N.? Lui allora è…”

No. Lui non è. Lui non è quel che pensi, non è nemmeno quel che pensa lui stesso, è uno. Uno. Un tizio. Un uomo. Lui non è quel che ti aspetti e quello su cui potresti puntare. Lui non diventerà come tu vorresti.
Non ricordate. Non fate collegamenti. Non fantasticate. Dimenticate.

Di fronte casa c’è un tizio che passa ore ed ore sul balcone a guardare nel vuoto. Pare che l’uomo non stia bene di testa. Ignoro quello che possa avere passato. Quando fumo, lui mi guarda. Sento la sua presenza e percepisco quegli occhi affezionati al vuoto. È inquietante. Quanto poco ci vuole per perdersi.
Del resto, chi sono per giudicare quello sguardo? Io stesso, alle prime luci del mattino, guardo nel vuoto o al massimo il fumo della sigaretta, alla disperata ricerca di un punto di somma, uno spazio in cui i conti possano finalmente tornare. Nelle ultime mattine mi sono focalizzato sul monastero che troneggia lugubre sui monti diagonali, oppure mi sono perso sulla tangenziale semideserta e parzialmente avvolta dalla nebbia.
Esiste un punto in cui i punti possano tornare? No, credo. Non con addosso la lucidità. I conti tornano solo in presenza della febbre, dell’alterazione, dell’esaltazione, di quel fomentarsi, quella coda di fuoco che finisce per ustionare la bocca.

Cantano gli uccelli notturni alle 3e44 del mattino. C’è un’afa insopportabile e le lenzuola sono insostenibili. I cuscini, due troppi, uno poco, zero ti alzi e cerchi aria. Percorsi che nascono da una vecchia notte e si servono delle nuove e di quelle che verranno. Inquietudine. Ruspe. Espropri. Crimini. Impossibilità di tornare indietro, a differenza di quando scrivi al computer. Notti che guardi i libri sui mobili e sui tavoli, ne hai letti meno della metà e hai evitato tutti i nuovi volenterosi narratori. Notti che ti aggiri come un Aiace giocattolo tra i tuoi ricordi, con una falce di zucchero e un pugnale altalena.
Notti che ti vedi sornione a rispondere ad altri estranei, “tempi duri per tutti”, ti vedi dire, e provi nausea per il copione che ripeterai a beneficio della protezione dei dati e delle maree, tutto è tuo e lo custodirai fino a soffocarti e dannarti sotto le sembianze di trottola.
Notti che i muri sembrano abbracciarsi per ridurre le distanze, che sono troppe per lo sguardo e mai abbastanza per lo stomaco, notti in cui la scrittura ti appare con tutte le sue debolezze, sangue di ferita, sciroppo amaro a festa conclusa, amante troia e stupenda, signora in nero, madre che non smetterà mai di morire e abbandonarti senza parole.
Notti in cui è facile ripensare a chi non c’è più e che tu sai non essere riuscito a rasserenare del tutto; ho cercato di ripagare l’affetto ricevuto ma intanto stavo coltivando ed esasperando tutte le mie incertezze e mi davo continue missioni di guerra senza possibilità di vittoria. Sensi di colpa come aborti annotati su un’agenda di donna scritta con tenerezza.
Notti in cui il vento fa male, carico di odori già smarriti, di intuizioni ferme alla dogana fantasma dell’incomprensione e dell’inquisizione interiore.
La gente vuole sapere perché il dolore compone parti del tuo corpo.
La gente pretende di venire a conoscenza degli eventi scaturenti, altrimenti si disaffeziona e si concentra su altro. Il dramma in carta regalo funziona, mentre l’estraneità è una galassia ambigua, irregolare, a tratti sensuale e corposa, più spesso associata alle tenebre e alle strade non illuminate. Di drammi in carta regalo ne ho visti e patiti abbastanza. Regali tardivi, quando le conseguenze erano già cicatrici grandi come hotel e il rancio della carità era già immangiabile da anni.
Sono uno dei pochi stronzi che si ferma a guardare quel baratro simulato che è il dolore da rendere commerciabile. Esito e perdo i treni. Esito e rinasco con altri vestiti trasparenti, uomo d’acqua e di insonnie, amante mai esistito, figlio protetto da tutto fuorché da se stesso, dittatore ghignante di un’inutile porzione di vento notturno.
A molti non piace e il bello è forse questo. Il distacco altro non è che libero arbitrio di una storia da compiere. Allontanandosi, bruciando.


Luca De Pasquale, 21 settembre 2014

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