19/09/14

Dans la neige


Tre di notte. Tre ore all’alba. Può andare bene. Può comunque andare bene.

Mi sveglio e il letto non è un letto, è come una sala interrogatori dopo un violento pestaggio. Ho lottato contro qualcuno, contro qualcosa, contro me stesso. Appena sveglio è come se non avessi dormito; e sento il bisogno di uno specchio d’acqua senza onde che evochi la calma, il dominio e la distanza.
Non ho voglia di parlare o scrivere del torturato rapporto con la notte e il riposo. Non è semplice insonnia. È qualcosa di più intimo e ancestrale, quasi una dolorosa dipendenza. È una scena in movimento per un lupo sperduto, e i lupi sperduti non credo si mettano a raccontare o cercare ascoltatori.
Qualche volta la notte ha odore di ospedale, o di fiori; di cucina, di oggetti familiari o di mare. Qualche volta la notte è un vero e proprio profumo, principalmente di assenze.
E il corso delle ore è una sequenza di porte e specchi, di specchi e porte, in un gioco che mi costringe a far passare gli anni, a invecchiare come a tornare bambino, un gioco che suggerisce di dimenticare e spinge oltre la percezione, vivere in anticipo o in ritardo, prevedere la direzione improvvisa, smembrare l’errore e dimenticare il referto sul tavolo delle paure.

Passeggio per le strade del ricco quartiere con gli occhi stanchi. Sui balconi, i domestici filippini sbattono tappeti, stendono lenzuola e spazzano spostando vasi di piante. Le persone che supero si perdono nelle vetrine, quelle che mi sorpassano sembrano avere tonnellate di sesso addosso da smaltire.
Ognuno rappresenta un pericolo emotivo per se stesso e per gli altri.
Io non faccio eccezione, posseduto sì da dosi di consapevolezza ma anche contaminato da virus irrazionali, streghe, fantasmi di ingratitudine e crudeltà, smanie di eversione in fondo mai sopite.
Da anni ho rinunciato alla continuità emozionale, nel senso che non pretendo mai costanza nelle sensazioni; so che il momento di gioia precede di poco l’abisso e viceversa. L’azione rassicurante può celare orrende sirene di asfissia e costrizione, mentre alcuni mezzi suicidi interiori possono preludere ad un sole imprevisto, screziato, senza Satana.
Non serve andare dallo strizzacervelli per accorgersi che ricevere affetto fa paura, destabilizza, quasi irrita talvolta. Ti sei abituato ad osservare una scena dall’esterno, tu nella neve, tu che procedi solo con il vento, tu che non chiedi, che non ricorri, che non consoli e non ti consoli, tu che usi gli orologi solo per darti fretta e sfidare il senso di morte. Solo quello, solo per quello.
È perversione ed io in questo sono un pervertito. Le attenzioni mi inebetiscono, ma ho la vitalità necessaria per non essere una merda o una pura astrazione.
Eppure, la linea di confine è solo un capriccio di neve, una striscia di ghiaccio che può essere spostata facilmente, o sommersa; sicuramente verrà fraintesa. Ma di questo non ha senso adontarsi.
Stamattina, in queste strade stiracchiate e noiose, sono una bassa frequenza, quasi uno scherzo. Osservo i passanti e non capisco i loro movimenti, avverto le loro voglie ma non mi riguardano. Tutto questo amore in giro, ribollente e frustrato, borbottante e malfermo, è pornografia di Dio, lacrime da oroscopo, sperma trattenuto e orrore di essere dimenticati, è traffico nell’ora di punta, sono chiodi nel muro già caduto, devo tornare al quadro di neve e da lì amare a modo mio.
Amare dal deserto e nel deserto, senza ridicole marce indietro, senza squallidi buoni propositi mutilati dal principio, amare senza benedizioni, senza acclamazione, senza invidia, senza smania di collezionismo, semplicemente amare.
Così impegnativo e folle che un uomo può morirci, o continuare a sognare nella neve che la libertà delle emozioni non si debba prima o poi pagare.

Luca De Pasquale, 19 settembre

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