22/09/14

Acqua alla rovescia


“Buon compleanno Matteo! Tanti auguri a te, tanti auguri a te... soffia!”
Padre, madre e Matteo soffiano su una piccola torta sul balcone del secondo piano di fronte, mentre io pensavo a John Gustafson, il bassista inglese, che solo oggi ho scoperto morto da poco tempo, nel quasi totale oblio.
La sigaretta è tutta storta perché il pacchetto è di quelli morbidi ed io quelli li distruggo nelle tasche, li polverizzo, li rendo delle palline.
In televisione, qualche personaggio quasi famoso imita altri personaggi poco più che quasi famosi, e l'aria è satura di una pioggia che non arriva e che sgombrerebbe il cielo basso da folate di pensieri incerti, in precario equilibrio tra involontarietà e vizio.

Oggi ho preso un taxi.
Il tassista è stato molto gentile, la faccia migliore della confidenza napoletana, abbiamo parlato come due vecchi amici, mi ha pure fatto uno sconto e le sue osservazioni erano genuine e realistiche, senza spocchia, senza obbligo di cortesia.
Non gli ho nascosto, e poi perché, che sono un lavoratore ultraquarantenne in mobilità, oggi è quasi alla moda. Si è dispiaciuto realmente: più di altri amici che avrebbero dovuto, secondo canovacci, strapparsi capelli e lembi di pelle.
Lui cinquant'anni, uomo in crisi che sa, e questo gli fa solo onore, di non potersi permettere di portarsi la crisi addosso.
Io, quarantadue anni e ne dimostro sette/otto in meno, anima fluttuante, sguardo curioso e stanco allo stesso tempo, musica, qualche vizio, pretestuose insonnie e acqua dentro, tanta di quell'acqua da annegare dieci lune di cartone e un istmo gigantesco con dentro il mio passato.
Acqua dentro, sempre, acqua ruggente, acqua dal sottosuolo e non dal cielo, acqua alla rovescia, acqua contro la corrente giusta, infiltrazioni nel sorriso e permessi negati, permessi negati in continuazione.
Io, che flirto con me stesso quando si fa tardi, mi accompagno a casa senza ombrello e non ci provo, non pomicio con il mio ego, non gli chiedo di proteggermi dal diluvio, io che valgo per quanto sogno e non per quanto dovevo valere.
Io che sono acqua alla rovescia e tentativo sfiancante di migliorare cercando prima di capire, cosa quasi impossibile.
Quanta acqua serve per rendere un uomo un temporale permanente e non un ventaglio elettrico, un passatempo accontentato?
Quanta acqua serve alla dignità?
Quanta alla buona riuscita?
Quanta alla migliore rovina?
Dubbi, dubbi, appannamenti del sole, chilometri involontari, io.
Quell'uomo mi piaceva, franco, forte e scoraggiato, saggio e ferito, rispettoso di una cultura sconosciuta ma pieno, con falle evidenti e giuste, della sua vita. Sono stato il suo passeggero ciarliero per una ventina di minuti, alla fine ci siamo stretti la mano con forza, senza esagerare, convinti.
Venivo da una mattinata difficile e tre notti senza pace, inquietanti travasi di realtà e sogno, presagi, idiosincrasie ricordate, cani neri da guardia, incidente sulle scale, agguato in una strada inventata, canzone mai ascoltata.
Venivo dallo sguardo insistente, ostile e insolente di una persona che non conosco, mi contentavo di silenzio, silenzio professionale da tragitto, e invece ci siamo messi in posizione di conoscenza, di scambio e infine di addio.
Mi ha parlato di una passione che non esce fuori, del suo bisogno di allontanarsi dal grigiore, della sua necessità di non appassire. Ho interloquito, quel che potevo: appassire forse è un atto di coraggio, chissà. Potrebbe essere anche intelligenza. Ma io non me la sento, e su queste cose sono un vigliacco che tiene un diario di bordo esposto alla pioggia, acqua che non decido io.

Ho riaperto casa.
Il gatto. L'odore di mio padre sembrava scomparso, mi ha turbato non ritrovarlo. Mi è venuta voglia di aprire tutti gli armadi, ma non avevo nemmeno musica in testa e gli occhi sembravano arrangiarsi da soli, senza supportare l'olfatto. Mi sono detto che non si può dire davvero se le cose sono al loro posto, perché è lo stato d'animo che determina l'ordine giusto, non l'abitudine.
E qual è il mio stato d'animo?
Vaga, ondeggia, si rifugia, si rifocilla, fa incubi e poi sorride, è solo la mercanzia esistenziale, il fagottino per un corto picnic al gusto formiche.
In casa mia non c'è mai stato un pensatoio e nemmeno una stanza dell'amore, non c'è stato l'angolo delle cartoline o delle foto di famiglia, l'altarino del lutto o i souvenir delle vacanze degli altri. In casa mia sognavo il vento e la continuità dell'oceano, ma quella non l'ho mai trovata.
Perché senza vento l'acqua non si increspa, non alimenta il vero movimento sul fondo, e così facendo seppellisce i parchi pubblici dove si usa baciare il cielo e pregare per un riconoscimento.

Luca De Pasquale, 22 settembre 2014

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