12/08/14

Uomini come pompini


Poco più di dieci anni fa uscì il mio primo libro. Quando appresi che avrei pubblicato, e non a pagamento, fui felice ma con moderazione, come al solito. Io sono bravissimo a guardare negli occhi le ombre senza distogliere lo sguardo, non è un pregio, è la mia essenza. Ombre.
Il libro non mi sembrava strepitoso, ma era simpatico. Almeno all'epoca. In buona sostanza, mi prendevo per il culo. E prendevo per il culo gli altri, con un certo spasso. Ma il tutto nasceva da una vena amara che è stata sempre socialmente contrastata, pena l'isolamento. Me ne fottevo di restare isolato: avrei potuto studiare musica ed altro senza molestie relazionali.
Mi fu facile tratteggiare disordinatamente i tratti delle persone che incontravo sul lavoro; si trattava di un contesto deforme, circense in senso deteriore, un melting pot di infamie, pettegolezzi, fotti-fotti senza spessore, si trattava di un negozio caotico che si dava arie di polo culturale, una cacata insopportabile.
Ero impopolare, incompreso. Incuriosivo, come sempre, ma si tenevano le distanze. Mi faceva piacere. Presi per i fondelli quell'ambiente finto familiare, pagai a caro prezzo. Qualcuno si offese, mi cambiarono di reparto. Si moraleggiava forte, in quel cesso di posto. Ma ci si comportava in modo opposto: ero additato come sconsiderato, provocatorio, folle, immorale, ma chi mi puntava il moncherino faceva molto peggio. Giocavo con il fuoco e mi scottavo. Nella mia vita ho rischiato sempre in prima persona. Sarò anche uno stronzo, ma è così.
Responsabili e dipendenti scopavano in tralice, c'erano le classiche leccate di culo, ognuno pencolava verso ciò che gli faceva più comodo, per poi ricusare alla svelta e scegliere nuove basi. Piccoli ducetti spelacchiati sceglievano i loro luogotenenti, caratterizzati da un febbrile servilismo. Mi sono visto passare avanti fior di decerebrati, ma era tutto previsto. Mi sono incarognito, per quel che potevo, cercando di rendere la cosa utile: ci ho scritto sopra, sbattendomene.
Finti amici, che dicevano di dolersi del mancato apprezzamento nei miei confronti da parte dei generali Sodomon, mi attaccavano senza scrupolo e decenza nelle stanzette polverose dei piani alti, o si attaccavano al gossip più sconcio e prevedibile, “ma tu lo sai che...”, ma anche un molto più vigliacco “Lui non è adatto, e che cazzo, ma che va cercando...”
Non ho mai realmente affrontato questa verminara; non mi piace, ancora adesso, chiarirmi con i vigliacchi, che si rimangiano tutto per paura di scontri.
Quando uscì il libro, in azienda si finse una parziale ammirazione, ma non poteva essere certamente così. Piccole invidie, peggiori di una candida da camping, spuntavano come folletti un po' ovunque. Dovevo fronteggiare il fastidio, l'ignorante supponenza dei facenti funzione, il fiero analfabetismo dei centurioni con la divisa macchiata.
Quelli che venivano definiti come “responsabili” erano i peggiori, con i loro piccoli e grotteschi uffici, dove dispensavano pillole indigeste di marketing buono nemmeno per condom all'essenza di mandorla; i loro soldati, veri e propri culi ambulanti con pomata laterale, annuivano e partecipavano al gioco facile del discredito, e non solo con me.
Dall'ambiente letterario, se così lo vogliamo definire, non ho racimolato molto di più. Lì l'arrivismo nauseante e l'egotismo mescolato alla smania di nuovi privilegi facevano ancora più danni. Ricordo chiaramente un paio di scrittorucoli che mi raccomandarono di preferire il saggismo musicale alla narrativa, era meglio avere un competitor in meno, anche se non interessato particolarmente alla visibilità.
Negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione del mio Ressel, ho avuto modo di incontrare molti scrittori, la cui frequentazione è durata giusto il tempo della piccola condivisione di un'antologia o di una presentazione. Certo, non sarò stato troppo simpatico ed espansivo, ma in molti soggetti era ben visibile la natura sfuggente, arrivista, l'ego compulsivo e ipertrofico, la smodata ambizione per diversi e più succulenti palcoscenici. Non mi sono mai davvero sentito parte, anche piccola, di quel mondo.
Quando gli anni sono passati e ne ho incontrato qualcuno, mi è stato chiesto se avessi scelto la saggistica musicale o se mi fossi definitivamente ritirato dalla scena. Domande piuttosto retoriche, con un certo compiacimento di fondo. Nell'ambiente letterario ci si augura spesso la morte artistica e non solo degli altri. Tutto quel che leggete su social network, blog, giornali e quel che ascoltate alle presentazioni al giulebbe di qualche epocale romanzo, è quasi tutto falso. Ci si schifa che è una meraviglia. Gli altri scrittori sono simpatici solo se non pubblicano, se qualcosa gli va in culo, se finiscono in una microscopica casa editrice a scrivere, vedi il mio caso, di qualche oscuro bassista fretless.
Ma se sei competitivo sei un avversario, e devi schiattare; stessa logica, stesso metodo, assaggiati nel postribolo commerciale, la letteratura nobilita quanto il pompino di una vecchia puttana se l'uomo è marcio dentro.
Certi uomini sono come i pompini: occasionali. E veloci, tutto accade di nascosto e con la patta mezza aperta e mezza chiusa.
Di pompini bipedi ne ho conosciuti, ognuno con la sua caratteristica peculiare, il tratto distintivo elargito da madre natura, quella stronza.
Il collega che viene a mangiare con te e poi ti sputtana appena rientrati in azienda, lo scrittore che ti fa i complimenti per un articolo o per una collaborazione e poi va in giro a dire che non sei capace, il narratore nevrotico che scopre quanto non puoi essergli utile e smette di avere rapporti con te, il responsabile aziendale che finge di averti mostrato il suo foglio di valutazione perché si caca in mano che tu possa contestargli i voti. Ma c'è di peggio e non si smetterebbe più. Gente che per restare al suo posto ti schiaffa in faccia i suoi figli e il fatto che non ghai famiglia, piccolissimi sottoposti che vanno a piangere dal Supremo Cazzone per elemosinare un ruolo marginale ma attivo, ex privilegiati che vanno in giro a dire che tutto si sorreggeva nelle loro sapienti mani.

Non per nichilismo, non per la famosa sociopatia, non per pessimismo cosmico modernizzato, non salvo nessuno dal diluvio. Non ho costruito un'arca di Noè per poter dire a qualche reduce che almeno lui non c'entra. Il calderone è pieno zeppo di merda che schiuma e ribolle, e in quella merda ci sono pure io, che non sono un santo e quando voglio posso essere un grande stronzo vendicativo.
Non pontifico sulla natura degli esseri umani, non sarei il primo e cadrei in banalità intollerabili, ci tengo solo a dimostrarmi che sono ancora lucido e che so combattere. Guardando le ombre negli occhi.
L'era dell'indulgenza verbale e del “laissons tomber” è definitivamente sommersa dal diluvio: ognuno per la sua strada. Non ho voglia di essere simpatico, esigo solo rispetto, ovunque e da chiunque. Non ho inserito in questa breve analisi dell'inondazione la sfera affettiva, che pure meriterebbe un capitolo a parte. Posso solo dire di non provare nostalgie di sorta. Chi doveva restare è rimasto, con pieno merito. Ma per gli altri figuranti non c'è la bonomia di prassi, è solo polvere, lava spenta, lapilli che volevano essere ardenti e scenografici e invece si sono rivelati solo schizzi di una moca difettosa.
Io non sono il giusto. Non il virtuoso. Non l'onnisciente. Non il talentuoso. Non lo spiritualista tutto sensibilità. Sono mosso spesso da impulsi indegni, da un'atroce propensione alla guerra, da un rifiuto perpetuo di ogni regola e consiglio, così come posso amare posso rispedire tutto al mittente e farci il fiocco di diarrea.
I vigliacchi mi danno il voltastomaco. E i pettegoli, che stupidamente da ragazzo chiamavo “i cazzi piccoli”, quelli si autodistruggono da soli, incapaci di guardare la voragine di guano e detriti nel loro giardino familiare.

Non cerco appoggi. Non li ho mai cercati. Mi piace fare da solo. Mi piace essere stimato senza per questo dover affettarmi il culo. Il novanta per cento delle persone che vedo a postazioni di quasi comando mi appaiono per quello che sono, dei ridicoli vermi in cravatta. Non porto deferenza alle bisce, ai vermi, agli arrivisti che sparano cazzate sulla folla idiota.
Rispetto al sorriso ipocrita, ai conoscenti conigli, ai ricordi modificati, preferisco la guerra.
Non esistono seconde e terze possibilità. Ad un certo punto l'ufficio pazienza chiude si chiamano i corpi speciali per ripulire la scena. È quello che sto facendo.
L'isolamento fa paura solo ai blandi esecutori e agli uomini pompino, quelli che ti capita ti guardino in casa, e ti squadrino l'intimo per una strana coincidenza. Ma si sa, il risultato di un pompino sparisce sempre, o in un fazzolettino o in una bocca.
Non resta traccia. E Dio resta lontanissimo dalla scena.


Luca De Pasquale, 12 agosto 2014

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