05/08/14

Scomposizione elettrica di un fiore di pezza



Palms: “Patagonia”. Scivola, intermittente, su di me. Amo questo disco dei Palms. Colora. Evapora. Mi riconsegna a me stesso.
Scrivo con “Short wave radio”, e intanto le nuvole bianche, oltre le mie finestre, si muovono in qualche modo. Palms. Belli. Un tempo ascoltavo i Cocteau Twins, usavo le chitarre di Robin Guthrie per la notte, oggi i Palms sono la degenerazione di quelle atmosfere, sono la mia crescita.
Il disco si chiude con “Anctartic handshake”, posso ben dire di essermi ritrovato completamente, anche se la tastiera del pc è satura di umidità e l'aria non si muove.
Non riesco a vivere senza pioggia e senza vento. Senza cieli scuri. Senza suoni pozzanghera, senza piccoli abissi sonori con ascensore.
Ci provo sempre con il jazz, ma non funziona. Non funziona proprio più. Ci provo con il pop, pop sempre sghembo e slabbrato, ma mi sembra di non emergere dalla nebbia. Un disco come questo dei Palms è come sono diventato, chi sono e cosa voglio, quanta rabbia ho convertito, quanto sono meno affascinante e più solido di un tempo.
Il mio disco del 2014 è questo dei Palms. Su Ipecac Records. L'ho trovato senza neanche volerlo. Come spesso accade, l'essenziale è fortuito.

Come mi appartiene l'apertura desolata, spaziale di “Triguna” degli Exivious, sono pochi secondi, ma sono io. Sono esattamente 25 secondi che sembrano provenire dal mio interno.
Tre estati fa ascoltavo “Hard times” dei Queensrÿche, unico pezzo suggestivo in uno degli album meno significativi della loro discografia, lo ascoltavo a ripetizione mentre continuavo a fare cazzate. Tre estati fa avevo deciso di rischiare tutto, con sprezzo di ogni accorgimento. Volevo rischiare e scorticarmi, “Hard times” mi convinceva a spalancare il tendone che nascondeva la deriva. L'autodistruzione mi interessava incessantemente, non me ne fregava nulla del giudizio altrui e delle sane cose della vita, aspiravo senza possibilità di equivoci all'autodistruzione.
Pensavo fosse meglio di tutta quella merda sorridente in giro, di tutta quella schifosa bontà con le mutande pulite e il sesso lumaca bavosa, mi sarei lanciato con un polipo in faccia in un mondo concluso di imbecilli, inetti, troie e lacrimanti. Un mondo che partoriva feti già morti, libri di schifo, solidarismo pretestuoso, innamorato del suo stesso morboso potere di inserimento civile.
Ad un certo punto ti stufi di asciugarti il cuore e il cazzo dopo ogni maremoto. Ragioni come una zoccola. Vuoi sognare? Bene, paga. Vuoi illuderti di un miglioramento e usarmi per questo? Paga, Cristo santo, paga e non dire una sola parola. Paga e non usare i santi per dare vigore ai contorni. Paga, fruisci, muori.
Poi una mattina ti svegli diverso. Improvvisamente. Ti stupisci. Sei ancora più vulnerabile. Dentro sei di burro, fuori sei acciaio opaco. Ti muovi in uno scenario post-industriale, decadente, degradato, ti raffronti con delle latrine umane e respiri i loro miasmi, ma dentro c'è gente che viene a mostrarti dei fiori e la vista dalle loro modeste terrazze. Vai in corto. Sei un animale, ma ti emozioni ancora. Sei bestiale, riottoso, diventi malvagio nell'arte della difesa, ma è uno spavento di bellezza quello che riesci ad intuire in qualche passaggio delle ore e dei venti.
Sei nato per sbaglio, cresciuto con i temporali continui, sei diventato adulto solo con il dolore e la precarietà, ma sei regolato da tracce minime di bellezza e di fuochi notturni, fatui e meravigliosi.
Guardi negli occhi lo stronzo che piscia fede maldestra, osservi con noncuranza il bastardo che ti vuole inculare nella vita pratica, navighi nel curriculum dei cazzi e delle sborrate, vieni presentato, prometti bene anche se non parli, scrivi e cancelli, scrivi e distruggi, scrivi e non dormi, sei un animale, sei irrispettoso con te stesso, oltraggi le tue dipendenze: eppure la luce è tutta intorno, è abbagliante e assurda, non è divina, è forse parte della tua resistenza e parte dell'amore che ti spetta.

Sono giorni strani. Le ho date, le ho prese. Sono convinto che i fiori cicatrice esistano, e che esalino uno strano profumo, lontano da ogni possibile rassegnazione. Forse è un trucco del diavolo, non so. Fatto sta che non ti sei fermato. Non hai consegnato le tue armi e non hai dichiarato di non riconoscerti per quello che volevi essere in partenza.
Sei forte dell'idea che nessuno mai potrà prenderti in giro, che quella soglia l'hai superata da tempo, sei galvanizzato dalle distanze utili più che dalla paccottiglia di frasi bonarie che ti hanno messo in tasca a tua insaputa.
Probabile che pensi ancora di morire da eroe.
Probabile. L'eroe è solo un uomo che resiste. Che non fa nulla di clamoroso, che accetta le contraddizioni. Che ha l'unico coraggio di sbagliare in modo sempre diverso e sentito, sincero, mai pilotato.
Se l'eroe è davvero questo, allora posso ancora permettermi un sogno di bambino, farmi onore nel mondo ascoltando tutto quello che ho dentro, vuoto in primis. Se così non fosse, poco male. Basta il susseguirsi delle notti, la continuazione della curiosità, il disco dei Palms e la voce di quei pochi che non ti provocano il voltastomaco.

Le contraddizioni spingono a scrivere. Pur affrontandole, si perde. Ti trascinano sempre in quell'inferno da fumetto che è l'impazienza, la ribellione, l'incolore pari in un incontro di boxe immaginario.
E più continuano a dirti che sei inadatto, più tu trovi la forza di baciare all'improvviso la persona che ti sembra più debole e sperduta, offri quello strano supporto che è il tuo sincero caos. Morirai prima tu, probabile.
Ma se veniva da dentro, se era un piccolo fiore elettrico tra scarti maciullati, ne valeva la pena.
Agosto è il mese in cui per antonomasia mi faccio a pezzi. Detesto la luce di agosto, la sua sciocca lentezza, e allora amo farmi a pezzi e ricompormi in qualcosa di leggermente diverso, un golem emotivo, un pupazzo abilitato a scrivere, un uomo di musica, sangue e ripari.
Stasera la cosa è rafforzata dal disco dei Palms. Durerà poco. Agirò ancora nella nebbia, sbagliando abbigliamento, mormorando confessioni al contrario, amando quello che sfiora l'anima e che gli idioti chiamano luce.



LdP, 5 agosto 2014

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