04/08/14

Profumo scuro su pelle smaliziata


Mi aiuteresti a scrivere una lettera d'amore, Luca?”
No.
Con l'amore non si scherza. Con la vita giochiamo ogni giorno. Ma l'amore, questo naufrago, questo pezzente fantasma, lasciatelo stare. Non tutto può finire a cocktail, a insalata, a scorciatoia.
Fatevi violentare dall'amore, completamente e senza sconti, e poi andate a fare testamento, velocemente.
Le lettere bisogna scriverle di persona. Anche sgrammaticate. Anche perdenti in partenza.

Fluttuo con “Here to go” di Beat Pharmacy. Si vola nello spazio e nel buio con la musica di Beat Pharmacy.
È come il ritorno in un grembo in realtà mai conosciuto. È questa utile certezza del compromesso evitato. Ascolto questo brano profondo e stratificato nella penombra, steso, senza domande e senza risposte, e sto bene.
Forse troppe sigarette. Ma non so chi abbia stabilito il limite delle sigarette giuste. Questa musica muove qualcosa dentro, ferma il corpo macchina ed alimenta uno strano piacere, come toccare una donna senza poterla guardare.
Deve durare poco, come tutte le sensazioni diverse dal solito. Deve durare poco ed essere un viaggio personale, non diffondere, non paragonare, condividere poco, pochissimo.

In mia assenza, hanno cambiato la serratura del cancello interno del parco. Resto cinque minuti sotto il sole, con la borsa a tracolla e la sigaretta divorata dal vento. Mi sento senza età e senza che il mio destino sia stato pubblicato.
Mi conoscono, poco, ma mi daranno le chiavi nuove. Sempre chiavi nuove. Sono l'uomo delle chiavi nuove. Sono l'uomo che cambia continuamente case e orizzonti. Di me rimane sempre poca traccia, ma la vita ce l'ho addosso, con pro e contro; a volte come un residuo di sesso sfocato, altre volte come salsedine ed errori, più spesso come un tramonto che si muove in tasca come quelle bolle d'acqua e finta neve che vendono nelle località turistiche.

A casa, ritrovo la gatta, gli odori, le cose, il tempo estivo di fronte a me, seminudo, tempo che non mi sarà amico finché non arriveranno le prime piogge e le prime sere di brividi.
La musica e la scrittura mi hanno diligentemente aspettato, sono stato loro infedele e non mi sono fatto tanti problemi. Oggi non provo nulla di accecante e doloroso. Sono compatto e scuro come una casa lontana. Sono adulto, come dovrebbero esserlo le assenze, le perdite, persino i ricordi.
So che sarò schizoide, imprevedibile con me stesso: romanzi, film francesi, telefilm tedeschi, jazz danese e finlandese, boogie, sigarette, Insomnia Pub e la mia voce al telefono. Non tutti i giorni sono epifanie di qualcosa, a volte basta contenersi, declinarsi, non stravolgersi, mettersi la musica in bocca e la rabbia fredda all'altezza dei fianchi.

Trovo quattro telefonate. Tutte della stessa persona, il collezionista di rock australiano Delinardo Cuoco. Ad agosto chiama. Ad agosto. Anche l'aussie rock d'antan è fermo ad agosto. Vuole che io sia il suo pusher, ma è pazzo. Ad agosto. Ad agosto non amo rispondere al telefono. Ad agosto le chiacchiere stanno a zero e devo aspettare che passi.
Accendo una sigaretta, lo richiamo.
Luca bello, ti ho cercato”
Ciao, Del”
Tutto apposto?”
Gira”
Non vai in vacanza? Io no, sai...”
Ti serviva qualcosa, Del?”
Sunnyboys, la ristampa”
Li avrai, ma a settembre”
Non puoi adesso?”
Non sono uno dei Sunnyboys, Del”
Non ce l'hai a terra, no?”
A terra non ho niente”
Cazzo”
Sorry”
Drogato. Drogato del cazzo. Approfitta dell'estate, Del. Ama la tua compagna. Mordile l'orecchio e fatti sentire uomo una volta tanto. Riesci a mantenere un'erezione media per otto minuti? Dimentica i Sunnyboys, fai l'amore con la tua donna e cenate uno spaghetto al pomodoro fresco stasera, con un po' di vino bianco frizzante.
Scopa, ama, indossa l'estate, figlio di troia rompicoglioni.
O, se preferisci, succhia un mango, fai un selfie alla scopata e non mi chiamare fino al dieci settembre.

Ho qualcosa da dire a qualcuno?
No. Credo di no.
Ho qualche messaggio segreto da immettere nella scrittura?
Lo escludo. Un tempo facevo queste cose.
Ho scritto cose che mi sono piaciute solo per il tempo in cui analizzavo la persona che mi aveva colpito. Poi crollava la persona ed io scrivevo roba totalmente diversa.
Chissà che stupido potere pensavo di poter padroneggiare. Idiota emotivo, un quarto di vitellone decadente, che tenerezza mi faccio ora, ora che la faccia è la stessa e il cuore è diverso, piazzato su un cuscino con solo la notte ad incombere, nessuna sovrastruttura.
Non sono innamorato di me stesso. Ancor meno di quello che scrivo e di come lo faccio. Sono suggestionabile dalle tenebre e dalla musica, sono come un girasole di polo negativo, ma non è attribuirmi un qualche spessore che mi renderà più interessante ai miei occhi.
Molti sostengono di sapere perfettamente cosa vogliono. A me interessa il tipo di luce, il sottofondo, il ritmo interno, le gocce d'acqua sulle labbra secche, le fontane accese di notte, il senso della vita come strumento di conoscenza, il dolore come compagno di qualche passeggiata dopo la pioggia, il tempo che passa come metronomo, l'idea nuova in cui credere come passo avanti e mai come religione. Un uomo normalissimo. Non conosco le mie qualità e mi occupo di trovare qualche stanza insonorizzata alle mie tare.
Non vendo fiori sul bancone delle parole. Non smercio più suggestioni dietro l'angolo, all'alba, come un ladro, un intruso senza coordinate. Provo a vivere. Provo a riconoscere tracce di splendore nel grigio sciabordio dei profumi scuri che mi piacciono. Il sole, solo poche ore al giorno e mai in faccia.
Non chiedo molto di più e non offro mai sogni che non conosco sul serio.

Ldp, 4/8/'14

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