24/08/14

Lounge self-destruction


Esci dalla vasca da bagno e ti senti più assurdo di prima. Prendi gli asciugamani in una scenografia di silenzio e tempo già impiegato. Vai al sole, automaticamente, come una lucertola senza coda, come un angelo grigio impazzito.
Il sole non ti dice niente, ma ti ci sei abituato. Il sole ti comunica la stessa noia delle chiacchiere degli esseri umani. Quelle chiacchiere a vuoto, durante le quali finisci per guardare brutti quadri, corpi di donna, punti inesistenti o trasparenti, macchie sul pavimento, momenti sbavati in cui ti declini come uomo ma sei solo sparizione, tormento e diversità.
La sincerità è un orgoglioso sputo in faccia. Non ha nulla a che vedere con l'etica. La sincerità è ribellione.
Sotto questo sole maiale, sole di agosto che tracima e sventra, sento la mia sessualità ben definita, il mio istinto di solitudine, e sento il mio percorso fin qui come un lungo tratto d'autostrada che mi ha risparmiato l'incidente fatale ma non il resto.
Troppi autostoppisti, troppe soste in autogrill scalcagnati, troppe avventure nei cessi, troppi respiri caldi sulle mattonelle zozze, pregando la carcassa dell'amore per un ultimo movimento, un riflesso agonizzante, un miracolo di espressione diversa.
Sotto questo sole marchetta, stiro i miei panni senza accertarmi che siano davvero asciutti. Si asciugano invece i miei capelli, mi viene sete e continuo a fumarci sopra, mi guardo le cosce, i piedi, le braccia e mi compongo al mio sguardo.

Entro in casa della gente e so che potrò farci poco, che capirò poco, che parteciperò poco.
Per me non esistono santi e rimpianti da santificare. Troppo fastidio.
Mi sfugge il culto dei morti. Se ci fossi caduto a tempo debito, ora sarei un uomo finito. La croce del rimpianto mi avrebbe tagliato in due e starei sempre ad implorare per una pace, per una pace qualsiasi con la quale faticherei ad entrare in confidenza.
Entro in casa della gente e osservo con attenta distrazione tutto quel che gli occhi mi sottopongono; ma tendo a partecipare poco, c'è molta nebbia tra me e le certezze del mondo.
Entro in casa della gente, eppure i legami mi appaiono quasi sempre come degli sforzi, delle lambiccate forzature, delle convenienze nevrotiche, degli atti di resa più che di amore. Mi sembra che anche il sesso, che dovrebbe essere un soffio rovente nei rifugi polverosi dei sentimenti, finisca per essere un gesto atletico sotto i piccoli riflettori comprati nel megastore per pochi euro, per convincersi del senso del rituale.
Entro in casa della gente e sono molto educato: ma è la sovversione che mi interessa e mi cattura. Forse la sovversione di quel che dovrei fare e dovrei essere, apparire. La mia mente si sposta immediatamente sul circuito malfunzionante e non sull'elemento certo.

Vado a prendere un caffè in un lounge bar con un amico. Lounge bar. Non significa un cazzo. La musica, una sorta di soulful house con battito suggestivo e dipanazioni elettroniche, coloriture groovy, sembra adatta ad un ottimo petting di contenimento e di illusione. Lingue in bocca, morsi, mani tra le cosce ed eccitazione da rimandare, quella particolare tipologia di petting che sembra sempre promettere troppo e mantenere meno.
Poi l'orgasmo è deludente, sei già staccato da te stesso quando vieni, sei dietro le finestre di un futuro ricordo mentre il tuo corpo ha un singulto che dovrebbe contenere una continuità controversa e folle.
Il lounge bar è un posto pulito, è un posto per fighetti con indumenti ben scelti e ben stirati, gli uomini presenti non sembrano essenziali e le donne profumano troppo, rendendo volgarmente preziosa l'idea di consumarle, dunque il vuoto. Quasi che piacersi prevedesse un iter progressivo ed ordinato, una prassi stipulata e mai contestata. Oltretutto, l'amico mi parla dei suoi grassi problemi di cuore. Noi quarantenni ormai facciamo quasi tutti schifo, con le nostre rovine di merda per ogni dove. La verità è che l'amore ce lo ha messo in culo più volte e dobbiamo fingere, perché così ci hanno insegnato, di aver mantenuto alta la dignità, l'ottimismo, la costruttività e altre puttanate di consumo.
Io ho fatto il possibile. E anche il mio amico, anche se adesso ha fatto i capelli grigi e una donna innominabile sempre nel cervello. Si innamorerà, prima o poi, e si rincoglionirà di nuovo. Cancellerà tutte queste lacrime di cemento, questo dolore fermentato, le sue notti insonni, le sbornie di passaggio e le rabbiose scopate collaterali. Si innamorerà e sarà devoto ad un destino incappucciato, quel fantasma che ci piace pensare vegli sulle nostre sorti. Questo locale mi dà sui nervi, con questi cocktail del cazzo, i corsi di ballo e di ciclismo panoramico, con queste fiche tirate a lucido e questi uomini reduci dal proprio ego e non sinceramente pentiti.
Avrebbe più senso se ora ci scopassimo tutti insieme, se toccassimo la sciocchezza del peccato e dello sciupio sognando di regalarci uno spessore di comodo. Ma io ho voglia solo di tornare a casa per assistere alla discesa della sera e spero vivamente che il mio amico non cada nel tranello dello spiritualismo destinico più annacquato.

Mettono su un pezzo di vocal deep house. Ho finito il mio bicchiere di coca e l'amico parla ancora oltre il vetro chiazzato della sua vodka al melone. Gli dico stupidamente, ma anche per estenuazione, che l'amore per lui è dietro l'angolo. Come un tram. Come un ladro. Come un temporale non previsto. Silly love songs per lui e la sua prossima ala di destino. Suoni spuma in questo locale di merda, aperto ad agosto per entusiasmare gli itineranti.
Lounge bar, lounge day, lounge sex, lounge self-destruction.

Luca De Pasquale, 24 agosto 2014

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