16/08/14

La scampagnata dei benestanti e dei benpensanti


Ieri sera festa di ferragosto in un appartamento vicino.
Auto parcheggiate ovunque, belle tenutine estive che mostravano il colore patatoso, la solita musica di merda. Revival disco maledetta, canzoncine italiane per cuori nel fruttosio, soul “arrenbì” per dare un po' di seduzione negra alla gestualità agostana, genitali deodorati, senso di vacanza, filamenti di niente più lunghi dei capelli delle donne.
Una di quelle serate in cui un intruso, un corpo estraneo, può solo cercare di infiltrarsi, portando la sua croce di peccati con un po' di miele sopra, più o meno come cospargersi l'uccello di nutella con un'amante stupida e prevedibile.
Una serata di benestanti. Di fottuti benestanti.
Io non sono mai stato benestante. Non so bene cosa si provi, ad essere benestante. Ad avere le spalle coperte. Non ho mai provato un senso di reale invidia, ma davvero non so cosa si prova e come si possa ragionare in quei panni.
Quel che so, con certezza, è che la maggior parte dei benestanti che ho conosciuto si prodigava nella disperata ricerca di una qualche bellezza da consolidare. C'era una gran voglia di viaggiare, di scoprire posti meravigliosi, di fare scampagnate agresti di bolsa purezza, c'era l'agitata volontà di fare quadrato tutti insieme per affrontare al meglio le insidie di quel pigro nichilismo dietro l'angolo.
E poi, che belli i concerti all'aperto, dicevano. Che belli gli ensemble di musica colta e i poeti avventizi della giustizia, che belle le associazioni civili, che bella la world music che riesce a conservare intatta quella fantastica meraviglia che chiamiamo banalmente “radici”.
Tra i benestanti, più che in ogni categoria socioeconomica, ho trovato tizi con la velleità di scrivere, esprimersi, brillare. Come se fosse comoda e naturale l'ambizione di sovrapporre alla fortuna il metodo di uscire dalla possibile noia. Tra i benestanti ho trovato le maggiori dosi di qualunquismo, di umanesimo con l'ano pulito, e il raggelante squallore del misticismo solidaristico da compendio a fascicoli.
Tra i benestanti ho trovato i maggiori avversatori di quella lucidità negativa che io invece reputo necessaria e salvifica. Tra i benestanti ho visto i maggiori spaventi nel chiamare le cose con il loro nome, come se ci si potesse sporcare ad ammettere le contraddizioni e le cadute di gusto, genetiche nell'essere umano.
Le feste dei benestanti sono tutte uguali. Fanno acqua da tutte le parti. Viene sempre voglia di scoparsi la padrona di casa, selvaggiamente e con un consenso impensabile. Viene anche la voglia di provare se non altro a confutare la loro convinzione di essere dei sinceri democratici. Tanti benestanti democratici e leftisti profumati erano in realtà i peggiori fascisti sulla scena. Snob, ortodossi, paradigmatici, chiusi come ostriche a visuali diverse e meno scontate, arroccati su posizioni possibiliste, polmonari, comprensive, lineari come strisce di cocaina in un bell'appartamento panoramico.
D'altra parte, tanti poveri ed indigenti fanno il gioco di questi stronzi senza nerbo, vivendo nell'utopia di un miglioramento impensabile e ammirando il capitano d'industria, l'imbonitore crocieristico divenuto imprenditore, quello che “è stato bravo a farsi i soldi”. Un atteggiamento di grande pochezza e di profondissima, imperdonabile, ignoranza: perché tutto ciò che è privazione e diseguaglianza dovrebbe spingere invece alla ribellione, alla lotta, all'ammutinamento sociale e comportamentale, se non altro alla quasi inattaccabilità intellettuale.
Ho conosciuto persone tenui come fette di melone rancido, che si lamentavano dei pochi soldi, dell'argent de poche, e poi ricevevano sussidi genitoriali, parentali, derrate amicali e tonnellate di raccomandazioni. E stavano già bene di loro.

Non mi piacciono le feste dei benestanti. Sono una degenerazione del tempo libero. Sono insalatine insipide: tutti attenti alle luminarie, alle candele alla citronella sui balconi, al vestito dell'ex troia mistica, alla rimpatriata goffa di camicie azzurre e mocassini spolverati, e meglio ancora se si parla con pacatezza, da sinceri democratici.
Ci sono andato, alle feste dei benestanti. Ho cercato di fare danni, ho cercato di sedurre, ho cercato di passare dal ruolo di strano oggetto misterioso a microscopica guest affabulatoria, ma non mi dava soddisfazione.
E comunque avevo quell'aura attorno, come negli spot sociali sull'Aids. Tutta quella democrazia da cassetto di scrivania professionale mi dava sui nervi. Tutto quell'amore indecente per la saga della propria famiglia, per il cammino fatto dalla dinastia, per la successione dello spolvero sociale, era materiale che mi mandava all'Inferno senza ritorno.
Alle feste, i benestanti mettono gli Chic e si prenotano per conoscere da fottere in un secondo momento; c'è quel senso di appartenenza molliccio ma coeso tipico delle orge sociali di comodo, e tutto ciò è profondamente disturbante.
Ai benestanti piacciono le scampagnate spirituali. I luoghi finto incontaminati, che si possono comunque raggiungere, e meglio ancora se puzzano di storia suggestiva e tradizione da fotografare. Ai benestanti piacciono le ribellioni altrui. Le cause altrui da fare proprie. Ai benestanti piace regalare vestiti usati ai poveri e nel frattempo ricevere cinquecento euro al mese dalla famiglia, per il fitto di quella terza casa. Ai benestanti piace tentare di leggere “Il Manifesto” sulla spiaggia, e magari postare la foto su facebook. Ai benestanti piace notare il nichilismo in ogni forma logica che cerchi di spezzare, di invadere, di mantenere un approccio eversivo alla vita e alle relazioni.
Alle feste dei benestanti benpensanti è opportuno andarci con un vibratore in tasca, una cravatta usata per asciugarsi l'uccello dopo una vecchia sveltina, e soprattutto tanta pazienza, che permetta di scambiare quattro parole senza vomitare o uccidere.

Luca De Pasquale, 16 agosto 2014

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