03/08/14

Incostanti tracce di vendetta al mercato delle pulci


“I demoni hanno fede, ma tremano”
Dostoevskij

“Io vedevo Satana cadere dal cielo come la folgore”
Luca, 10,18

Il vecchio cammina lentamente, sommerso dall’estate, schiacciato. Almeno, questa è la mia sensazione. Il suo passo trascinato, pencolante, schiaccia me, che sono dietro di lui e vorrei tanto avere occhi invisibili.
Il giornale portava notizie di eventi all’aria aperta. Cineforum estivi al parco. Concerti di carneadi a picco sul mare. Scenari suggestivi per cantanti liriche, violoncelliste sexy, inutili gruppi di hip hop regionale.
Ancora non lo hanno capito, che poi si deve tornare a casa. Comunque si torna a casa, anche se c’è stata mezza emozione. Decido io quando emozionarmi. Non devo distrarmi per emozionarmi. Decido io quando essere ghiaccio e quando disastro di fuoco. Gli spettacoli all’aperto non mi emozionano quasi un cazzo, io sono per l’anima all’aperto, esposta, temporanea e fragile, ed è così difficile.
Il castello è scuro. Il principe è indisposto. I cocchieri sono spettri. Gli specchi sono quelli delle fiabe cattive. I rimorsi sono pus.
Leggo che “la notte delle librerie” è stata un successo. Quali librerie? Quali cazzo di librerie? Tutti con la bocca piena di vermi, salviamo i libri, salviamo la vendita dei libri. Frasi fatte. Raccontare in giro che si vuole salvare qualcosa o qualcuno funziona sempre, con gli idioti. Non mi preme salvare alcunché.
Uno che legge e uno che suona la chitarra, non salva niente. Una stronza che declama parole sciocche sulla camorra, sui bambini sfortunati, sulle vittime innocenti, per me può rimanere anche solo una stronza.
Non sappiamo niente di vero sulle vite della gente. Solo pettegolezzi.

Erosione interna. Piaghe larghe come tavolate di vecchi amici. È perfettamente inutile cercare luoghi all’aperto. Quel vecchio proverbio dice che ognuno ha un suo diavolo sull’uscio. Andare all’aperto non serve.
Stanotte mi sono svegliato con una pizza di merda sullo stomaco; mi sono girato due o tre volte, il sapore in bocca facevo schifo, mi sono reso conto di quanto male si può fare ancora. È semplicemente spaventoso quanto ancora si potrebbe sbagliare, sbagliare male. Quanto sciocco orgoglio ancora eroda da dentro, selvaggiamente, i nostri tessuti. Cercando di smaltire l’immonda pizza, mi sono detto che non devo essere un vendicatore. Che non dovrei. Che non dovrei essere così attento ai dettagli e alle battaglie. Ma io non credo alla guerra: si perde comunque. Le battaglie, invece, valgono sempre la pena. Restano. Resta il senso della lotta. Resta il modo migliore per seminare codardi e scocciatori. Ma il senso del male, che si annida, si sviluppa, imprigiona nelle paure e nelle marce indietro, è una dolorosa ed irreversibile continuità con il passato.

In ogni casa, c’è almeno un armadio che conserva l’odore di una persona morta. Anche da me. Da me c’è l’odore di mio padre che a sua volta emanava quell’odore perché aveva osservato e respirato la morte. Ingiustamente.
Tutte le frasi fatte che mi dissero ai funerali. Tutte stronzate. E io lo sapevo.
“Poi starai meglio”
“Lo porterai nel tuo cuore”
“Lui ti osserva dall’alto, stanne certo”
Può anche darsi. Chissà. Ma io sono ancora qui a difendere la fine di mio padre, a custodirla, a dare un senso alla sua assenza. Dopo tanti anni non mi sono piegato all’abitudine che gli altri, preoccupati, vogliono guardare nei tuoi occhi per rassicurarsi. Io sono il guardiano, il cupo sorvegliante, della fine di mio padre. Me lo porto dietro, nei gesti, nella somiglianza, nella devozione che non accetta la pace della religione e del riposo eterno, me lo porto dietro senza ammorbanti esaltazioni, senza farmi invasare dal bisogno di rassegnazione. Sono silenzioso e custodisco. Non dimentico una virgola. Mi muovo nel buio. Sono impegnato in battaglie cruente, non solidaristiche, non di facciata, non di riconoscibilità progressista, sono battaglie ambigue, dure, battaglie di fango, di calunnia, di rivolta e di brevi riposi tra le braccia di chi non ha paura del diverso.
Non ho mai chiuso gli occhi di fronte alla morte. Le assenze diventano ombre, le ombre hanno bisogno anche di carezze, le carezze alle ombre sono il mio profumo e non passerò il tempo che mi resta a scrivere cazzate sull’amore da prequel di fotoromanzo. Le assenze sono vermi orrendi. Forse innocui. Ma non ci puoi mangiare vicino. Non puoi guardarli prima di dormire. Non puoi tentare di sterminarli. Sono le inique regole che ti sono state presentate come editto incontestabile. Non ci sto. Non ci starò mai.

Stasera non leggerò il vecchio libro di Bukowski che ho rispolverato. Penso che toccherà a “Fame” di Hamsun per l’ennesima volta. E vorrei rileggere tanto “Niels Lyhne” di Jens Peter Jacobsen, un capolavoro trascurato e mai più ristampato da Iperborea. Agosto è il mese adatto per rileggere quel che ti è rimasto dentro. L’estate scorsa mi feci una scorpacciata di Stig Dagerman, un’indigestione. Perché Dagerman, come Hamsun, come Genet, come Celine, come McCarthy e la maggior parte di Dostoevskij, fa male. Un male quasi fisico. Dove non ti porta, ti trascina.
Ma non tutti possono aver voglia di letture da ombrellone. Le letture da ombrellone non esistono. E ancor meno esiste l’intelligenza da ombrellone, quella che ti permetterebbe di commentare le nequizie della cronaca con sapido sarcasmo; è tipico dei padri di famiglia che fingono di aver mantenuto una coscienza critica e sono invece smarriti nella manutenzione finto sprezzante e malmostosa del loro misero benessere.
Il progressista dell’ombrellone accanto, figlio di padre sessantottino e rincoglionito, cresciuto con valori mai applicati, con quella bonarietà saputella e avvinazzata che puzza di codardia lontano chilometri.
Se questi devono essere i miei vicini d’ombrellone immaginari, allora meglio l’anarchia più distruttiva, quella da fumetto, quella da omicidio del buon senso.
Dagerman era un acceso socialista, come lo sono stato io e forse ancora, mentre Hamsun  è stato pericolosamente ambiguo e spostato a destra, ma entrambi hanno disperatamente lottato, e maldestramente perso, con un mondo che chiede fattura corrispondente ad ogni azione che si discosti solo leggermente dai canoni. Mondo ragioniere, mondo con le mutande spesso lavate, ma anche magma di fogne ed acquitrini impiantati nel giardino di casa.

Ero stupido quando scrivevo per tentare di sedurre.
Molto, molto stupido. Poi, anche se ci riuscivo, dovevo rinculare e ritirarmi, perché non sembrava mai la conquista di un sogno, ma solo la circonvenzione di necessità altrui.
“La scrittura è una meravigliosa forma di seduzione”, sostengono molti scribastronzi, sostenuti dal cugino editore e amici di famiglia del critico monorchide del quotidiano, lo dicono e intanto si sagomano i peli del naso e del pube. I loro sessi salsiccia sono degli spot fallimentari per imitazioni del Denim e per donne mezze tacche ossessionate dal curriculum sventato della loro vagina. Quelle che si pentono di tutto e fanno le mantidi in ritardo, sciocche, patetiche, in preda alle canzoni. Inutile cercare di convincerle che non conta quante volte e con chi si sono “lasciate andare”, che è la dignità quel che conta, la forza interna, la certezza della propria esistenza e non le ingenue infamie di un passato quasi obbligatorio per tutti.
Ritirerei il mio sesso credulone da più della metà dei luoghi dove mi ha trascinato in un passato malato per scelta e sbiadito per le tante albe rigeneratrici, ma non tanto per questioni di pulizia ed opportunità quanto per ragioni di dignità della persona.
Il curriculum affettivo è una cosa astratta, impalpabile: eppure si continua a parlarne e scriverne. Il più delle volte, regalando agli altri manoscritti e lettere pedanti, pesanti, fuori asse.

Non sono una lettura estiva. Se mai ci fossi riuscito, adesso starei a chiedervi qualche mi piace sulla mia nuova creatura. Con l’estate ho litigato da bambino e non è mai stato un imbarazzo perseverare in questa reciproca antipatia.
Non sono una lettura estiva, mai sono stato un’avventura esotica, non lo avrei permesso, come non ho permesso e non permetto di essere parte inconsapevole di progetti di salvezza altrui.
A ognuno il suo diavolo sull’uscio. Senza le dita tozze nella marmellata della morale.

LdP, 3 agosto 2014

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