04/08/14

Il taccuino viola


Due brani.
Gli All India Radio, “The Bomb”, ospite Steve Kilbey dei Church.
E ancora Steve Kilbey, voce e basso, con Martin Kennedy per “I Wouldn't know”.
Bellissimi. Grande amore per i Church e soprattutto per Steve Kilbey, anche se in questi giorni ascolto prevalentemente metal.
Ascolto questi pezzi e il giorno che scompare diventa mezza meraviglia.

Anche se il cielo è azzurro ancora, anche se c'è un silenzio irreale attorno a me, conservo dentro tanta di quella roba che credevo mi servisse solo per scrivere. E invece no. Non serviva solo a quello.
Era vita ed io che credevo si trattasse di pretesti. Vedi un po'.
Io sono quello che poggia la testa sul vetro appannato di un ristorante, in un'altra città, in un inverno freddissimo, per ammettere una sconfitta.
Io sono quello che, pentito di essere selvaggio dentro, ha sempre faticato il doppio per tenere a bada l'invadenza delle persone. Perché sin da bambino mi ricordavano continuamente che dovevo mantenere la gentilezza.
“Suo figlio è troppo impulsivo”
“Suo figlio è troppo passionale”
“Suo figlio non ha rispetto per l'autorità”
Io sono quello che quando andava da ragazzo al mare doveva giustificarsi sempre, perché non voleva abbronzarsi e non si divertiva al mare. Per me il mare è partenza e non gioco. È sempre stato così.
Io penso che il mare sia un addio. Lo penso davvero, e quindi mi incanto a guardarlo, cerco risposte nella risacca ripetitiva e mai uguale, ho sempre pensato che nel mare gli uomini dimenticano l'amore che un giorno li muoveva.
Io sono quello che non sapeva dire, che non sapeva spiegare, che la violenza è un aspetto corrotto della sensibilità. Sono quello che all'ultimo minuto ha rinunciato ad entrare in polizia perché non sapevo bene come avrei svolto il mio lavoro.
Sono quello che ha sempre sofferto rifiutando l'amore che non ricambiava. È devastante rifiutare qualcuno, è osceno. Ci credevo, nell'utopia di non far soffrire mai nessuno. Così non è stato, mi sono accusato, sezionato, ipercriticato, oggi sono le rughe ad assolvermi, anche se il sapone sulle cicatrici fa ancora uno strano effetto.
Sapevo che scrivere, anche senza essere un purosangue di successo, mi avrebbe esposto a parte del mondo, sovresposto, equivocato. Mi sono assunto i rischi del caso e ho pagato in silenzio il prezzo dei fraintendimenti, delle fascinazioni suicide, del torbido richiamo di seduzioni brevi ed involontarie. Mi sembra tutto lontanissimo, oggi che ascolto Steve Kilbey al tramonto, oggi che scrivo senza avere addosso l'immagine della riuscita, il quadretto della prospettiva.
Guardare una persona dormire e non alzarsi subito, non cercare diversivi, significa amarla. È un dono prezioso e scivoloso, giara di olio e finitezza, scotta, sfugge, il crimine è non rendersene conto, passare oltre per smania e impazienza.
Anche se ho imparato stralci dell'arte della guerra, sono vulnerabile alle emozioni e curioso di indizi di verità più che da bambino. Mi perseguito, ferocemente, senza sosta, chiedendomi a getto continuo se sono all'altezza di non fare solo il buffone e il fiore notturno. Adoro le parti della mia sensibilità che potrei definire “femminili”: un regalo che probabilmente non meritavo affatto. Una donna vera, una donna che non si perda nella vanità della vanità da cercare, può permettersi di immergersi la luna dentro e respirare ancora. Noi uomini no. Anche il nostro dolore è spiccio, icastico, è in progressione di caduta ma spesso manca di reale profondità.
Oggi la rabbia di vivere mi lascia in pace. Non so bene cosa stia succedendo, ma ne prendo nota, e il colore del mio taccuino diventa viola chiaro, da nero che era.
Vedi che imbecille: credevo che la mia vita mi servisse solo per scrivere, perché ho sempre avuto questa fissazione di non avere niente da perdere se non la dignità dei sentimenti e della resistenza. Come tutti gli uomini in bilico tra sogni e ragione, tra l'eroismo non catturabile della bellezza e delle arti e la voglia di emozionare, ho combinato poco.
Ma non sono completamente insoddisfatto.
Qualche volta, quando sorrido, quelle rare volte, riesco a vedere allo specchio, di sfuggita e con timidezza, quella patina scura di sensibilità che forse la vita mi ha chiesto sin dalle prime battute, imponendomi il dolore come punto d'inizio del percorso.


LdP, 4 agosto 2014

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