25/08/14

Il brivido già provato


I find no absolution
In my rational point of view
Maybe some things are instinctive
But there's one thing you could do
You could try to understand me
I could try to understand you”
RUSH – Open Secrets

Il cinquantunenne ascolta in poltrona Carlos Santana. Carlos Sanatana, come lo storpiavano certi tipi che conoscevo. Il Devadip.
Il cinquantunenne voleva diventare un grande chitarrista, ma non è stato così. Ora suona solo per hobby e spesso si sistema in poltrona per dilettarsi con i suoi amati chitarristi: Jimi Hendrix, Stevie Ray Vaughan, il Devadip, Albert King.
Sotto le finestre del cinquantunenne mi viene quasi un collasso, perché penso a quanto possa essere disperante questa situazione: vivere di ricordi e di cose che non si sono compiute. Non voglio arrivarci. Quale che sia il prezzo da pagare.
Meglio gli errori dei ricordi. Soprattutto dei ricordi incompiuti.

La coppia di amanti che si suicidarono insieme gettandosi dalla galleria di Trentaremi.
Le loro foto saranno sul comodino dei rispettivi genitori, ma attuando questo gesto saranno riusciti a congiungersi per sempre?
Non posso saperlo. Non può saperlo nessuno. Anche il romanticismo estremo vive solo di tentativi, di scommesse. È atroce. Non c'è nessuna sicurezza dimostrabile nell'arco di chilometri di pensiero e di speranza, solo il libero arbitrio dei tentativi, la magia del desiderio, che possa continuare oltre il morso di vita concesso.

La chimica avvicina le persone. La chimica sabota la ragione, la chimica è un killer. Chi rimanda la chimica vive fuori sincrono e sbaglia ogni movimento.

Vivere senza sicurezze cambia il carattere. Non esalta certo i pregi. Vivere senza sicurezze ti porta ad esaltarti per l'attimo, per il guizzo, per la passione nuda e cruda, ma poco dopo sei il solito sicario in cerca di occupazioni. Vivere senza sicurezze ti fa rendere conto che le chiacchiere sono sempre a zero. C'è sempre un timer sporco di sugo, lì in cucina, che marca il tuo tempo, lo lorda. Anche se vivi per le albe, i tramonti, il ruggito delle tempeste, i brividi della pelle, c'è sempre quel maniacale timer di merda che sporca tutto.
È a causa di quel timer che tutte le volte che saluti una persona non sei certo di rivederla; ogni piccola separazione potrebbe nascondere un addio.
E allora anticipi i tempi, divori le ipotesi, acceleri i processi, diventi crudele, sei tu a sganciare i pezzi del puzzle, sei tu che sali sul treno e non saluti, sei tu che ti imbarchi di notte senza divulgarlo, sei tu che riversi sulle cose, sui sentimenti, colate di logica spietata, lava bianca su fondo nero, bicchiere vuoto sul bancone del bar, telefonata di auguri che non arriva, canzone che si interrompe.
I coglioni e i fucilieri del facile ti spiegano che forse hai paura della densità, ma tu è di densità che vivi, di densità che ti intossichi, di densità che ti avveleni. E sorridi come un ebete quando il profeta zoppo ti addita come animale in fuga, sorridi come uno che non ha voglia di parlare.
Prima ancora che siano finiti gli esami, hai già lasciato i banchi, la classe, la scuola, la città. Ci voleva troppo tempo e c'erano addii nascosti ovunque, non volevi guardarli, non volevi soppesarli, digerirli, spiegarteli.

A casa della giovane coppia di amici vedi che il tempo si è fermato: ogni elemento della loro unione è una stralunata fiducia nel domani. Si aspettano, si sopportano, si concedono continuamente possibilità, si danno regole ed abitudini, fanno anche finta di credere in qualcosa di ultraterreno. La loro unione è un reticolo nevrotico di interessi in comune, di sesso normale, vengono a turno ma mai insieme, di parentado che si conosce e si frequenta, di doveri genitoriali e di sciocchi film americani. Si sono sposati da un anno e io proprio non riesco a capire il perché. Ma non posso capire. Perché ho sempre la febbre. Sempre. Anche quando sto bene. Anche quando non mi tendo agguati. Una volta da loro c'era un altra coppia, e mi trovarono sgradevole, distante, freddo. Parlavano di cose che non mi interessavano. Si preoccupavano di aspetti dell'esistenza che non mi riguardavano. Cercavano di essere affabili ma mi facevano l'effetto di carillon pieni d'acqua e difettosi.
Abitano al nono piano di un palazzo moderno. Con tutte le loro sicurezze, mi domando come non possano provare vertigini insopportabili a quell'altezza; tutto quel vuoto che sostiene la loro costruzione, tutto quel cemento colorato nel quartiere tranquillo, tutte quelle consuetudini fatte di orari, pranzi, cene, scopatine tiepide e bocche senza sbavo, tutte quelle merdose emozioni controllate, controllate continuamente.
Rifiuto il loro invito a cena, erano previsti anche vecchi compagni di scuola ma qui non siamo in un film di Verdone. Sono stufo di sentire idiozie sulle vacanze, sulla normalità presunta e applicabile, sui balli latini e sulle partite del Napoli, sui cineforum palle in mano e fitti impegni di disponibilità apparente, su concerti che dovrebbero conservare giovani e invece atterrano patetici ai piedi di un'agonia nascosta sotto i tappeti.
Sono solo dei vigliacchi noiosi. Sono come delle fiction Rai, non me la sento di sorbirmeli neanche a puntate. Sarà che ho la febbre, sarà che tra i loro effetti personali sento crepitare addii che loro neanche scorgeranno, tutti intenti a comporre il rumore più rassicurante per i giorni a venire.

Tra le svariate opzioni che la vita fortunatamente offre, quella di perdersi è la più persistente nella mia considerazione, è il rischio base, è la prima stesura del racconto, sempre: poi varia strada facendo, ma non la dimentico mai.
E se si verifica, se davvero dietro un evento c'è già un addio, non prego niente e nessuno, non lancio sassi alla luna, non scrivo messaggi in bottiglia.
Scosto le tende, e lascio che il respiro della tempesta sia il brivido peggiore e un po' annunciato, un brivido già provato, una prova già superata tanti anni fa.


LdP, 25 agosto 2014

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