23/08/14

Delusioni sognanti


La città alle quattro del pomeriggio. Spettrale. Pochi anziani camminano sotto i muri, curvi su marciapiedi sporchi, a braccetto di giovani annoiati o da soli, esitando ad ogni passo. Solo un negozio ogni dieci è aperto. Quei pochissimi sono rigorosamente vuoti. Le commesse fumano annoiate sull'uscio, si guardano in giro, ma hanno gli occhi tramortiti dal tedio. Anche le loro avventure, le loro relazioni, vivranno una sospensione.
Tra dieci giorni ripartirà tutto, penso, e sarà il solito delirio. Si torna dalle vacanze più nervosi ed intrattabili di prima. Anche le delusioni sognanti sono diventate un lusso.
Percorro strade che anni fa hanno accompagnato eventi, persone, fasi. Ricordo ma non tremo. Ricordo e non vacillo. Forse ricordo male.
Difficile appassionarsi, in una desolazione simile. A volte neanche la musica resuscita le strade.
In giro c'è precarietà, pigrizia, pochi stimoli. Bisognerebbe forzare le cose. Non conviene. Già fatto tante volte, è controproducente.
Dal megastore di abbigliamento escono due donne con dei pantaloncini tremendi, a pelo di fica: portano entrambe delle scarpe che sembrano provenire da un'Antica Grecia contraffatta e tutto in loro segnala una disponibilità esagitata e fittizia ma nessun trasalimento emozionale.
Da una finestra esce “Je sto vicino a te” di Pino Daniele, sempre un gran pezzo, ma è sprecato in questa strada.
C'è una giovane donna con busta della spesa e occhiali da sole che procede verso casa con aria malinconica, un po' arresa. In passato, non avrei potuto impedirmi di pensare, perché non ci facciamo un po' di male e di bene e poi ci dimentichiamo senza protestare?
In fondo, è così rassicurante andare alla ventura, allo sbaraglio e poi dallo sfasciacarrozze, quando il sole non è più tanto alto in cielo.
È così utile deludersi. Tradire se stessi ad ogni angolo di strada. Bruciarsi con il freddo. Farsi ghiaccio, quale che sia il tempo fuori. Farsi fuoco tra le braccia corte degli errori. Accendere candele per feste disertate. Distruggere interi giardini curati in modo maniacale da gente che non capisce e non potrà capire.
E mandare a puttane le domande degli altri.
Mandare in malora le curiosità degli altri.
Non ci vuole niente. Basta non rispondere a quei lamentosi “perché”.
Le delusioni sognanti sono diventate un lusso.

Cammino tranquillo in queste strade che puzzano di merda di cane e di caffè tostato. Sarebbe opportuno che mi bendassi un occhio, come un pirata, come un Capitan Harlock incanutito.
“Volo, girando io volo, girando io vedo”, cantavano i Litfiba. Oggi è proprio un giorno in cui bisognerebbe riascoltare “17 Re” e la potenza seducente di quel malessere wave, quel canto oscuro dai cieli di Firenze.
Occorre prendere confidenza con gli spazi scuri. Prenderci la mano e lasciarsi andare, sperando che si finisca per annegare in un fuoco che non contempli vecchiaia, malattie, conversioni, pazienza. Serve il fuoco, non la saggezza. La saggezza e la penitenza sono le consolazioni dei cattolici, non possono andare bene a tutti.
Bestie in guerra sulla terra.

Ascoltavo “Peste” dei Litfiba un secolo fa, in piazzetta a Capri. Un fatto completamente decontestualizzato e grottesco. In quell'estate avevo delle vendette in scaletta, e le ho portate a compimento, senza nessuna soddisfazione. È passato davvero tanto tempo e il pezzo è invecchiato con me. Per certi versi bene, per altri male.
E poi ricordo quella donna che mi offrì un bicchiere d'acqua a casa sua e poi si sentì male e io me ne andai presto, silenziosamente. Le piacevo e ne approfittai. Mi piaceva osservare persone febbricitanti a causa mia. Allontanava il senso di morte. Lo allontanava velocemente, anche se non si sapeva mai quanto sarebbe durato l'effetto. Sempre troppo poco.

Un'affettata cortesia imbavaglia rapporti formali.
“Posso presentarti la mia compagna?”. Ma tu sai che non me ne frega, non frega a lei e neanche a te. Educazione, disarmo, cicli.
“Vuoi vedere le foto del mio bambino? È bellissimo...”
Le foto del figlio di un altro possono interessarmi fino ad un certo punto. E cioè assai poco. Non mi sono fatto fotografare dai diciassette fino ai ventisei anni. Lo trovavo superfluo. Le foto sono tristi. Le foto sono solo cimeli in tempo reale.
Se le foto fossero perfette, davvero rappresentative, si dovrebbe poter vedere tutto, inclusi i fuochi che bruciano dentro, i minuscoli paradisi confinati, le cattedrali sconsacrate che ci sconquassano le vene, i corvi che sporcano il cielo delle idee e delle predizioni. Dovrebbero essere visibili i murales di disincanto sotto i quali ci ostiniamo a sorridere, quei cieli da supermercato o genepesca che assistono ai tentativi di rimettersi in corsa. Per tanti, persino i viaggi sono scenografie da sfruttare per simulare distrazione, nuove ere mai arrivate, traguardi di serenità riassunti come citazioni imprecise, passioni solo nominali, senza accumulo e senza rischio.

Sera tardi. Panino con Z. sul muretto. Non vedo l'ora di finire il panino per fumare sotto la luna annacquata, e perdere lo sguardo tra le finestre spente del panorama. Parliamo di dischi. Ma io sono diventato un tipo disordinato. Non ho scale di priorità argomentali. Improvviso, devio, ritorno al punto e lo suturo con qualche escamotage. Le grandi passioni, i dischi, i libri, l'arte, non sono passepartout di sicurezza, finisce che all'attico della quiete comunque non accedi. Z. mi parla di grandi band, ma mi annoio. Vorrei ascoltare un disco degli Oceansize e vorrei che Z. chiudesse finalmente la bocca.
Ci sono dei ragazzi che fanno casino accanto a noi, hanno bevuto molto vino e molta birra. Io continuo a preferire liquori, se proprio devo. Fanno effetto prima e non provocano quella stupida allegria di rito, che è solo agitazione, senza scendere in profondità. Ma anche stasera non bevo e Z. continua a parlarmi ancora e ancora di Deep Purple e Rolling Stones. Basta, per Cristo, basta.

Tra poco tempo uscirà il disco di Scott Walker con i Sunn)))O: portatori di annichilimento che si incontrano, il risultato sarà certamente stimolante, sono in attesa. Sono sempre in attesa di roba che non mi risulti troppo convenzionale. Preferisco l'emozione negativa alla piacevolezza piatta e persuasa.
Mi viene in mente quel giorno dopo scuola, quando guardai il video di “Kayleigh” dei Marillion su Videomusic: emozione. Mi sembrò che Fish soffrisse davvero per amore, il video mi piacque molto. I Marillion mi hanno molto influenzato, finché è stato Fish a scrivere i testi. Mi piaceva la propensione di Fish ad affrontare l'emotività senza sconti. Ritengo “Misplaced childhood” un disco di dolorosa bellezza. Il romanticismo disperato di Fish era seducente, e a me, che avevo solo tredici anni, spianò la strada per non provare sensazioni di comodo, obbligatorie e dosate.
È stato poi Jaz Coleman dei Killing Joke ad introdurmi come avrei voluto nel territorio che collega la musica alla vita, un individuo apocalittico, febbrile, lucido e distorto al tempo stesso, un testimone sincero di un'irrequietezza che brucia ancora e lo farà a lungo.

La sera sa di umidità stantia, come se la pelle avesse una fodera trasudante. Sotto casa arriva un'auto verde dalla quale escono due ragazze scurissime, salutate da due ragazzotti tatuati, anche loro color pece. Giornata al mare per loro, e l'euforia diventa prosecuzione.

L'aria rarefatta tornerà. Come i temporali. Bisogna vedere se porterà con sé nuove domande e nuovi dubbi. Mi è impossibile considerare la vita senza la variante di continui dubbi. Avere le idee chiare non è una fortuna imparentata con la spavalderia e la certezza del tutto. Tutti gli ottusi che ho conosciuto, tonnellate, distese di nevrosi e scarti dei sogni, si manifestavano come sicuri di sé, ma non lo erano affatto. Le verità dell'uno possono essere le peggiori bugie per l'altro; non esiste un solo criterio oggettivo in materia.
Quando ero più giovane, mi sembrava che fossero molti quelli che brillavano per delusioni sognanti, dandosi senso, percorso, profondità e apertura mentale; oggi sembra che a regolamentare tutto ci sia principalmente l'abbrutimento e la strenua difesa delle poche posizioni di vantaggio strappate.
Oggi le delusioni sono così noiose. Puzzano di pretese e di incapacità cronica di leggere le situazioni. Puzzano di sperma e di fede in bottigliette trasparenti, il merchandising della speranza. Le persone che amano si agitano sempre, ma spesso senza convinzione. Chi non ama è come se fosse già morto. Gli resistono solo gli hobby e il nome sul citofono.
Ci vuole molta musica per sopravviversi: quasi sempre è fuori catalogo e bisogna andare a caccia per garantirsi una confezione di respiri più larghi e profondi.
Forse è vero, ciò che potrebbe spingere le emozioni in profondità ha un ciclo di vita irrisorio, una delle tante difficili provocazioni da digerire.

Luca De Pasquale, 23 agosto 2014

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