02/06/14

Trentatré fessure


Quando arrivava la sera, mio padre chiudeva la tapparella del soggiorno e contava quante fessure restavano socchiuse. Dovevano essere trentatrè. Per forza trentatré. Giudicavo questo gesto di mio padre una mania prima innocua e poi fastidiosa, perché non si staccava dalla cinghia se non aveva contato trentatré fessure semichiuse.
Sono due giorni che ripenso a questa storia. Mi mette addosso una tristezza tremenda e mi fa sentire un idiota. La mia intolleranza era così sciocca e così poco giustificabile.
Che danno mi procurava la sua mania? Nessuno. Eppure, ne ero infastidito. In seguito, ben altre cose mi avrebbero infastidito, se non irritato fin quasi al fastidio fisico. E per giunta provenienti da persone che non amavo e non avrei mai amato.
Sono due giorni che mi sento come quelle trentatré fessure non chiuse per dare pace a una piccola mania: non necessario. Sono due giorni che mi sfuggo, che mi costringo contro il muro come un piccolo insetto, due giorni che non ho voglia di scrivere.
Sono due giorni che mi sento generatore, come quelle trentatré fessure, di quel pulviscolo luminoso che è solo una sterile e debole resistenza all'ombra e alla notte.
La lucidità di un assassino nel corpo di un uomo. La lama che fa incetta del mio passato e me lo vomita sulla camicia come futuro già macchiato.
Non sopporto più le mie fotografie. In particolare, le mie fotografie di bambino. Vorrei averle perse o eliminate.
“L'eternità comincia quando uno crepa”
Lo ha scritto Charles Williams. Io lo penso. Non c'è niente di tremendo in questa affermazione, ma io la condivido. Altrimenti mi sarebbe impossibile restare. L'eternità comincia quando uno crepa, e quindi non ci penso.

Non mi sembra di ricordare una festa più insipida del 2 giugno, per quanto io pensi che ogni festa, o quasi, abbia un grado di insulsaggine poco accettabile.
Questo 2 giugno, per quello che ho visto, è tutto nei pantaloncini strizzati alle chiappe di due tizie nella strada semideserta, nella comitiva di ragazzotti con asciugamani e pallone alla stazione della metro, nel giornalaio che fumava stancamente una sigaretta sulla soglia della sua edicola vuota.
Quanto alle Frecce Tricolori, non esercitano su di me il minimo fascino, e men che meno la parata di Roma con tanto di pletoriche buffonate acchiappaconsensi.
Cestino la mail del musicista autoreferenziale che si sente il depositario del suono; scopro che una mia ex compagna di liceo è diventata firma nota di un quotidiano, un po' mi stupisce ma non sapevo un cazzo di lei e lei di me.
Non abbiamo mai preso una limonata ai tavolini di un bar, non ci siamo mai scambiati una vera confidenza.
La maggior parte delle persone che si sono frequentate sono pure contingenze, occasioni, traiettorie, binari fusi che si sono incontrati per forza, perché non sopportavano il calore eccessivo della linearità. Non restano che sedimenti, in rapporti-palafitta, in rapporti-villaggio turistico, in rapporti-libidine. Sento il mio corpo che sfugge da ogni costrizione della memoria. Sento di non essere appartenuto a nessun attimo, di essere stato sempre e solo assalto e poi fuga o entrambe insieme e poi tanta puzza di bruciato e tante parole scardinate da chissà quale lettura inerziale.
Mi sono eccitato come un tonno per collane di attimi che sembravano avere un colore e una forma ragionevoli. È stupido eccitarsi per una concatenazione di attimi e poi scontarli in forme di compromesso con la memoria; è stupido allo stesso tempo fingere di essere insensibili e blindati fino alle porte del paradosso permanente.

Faccio il cammino del gambero, intanto, tra i miei dischi. Mi accorgo di aver trascurato dei dischi che amo, perché volevo smettere di sentirmi rappresentato da musiche dolorose. Ma è una lotta vana e sciocca. Per più di un anno ho evitato i dischi di John Martyn e di David Sylvian, ma non è stata una buona cosa.
Quando ascolto Martyn e Sylvian so che sono tornato ad una delle basi preferite, una base polverosa in mezzo al deserto; non sempre è facile starci e tantomeno dormirci.
Questo vale anche per molti libri, tornarci è sì un un ritorno a casa, ma sempre con la paura che sia cambiato qualcosa, o che peggio ancora sia cambiato tutto.
Come sperare che alla finestra di casa si possa scorgere il saluto di una madre e invece si ritrovi il pianto di una sconosciuta, il lamento fantasma di un ricordo senza geografia e senza tana della memoria già preparata.
In fondo, i ritorni a casa sono sempre e solamente una questione di stupidità ed abitudine. Il ritorno a casa sembra distanziare il tempo delle cicatrici, immagino che sia per questo che ci interessa così tanto.
Quando torno a casa, qualcosa dentro vacilla sempre, come una statuetta di esclusivo valore affettivo che possa andare in frantumi per una quisquilia, come non ritrovare l'odore dell'amore, l'odore del risveglio, la voce dei ricordi che si sono stabiliti come più affidabili.

Trentatré fessure.
Trentatré fessure nella mia pancia. Nel mio sorriso, ad umiliare il dentifricio e la tentazione di aprire la bocca. Trentatré tacche di energia scura da utilizzare per i giorni a seguire.
Trentatré puttane per il tramonto. Trentatré righe di un qualcosa da far leggere ai curiosi. Trentatré centimetri di ghiaccio alle pendici del mio vulcano. Trentatré animali morti sull'uscio di casa, gli incubi che mi sono usciti da dentro quando c'era già troppa luce. Trentatré centimetri di lama e di vento alla stazione degli autobus alle sei del mattino. Trentatré chilometri da un punto sconosciuto che avrebbe potuto darmi ristoro e qualche nome in più. Trentatré anni, quando ho iniziato a sbagliare forte.
Quando torno a casa, non guardo più quella dannata tapparella. Non l'ho mai più toccata.
Non c'è nulla che mi ferisca più di un'oscena devozione che proceda a fari spenti. Preferisco fingere di dimenticare. Preferisco non riconoscermi mai come il risultato di qualcosa o qualcuno.
Se chiudo gli occhi quando la gente attorno sta finalmente zitta, penso che si è amati quasi sempre per delle qualità che non si posseggono e per delle intenzioni che sono state fraintese.
Troppo spesso si ama quel che sembra riscuotere consensi nella nostra coscienza. Troppo spesso le sbandate dalla retta via sembrano passi di altre vite, screziature facilmente dimenticate.
È una vita che sbando come un ubriaco. Io che non bevo. Io che sono virtuoso. Sbando e mi piace sbattere. Sbando e mi piacciono le ferite. Sbando e dipingo sogni con quel poco sangue che avanza. Sono una fessura delle trentatré. Sono una fessura che sbava e che piange godendo. Sono una fessura che drena inchiostro e tisane alla nicotina.
Sono una fessura che sembra un organo sessuale ed invece è solo una fessura. Una feritoia per respirare. Un belvedere in miniatura sull'alba. Una storia con una sua anzianità. Un rifugio dove ai caduti si dedica solo un'ora di sonno.
Qualche volta sono un blog. Ma un blog non porta il vero profumo della notte. Un blog non porta flussi corporei e la disperazione che c'è in ogni scelta.
A volte neanche un uomo ci riesce.

Luca De Pasquale, 2 giugno 2014

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