21/06/14

Lo scimmione affasciniere


Passo dal Faust di Gounod a Bryan Ferry.
Ci sono dischi dappertutto, cartoni, pacchi, scatole, fodere trasparenti, custodie doppie: nei dischi ho cercato di mettere più o meno tutto quel che sono e che forse diventerò. Ogni volta che cambio casa, ed accade molto di frequente, riapro i cartoni dei dischi e riscopro qualcosa; allo stesso tempo ricordo pezzi che non ho più, le vendite, la girandola delle consulenze.
Forse Jack Bruce non lo sa, ma mi ha pagato delle bollette. I Rush mi hanno saldato una multa Equitalia, Kip Hanrahan un inutile viaggio in Trentino, i Led Zeppelin due cene romantiche, Alan Vega e i Suicide la precipitosa fuga da una delle tante case sgradite.
E, alla fine, alcuni di quei dischi-carta d’identità li ho persi, oppure ho dimenticato di ricomprarli, taluni sono una ferita aperta e me ne sono voluto liberare, altri sono una vera e propria maledizione di abbandoni e ritorni. “The Wall” dei Pink Floyd, ne avrò avute trenta edizioni differenti e ora mi manca, come una figurina dell’album principale, una delle figurine più importanti. Tra qualche mese compirò quarantatré anni, l’era del collezionismo spasmodico è finita, sarebbe inutile, in fondo è troppo tardi e mi farebbe dimenticare l’essenziale. Sto cercando, in compenso, di recuperare tutta la musica che ritengo irrinunciabile, ed è tanta, è impegnativo.

Dopo il piacere ho sempre sonno, un sonno che viene da anni passati e notti che non ho recuperato, ho fame ma non voglio mangiare, non sento bene il sapore delle sigarette e sembra, e dico sembra, che un alone di pace sia sceso tra le mie cose e nella mia testa. Dopo il piacere c’è sempre un senso di stupore e quasi di incredulità, sono ancora qui, sono ancora vivo, sono passati gli anni e forse non me ne sono accorto. C’è anche una strana forma di serenità, una serenità sorprendente, che mi fa pensare quanto essere disillusi sia inevitabile e per niente pernicioso. Come avrò forse già scritto, solo da poco tempo, relativamente, ho capito cosa intendeva rappresentare Zurlini con Daniele Dominici.
Non è indolenza e non è malavoglia, è tempo trascorso. Eventi, fatti, azioni. La notte è sempre bella, le notti d’estate in particolare. Il rischio, sempre fascinoso. L’oltraggio alla normalità, necessario per non appassire. Ma non hai più lo stomaco per esibire il tempo che ti resta, per l’arroganza tronfia e svuotata delle tue speranze. Forse è solo questo. Ti interessa ancora l’oltraggio, ma senza enfasi, senza postulati, senza voler stupire. In fondo, anche se scrivi, anche se raggiungi, sono cazzi tuoi. Da ragazzo l’amore valeva per l’amore, a questa età ci sono troppi che intendono l’amore come una messa a punto della macchina.

Dopo una settimana di temporali, è tornato il sole. È sabato e c’è in giro voglia di cuocersi il culo e di divertirsi. Il mare come simbolo del ritrovato benessere, dopo un anno di fatica e di freddo. Così si ama dire. È legittimo che si abbia voglia di friggersi le pacche al mare, di portarsi dietro l’amore in turno e la famiglia, è legittimo anche ritornare a piangere a settembre.
Una raccolta dei Diaframma riempie la stanza, la casa.
Enrico vuole ricordare gli anni della nostra giovinezza scapestrata e le ragazze che ci sono piaciute, mentre io disfo i bagagli e massacro scatoli e pacchi per quest’altro trasbordo di sede e di tana.
Enrico recita il rosario: “Dorothy, Isabella, Sole, Loredana, Valentina, Carla… ti ricordi quando andavamo a citofonare?”
“C’era sempre il ragazzo abbronzato e superborghese che faceva la vigilanza”
“Non sempre… ricordi Eleonora?”
“No”
“Ma come, Luca.. non ricordi Eleonora? Ti ricordi quando andammo al cinema con lei e la sua amica scoppiata?”
“Senti Enrico, Dio della Lituania, ma ti rendi conto che parli, forse, del 1987 o del 1988? Queste tipe saranno mamme, libere professioniste, forse saranno anche venute a chiedermi dei dischi –anche se ne dubito- e non ci siamo nemmeno riconosciuti. Dai Enrico, è troppo tempo fa anche per uno che rovista come me”
“Io Eleonora me la ricordo”, fa lui indispettito, “mi piaceva da morire”
“Amen”
“Mi piacerebbe ricontattarla”
“Dio del Mar Nero”
“Che vuoi dire?”
“Che è un’idea del cazzo, Enrico”
“Parli facile tu, tu la donna ce l’hai”
“Non è per questo che te lo dico. È un’idea del cazzo, perché ad un certo punto le suggestioni cadono in prescrizione o evaporano”
“Che cinismo. Non mi piace”
“Amen”
“Eleonora aveva delle tette perfette”
Non rispondo. Apro uno scatolo e ci trovo due cavatappi, posate di cinque case fa, un tovagliolo che mi regalò una che poi andò a dire in giro che ero un pezzo di merda che ragionava con il cilindro di pelle, un posacenere che mi regalò una che voleva salvarmi e poi mi minacciò di denunce e ritorsioni, un frullatore difettoso che mi regalò una che sparì nel nulla dopo che lesse una mia nota. Poi spunta un disco che mi regalò una che mi mandava i messaggi di notte, mentre io ero fiancé, e quattro mesi dopo mi rivelò che aveva un ragazzo bellissimo che la chiavava benissimo e lei era felice e io solo un bastardo.
“Le donne impegnate negavano sempre. Negavano sempre tutto. Ero sempre io lo scimmione voglioso, il diseducatore, il fraintendista, l’equivocatore… merda”
“Di che stai parlando?”
“Niente”
“Hai sofferto? Anch’io”
Che frase stupida.
“Tutti abbiamo sofferto e tutti rompiamo il cazzo con le nostre mattane”
“Che vuoi dire?”
“Niente, Enrico”
“Sicuro?”
“Ouais”
“Hai avuto trastole con donne legate?”
“Non so cosa siano le trastole, Enrico. Diciamo che mi sono sempre assunto tutte le pesanti conseguenze di non essere troppo castrato, ma va benissimo così”
“Te la ricordi Annapaola? Che bocca e che classe..”
“No”

Apro un’altra scatola. Articoli e recensioni sul mio primo libro. Collaborazioni, bozze, qualche lettera, i manoscritti all’epoca rifiutati da qualche editore dopo mendaci promesse, una rara edizione di "Entertainment!" dei Gang Of Four, cartonata e slim. Residuati bellici, svuotati da pathos. Mi sento quasi un operatore ecologico della mia anima.
C'è addirittura il ritaglio della sprezzante e gratuita recensione del critico del Corriere della Sera, che sul magazine settimanale liquidò il mio lavoro con un perentorio "prendo questo libro e lo scaravento nel cestino".
Fossi stato il mio editore, non gli avrei mai inviato il libro. Ma c'era un'atmosfera di ingenuità anche comprensibile, all'epoca. Non credo che il Grande Recensore avrebbe scritto con lo stesso tono detestabile e arrogante se il libro fosse stato edito da una major. Prendo la sua recensione e la straccio, ritaglio troppo piccolo per pulirmici il culo.

Enrico se n’è andato. Aveva iniziato a sorseggiare una birra in modo troppo rumoroso, e la cosa dava fastidio a me e anche alla gatta. E poi si è anche soffiato il naso quattro volte, ma cazzo, vai in bagno con i tuoi scogli.
Enrico è troppo nostalgico e idillico, basterà che una ragazza non male gli dica che gli vuole bene per farlo crollare in una vita apatica, mesta, e confortata da una più delicata scansione del tempo in avanzo.
Se Enrico avrà un figlio, perderà anche la sua unica connotazione riconoscibile, e cioè la melliflua malinconia della giovinezza. Al suo confronto io sono Satana e devo dire che lo preferisco nettamente.
Dalle scatole, che continuo ad aprire con sonnolento fastidio, continuano a non uscire i dischi che preferisco. Mancano i Tones On Tail, per esempio. Buona parte del dark, del gotico, del post punk. Che ci avrò pagato con quelli? Però li ho dentro, quei dischi. Magra consolazione.
Da ragazzo mi criticavano duramente: dischi, dischi, sempre dischi. Intanto i dischi mi hanno dato da campare e mi hanno anche permesso, perdendoli, di togliermi degli sfizi e di vivere nuove fasi. Di certo non sarò mai un collezionista audiofilo con i dischi spolverati e ordinati per emozione, per ricordo, per esibizionismo, per monomania.
Io sono un professionista, porca puttana. Io ordino per etichetta, per anno, per autore, qualche volta per corrente. Sono un professionista e non un compassato completista di questa minchia.
Una volta mi dissero che ero arrogante perché sostenevo di “ascoltare jazz”. Come tentare di attaccare una persona estrapolando il due per cento di un discorso generale. E oltretutto avevo chiarito, non ascoltato, di preferire nettamente il rock and roll. Altri ricordi da cancellare. Nessun problema. In fondo, così diventa tutto più semplice.
Stesso principio per le atroci rivelazioni tardive: “Amo Elviano. Ho sempre amato Elviano. Come hai potuto pensare di fare del male ad Elviano? Io non ti consentirò di fare del male ad Elviano”, dopo tre appuntamenti, 844 sms notturni e un mazzo di fiori a casa, che avranno anche pensato che avevo un uomo e me lo passavo.
E già. Io sono stato lo scimmione, il tentazionista, l’amorale e spigoloso affasciniere della comitiva accanto, il melomane dalla lingua anfibia. Per questo ho coniato neologismi, per assumermi tutta la verguenza del caso.
Dove cazzo sono finiti i Tones On Tail?

Luca De Pasquale, 21 giugno 2014

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