03/06/14

L'indirizzo sottomarino dell'inferno


Pochi sono i piaceri che posso comparare a quello di eliminare la zavorra. Umana e non. Voltare pagina e presentarsi all’appuntamento non con tristezza, ma con le ruspe.
Proprio non comprendo come possa far tanta paura la distruzione. Distruggere è un ‘act of will’. Distruggere libera la vista dal cemento, o meglio ancora devasta i giardini gentili del nemico, li rende un cimitero di affetti che verrà rimosso durante la notte.
Distruggere mi è necessario quanto respirare, a volte anche di più. Senza distruzione mi annoio. Senza distruzione mi sembra di non andare avanti.
Non esistono i recuperi. Per questo le telenovelas non mi sono mai piaciute.

Più passano gli anni, più cresce il numero di persone con le quali non parlo volentieri e con le quali non voglio avere niente a che spartire. È una questione di scelte, tutto può essere una scelta, tutto forse lo è. La neutralità è la classica utopia dei codardi.
La maggior parte delle persone che mi è capitata tra le mani è totalmente imbrigliata nelle più deprimenti dinamiche moderne in circolazione; prima fra tutte, quella del desiderio di rinascita, che fa sbavare pasta e fagioli e sogni dopo pranzo. E che porta a credere che al cinquantesimo sciacquo genitale siamo a cavallo di un grande incontro.
Mi rendo conto di aver continuamente bisogno di andare all’inferno. Non riesco ad evitarlo e non lo voglio neppure. È una mia esigenza precisa, andare all’inferno e forse tornare.
Preferisco la decadenza al lusso. Il silenzio alla promessa. La vendetta al lieto fine. L’esilio al riconoscimento pubblico. E mi rendo conto, con gli amici e le donne, con i parenti e le comparse, che chi c’è stato non ha conservato il posto per anzianità, per ruolo. Al mio paese il posto dove avvertire ancora il respiro dell’altro si mantiene solo per destino, nessun altro fattore può incidere.
Superata una certa soglia, ogni citofono illuminato nella notte vale quanto un altro. Ci siamo persi di vista? Ci rivediamo all’inferno, senza rancore.

Essere innamorati del mare e dei buoni sentimenti è così banale, giro al largo. Gli eroi potenzialmente piacciono a tutti, a me non molto. Le storie di eroi non mi appassionano. Gli eroi civili, quelli veri, servono spesso a dare voce a chi di eroico non ha fatto niente e ama compenetrarsi in una qualche idea di coraggio pubblico.
Quando sento tutto quell’entusiasmo salivare per gesti che non appartengono, per mosse individuali spacciate per collettive, mi viene solo voglia di mettermi una mano sul cazzo e cercare le sigarette. Sono una bestia e non ho alcuna voglia di cambiare rotta.

“È accaduto, l’ho fatto”, mi dice Annapaola, “ho tradito Marcello”.
Mi spiega che il tizio con il quale ha scopato è come se l’avesse “trasportata in un altro mondo”, e che subito dopo si è “sentita molto in colpa”.
Ascolto il racconto, molto dettagliato, in preda a nausea e a deja-vu. Annapaola mi aggiunge che Marcello la trascurava, e che forse, e dice forse, lui la tradiva da prima con una sua collega. Nel dubbio, dunque, perché perdersi una chiavata occasionale? Ma questa è una mia sconcia deduzione.
Si tradisce per questo e anche per meno. Io non ho mai tradito quando dovevo, quando mi avrebbe fatto bene, persino quando ne avevo voglia. Me ne sono anche pentito, perché ho spesso pensato di aver perso situazioni e persone che erano migliori di quel che vivevo. Ma tant’è. Io ho tradito sempre e solo per smanie autodistruttive e non per libidine.
Quindi i racconti di Annapaola mi stanno sul cazzo da subito. Lo racconta a me perché abbiamo confidenza e perché sa, almeno questo, che preferisco temi come questo alla fame nel mondo o al posticcio rinascimento del Sud.
“Lascia Marcello”, le dico, piuttosto schifato.
“Non saprei”, fa lei, e mi sembra un vitello in fila al mattatoio. Il suo rossetto è ridicolo e parla di speranze-pernacchia, di preghiere di Menelik, di un tradimento che finirà nel telefono con quelle stronze delle sue amiche, mezze frustrate, mezze piante da balcone over quaranta.
Non c’è nulla di sincero e davvero sanguigno nelle deliranti mareggiate mentali di Annapaola, che ondeggia tra l’affetto sicuro di Marcello e le bordate renali del chiavatore X. La solita solfa: inizialmente vincerà l’istinto conservativo, poi al primo errore vero di Marcello prevarrà il chiavatore X, che per l’occasione sfoggerà la sua ricchionesca tutina da pisellino etico.
Mentre mi disgusto sempre più, mi torna la solita domanda frustrante circa una mia serpeggiante misoginia. Col cazzo, mi rispondo. È solo che le donne amano molto le dicotomie e le svolte che comportano decisioni, mentre la maggior parte degli uomini mena vigliaccamente il can per l’aia e aspirerebbe a far passare un pompino per un diversivo postprandiale.
Credo che Annapaola scopi molto male. Perché è molto emotiva e poi ama l’idea che il sesso sia una chiosa, la ciliegina sulla torta, il coronamento, tutte maledette farneticazioni che portano solo equivoci e chiarimenti in mutande.
“A te l’idea del tradimento piace, Luca. A me no, ecco perché sono così confusa”
Ma chi te lo ha detto? Un tradimento è un tradimento. Per me un tradimento è necessariamente un addio, si può differire di qualche tempo, ma è finita. Così come non si può tornare con chi è andato per altri lidi. L’ho fatto anche io, da idiota, ecco perché ora sono così lucido sull’argomento.
Non so cosa fare con Annapaola. Tre anni fa avrei cercato la sua lingua e avrei cercato di trascinarmela in bocca. Mi piace andare all’inferno e della buona disposizione di astri e amici me ne fotto sempre più. Tre anni fa avrei desiderato affermare, con il comportamento, che questo ruolo da amico ricchione non mi si confà, io dalle donne voglio sesso, non chiacchiere inutili.
La bellezza dell’anima è quasi sempre uno scambio di persona; è un gioco dell’oca falsato per far vincere i bambini più idioti.
Non so perché Annapaola mi racconti queste cose, che Marcello è un cornuto, e che lei ha accolto tra le cosce Mr. X, e che il senso di colpa l’ha portata a riprendere in mano i suoi vecchi diari e quella cassetta smagnetizzata di Bruce Springsteen. Non so cosa voglia da me. Ho varcato la soglia da molto tempo. Il giardino del bene e del male è un gran casino e spesso è anche un film mal riuscito. Forse Annapaola non sa bene cosa vuole dalla vita, forse vuole che i corridoi tra fica e cuore somiglino a quelli di “Centovetrine”. Ci può provare con calma e con metodo. Io ho varcato la soglia, cerco di amare ancora, ma dal mio indirizzo sottomarino e senza stronzi tra i piedi.
La sera è scesa, Annapaola non mi sembra neanche più bella come un tempo, la sigaretta sa di raffreddore, impazienza e altre storie, ma soprattutto ha il sapore di un breve desiderio, quello di tornare all’inferno.


Luca De Pasquale, 3 giugno 2014

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