07/06/14

L'aridità e gli orgasmi scaduti di Josie-Jane


Non ho uno sguardo particolarmente sensibile verso la natura e quel che mi circonda. Me ne dolgo un po’, ma alla fine ci passo sopra. Forse sono troppo attento ai miei simili, alla loro presenza.
Stamane, per la strada, ho provato stanchezza perché per l’ennesimo sabato ho visto ripetersi il rituale dello struscio del weekend. Le già citatissime, devastanti patatine fritte, i gelati, le stesse facce che vedo nel quartiere da anni, da quando ho iniziato a lavorarci quasi dodici anni fa. Fanno sempre le stesse cose. Ma non si stancano mai. Mai. Le comitive sono rimaste più o meno integre, le rare defezioni sono dovute ad elementi come maternità, matrimoni con casa nuziale fuori mano, malattie poi rientrate o estemporanee gite al mare. Avevo per fortuna gli occhiali da sole e potevo guardare le facce di sempre senza indurire lo sguardo, senza mostrare la noia abnorme che provavo.
Ho scritto di Paddy McAloon, il leader dei meravigliosi Prefab Sprout, che si è ritirato a vita privata e continua a scrivere splendide canzoni. È diventato quasi cieco, ha una lunghissima barba bianca e cammina con il bastone. Il caro vecchio Paddy, che ricordavo su quella moto all’epoca di “Steve McQueen”, che quelli della mia età (ma solo se un po’ romantici) ricorderanno come disco del cuore da infrangere.
Mi sono sentito anche stamattina come un Paddy McAloon a zonzo obbligatorio, e senza le qualità del songwriter. Non mi andava un gelato, non mi andava un aperitivo e ho sperato ardentemente di non incontrare musi conosciuti. Fumavo con aria disgustata e cercavo di non appigliarmi ai tanti piccoli orrori facilmente riconoscibili.
Non è la prima volta che vivo una fase della vita in cui non è prevista la presenza di persone attorno, salvo rare eccezioni che cerco faticosamente di salvaguardare. La verità, che non fa né bene né male, è che ognuno, quasi ognuno, ha preso la sua strada. E che le scelte, prima o poi, iniziano ad incidere nella quotidianità anche se non lo avresti detto.
Poco importa, anzi niente, che le mie mi portino ancora oggi a vagare da una galassia all’altra con pass di breve durata, con permessi, con dimenticanze non sollecitate, e che la connotazione mantenuta è solo quella di scrivere, nient’altro.
Ci sono persone con le quali sento una distanza strisciante da anni, ma sono quei casi in cui si fa finta di niente. Come accade in quelle coppie che qualche anno prima dell’epilogo hanno già capito tutto, ma per qualche oscuro motivo scelgono di proseguire. Io non sono bravo a fingere, non lo sono mai stato. Non ci ho neanche provato un granché. Quando percepisco la distanza, quando riesco a guardare le strade che si salutano e mai si ricongiungeranno, a quel punto sono già altrove.
Questi weekend oltremarini mi mettono addosso un disagio incredibile, forse più dei convitti amicali o familiari, il che è dire. Stanotte ho sognato una spiaggia che si ritirava ed io finivo in mare aperto, schiumante, isterico, pericoloso per le persone che amo. Nel sogno sentivo di doverle proteggere, e per qualche miracolo onirico ci riuscivo.
Sarà per questo che oggi la sensazione del naufragio è così presente, così invalidante rispetto alla buona volontà di maniera.
Mi imbottisco di G. Love e Sergio Caputo, passioni musicali che probabilmente rappresentano il lato più luminoso e ironico della mia persona, ma il senso di naufragio è lì e non si muove.
Il naufragio non mi crea tristezza, ma accentua la sensibilità, la muove diversamente, come un cursore luminoso nella notte, su un computer che non ho mai usato.
Ci sono brevi momenti di sudore freddo, quando mi riesce di pensare a chi si è perso per sempre, a quelli fottuti da un tumore bastardo, agli stupidi e immeritati suicidi per amore e per povertà, e alludo a persone che ho conosciuto. Me ne sbatto altamente di quelli cui la pagnotta non è andata per traverso. Che sfizio c’è a pensare a quei bastardi?
Le vite-modello mi fanno venire mal di stomaco; non ci trovo niente che mi ricordi, anche lontanamente, il fuoco.
Eppure, mi sarebbe molto facile fare l’appello di chi ce l’ha fatta, e alludo ovviamente a persone che ho conosciuto, anche qui. I miei ex compagni di scuola ed università sono diventati docenti, liberi professionisti, notai, avvocati, psicologi, musicisti for relaxing cocks, proprietari di agriturismi o viaggiatori in manica corta. Non mi piacevano allora, figuriamoci adesso.
Quanto alla felicità di chi ho conosciuto, lo ammetto candidamente: raramente me ne può fottere qualcosa. Non me la sento di essere così ipocrita e viscido; è così grottesco dichiarare che abbiamo a cuore la gioia e la serenità di chi è sparito, si è volatilizzato o ancor peggio è stato eliminato o ti ha eliminato lui. Per questo resto sempre molto freddo quando ho notizie di filiate, di vincite, di progressi lavorativi, di svolte etiche o religiose, per questo la gente ha smesso di chiamarmi per spettegolare. Perché resto freddo, non è una tattica per non dare soddisfazione, veramente me ne sbatto e questo è un atteggiamento che la maggior parte delle persone non perdona.
Faccio un esempio didascalico: se undici anni fa ho fatto all’amore con Josie-Jane in una casa di Scalea e poi ci siamo persi di vista, per me Josie-Jane e le sue evoluzioni possono anche andare per tartufi o per buchi di culo. Josie-Jane non mi ha amato e io non ho amato lei. Quindi Josie-Jane è il nulla, è il vuoto, è la pulce di un prurito mnemonico, è la voce stridula di un conoscente che me la ricorda inutilmente. Josie-Jane, tu sei morta. Josie-Jane, vaffanculo.
Troppe rogne per pensare a Josie-Jane. E forse, tornando a inizio nota, anche per apprezzare le meraviglie della natura, che ho sempre trovato un po’ stancanti, alla lunga. Amo i lampi. Amo moltissimi i lampi e i temporali violenti, quella è la natura che preferisco. Il temporale e le saette, più sono e più mi sento meglio, più sono inquietanti più mi riprendo pezzi di regno.

Ha aperto un’associazione culturale e musicale a due passi da casa mia, da quella che tra poco sarà l’ennesimo ricordo di passaggio. Non entro nel merito di quel che fanno e faranno, registro solo di non esserci mai andato e neanche di aver provato curiosità a riguardo. Questa, secondo la morale dei quarantenni che hanno paura di avvizzire e sfiorire in solitudine, è “aridità”. Chissà. Chissà se potrebbe essere vero. Fare molte cose non significa affatto essere sensibili e vitali. Conosco persone che escono continuamente e non valgono un cazzo; ne conosco altrettante che sembrano impegnarsi molto per il prossimo e per gli “altri”, ma sono in compenso totalmente incapaci di gestire se stesse e le passioni più compromettenti della vita.
Fare escursioni tra le rovine egizie non  leva il diavolo di dosso; andare mezz’ora a settimana in ospedale a fare volontariato non rende necessariamente migliori di un killer professionista con figli a carico.
Io faccio il possibile per sentirmi degno, ma nulla che possa compiacere la cattiva coscienza e l’arroganza perbenistica della bontà da vetrina. Il bene esibito, la profondità del sentire spacciata come crack fuori le scuole, le chiese, le case-famiglia, i giornali, i romanzi e i genitali del partner sono per me solo un fiume di seccante merda, per giunta non contenuta a sufficienza.
“Questo è il modo migliore per restare soli!”, tuonava qualcosa di somigliante alla Sapienza, nei vari anni e fasi della mia vita, una Sapienza che cambiava faccia, spoglie e dimore ma che manteneva intatto quell’odore di malattia e inutili cure da pronto soccorso, per quell’arcaica fissazione di voler suturare e rabberciare alla meno peggio gli abissi dell’altro.
Josie-Jane. Io non so bene chi potrebbe essere questa paradigmatica Josie-Jane. Ho grandi buchi di memoria, dovuti alle troppe sigarette e alle tare di famiglia che ho accettato di proseguire, so solo che se ne avete notizie è perfettamente inutile che mi chiamiate.
Che aridità. Gesù Cristo, che aridità.

Luca De Pasquale, 7 giugno 2014

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