14/06/14

La coscienza scaldabagno


Il tizio della cartoleria mi è molto simpatico. Uno dei pochi in giro. È gentile, e ha uno sguardo buono dietro gli occhiali con la montatura bianca. È una persona che non immaginerei mai di trattare male. Mi è necessario essergli simpatico anch'io, e quando vado da lui mi fa piacere se riusciamo a scambiare qualche parola. Questo vale anche per l'orologiaio che resiste nel suo piccolo negozio, con quel fantastico e suggestivo ticchettio di mille piccole macchine marcatempo. Quell'orologiaio potrebbe essere mio padre. Io gli porto rispetto. Mi piacerebbe proteggerlo da tutta la merda del mondo e dalla disinvolta falsità della maggior parte degli uomini. Quanto al cartolaio, mi sarebbe piaciuto averlo come fratello maggiore. Mi sarei quasi certamente fidato dei suoi consigli. Avrei mangiato una pizza con lui, una alla settimana, anche se sua moglie non mi avesse convinto. Lo avrei abbracciato fortissimo alla morte dei nostri genitori. I fratelli dovrebbero sempre abbracciarsi di fronte ad un dolore, per ritrovare il sangue, per ritrovare le radici.
E invece sono figlio unico. Mancino come mia madre e anche insonne. Non ho un fratello da abbracciare quando mi gira male. I fratelli li ho incontrati nel corso della vita. Pochissimi e intermittenti, ma sempre fratelli.
Non bisognava arrivare a questo punto. Non ridotti così. Non smangiucchiati dai sogni. Non così crudeli e mercenari. Non con questa conoscenza dei corpi e dei desideri altrui. Non come soldati mutilati, gettati a fare da mascotte in feste interminabili e pretestuose. Non così.

Corrado ed io ci raccontiamo gli ultimi tre anni di vita, passeggiando per una Napoli umida e semideserta. Andiamo al bar. Abbiamo le nostre amarezze e i nostri focolai di valore. Quelli che lavorano al bar sono gli stessi da anni e anni. Abbiamo cambiato lavori, donne, occhiali, case e loro sono sempre lì. È una piccola oasi di immutabilità del mondo e quasi stride con tutto il resto. Anche Corrado è un fratello e gli spiego che ho paura di affezionarmi alle persone, e forse ancora più paura che loro si affezionino a me. Quando hai fatto male a qualcuno, se non sei una merda, ti resta la ferita. Una grossa ferita anche dopo molto tempo. Ci butti dentro le tue monetine scaramantiche, i tuoi desideri rinnovati e palestrati, le tue indefinibili malinconie; ma le ferite restano dei pozzi senza fondo disseminati come trappole nei bei cortili delle tue residenze migliori. Arrivano i due caffè al tavolino. Io già sto fumando e Corrado mi chiede se dopo aver bevuto il caffè me ne accenderò un'altra.
“Può darsi”.
Con me è sempre “può darsi” e mai “sì, certo”. Devo sempre prendermi un margine di volubilità. Muoio sempre, quando decido troppo presto.
Come quella volta che dovevo andare a Firenze e finii per fermarmi in Umbria. Decisi all'ultimo istante. Come quando misi da parte i soldi, tantissimi anni fa, per farmi la discografia dei Vanilla Fudge e poi acquistai una caterva di dischi acid jazz. Mi mancano i Vanilla Fudge, mi manca un periodo che non ho poi vissuto, l'alba degli anni settanta. Ero appena nato, ma mi sarebbe piaciuto essere stato adolescente allora e non negli anni ottanta, che detesto.
Corrado ed io conveniamo sul fatto che è dura. È dura in genere, ma ancora di più essere capiti sulla base di fraintendimenti, amati più per il non detto che il manifestato, stimati come fenomeni da baraccone, ecco alcuni esemplari in estinzione, scrivono, leggono, si incuriosiscono e pensano poco, pochissimo, al benessere.
Ma Corrado riesce ad essere compassato. Gli viene naturale. Mentre a me basta che entrino nel bar due persone che puzzano di crema abbronzante per riprendere l'assetto spigoloso, per scegliere immediatamente “l'altra parte”.

Saluto Corrado e passo in cartoleria. Il tipo che mi è simpatico mi saluta con familiarità. Compro un bloc-notes medium ed una penna verde. Mi fanno impazzire le penne verdi, anche se poi non le uso. Le penne che scrivono verde mi ricordano di quando ero bambino e di un portapenne azzurro per il quale impazzivo, e che naturalmente è stato gettato appena ho finito le elementari.
Sotto pelle e sotto traccia sento tutto quel che trattengo. È come febbre tenuta a bada. Forse dovrei andare al poligono, rilassarmi. Sarebbe meglio del jazz. Può darsi.
Il cartolaio mi porge la mia busta e lo scontrino. Ha la fede. Una volta devo anche aver visto la sua bambina. Mi è sembrato un padre affettuoso. Ha la faccia di una brava persona.

Torno a casa. Non è rimasto quasi niente alle pareti e nei mobili. Gli oggetti vanno, vengono, invecchiano più di disuso che altro. Continuo a sentire la necessità di andare al poligono. Sento le voci dei vicini. Non capisco cosa dicono e non me ne fotte niente. Ovunque ho abitato, non ho stretto amicizia con i vicini. Non sono quel tipo di persona che “va in amicizia”, che porta la fetta di dolce alla porta accanto. Uso le case come dei motel e quel che pretendo è rispetto e buona educazione, niente di più. Ho già troppi pensieri per la testa per aggiungere voci alla rubrica. Metto su i grandi Brad di Stone Gossard e apro l'acqua in doccia. Lo scaldabagno emette rumori sinistri, come un cetaceo in agonia. Io a venti anni non pensavo che a quarantadue avrei dovuto fare i conti con uno scaldabagno così sgangherato. Io a venti anni, e anche a trenta, credevo molte cose e oggi mi è difficile perdonarmelo. Finalmente il cetaceo trova requie e mi butto sotto il getto di acqua tiepida. Peccato che il poligono sia così lontano.

La mattina dopo. Esco dall'edicola e un mio ex cliente, del quale non so nemmeno il nome, mi tocca la spalla.
“Che è successo, andato?”
L'uomo è al telefono e mi guarda con un'espressione indefinibile.
Rispondo tra i denti “non ne valeva la pena, li ho mandati affanculo”, ma lui prende a rispondere alle domande del suo interlocutore telefonico. Mi giro verso il sole e rimaniamo come due stronzi, vicini, come se dovessimo aspettare per instaurare una conversazione più decente. C'è una sexy mamma con gonna bianca e scarpe alte. Me la squadro. Non è possibile andare in giro con una bambina piccola vestita in quel modo, è una chiavata ambulante. È diseducativo e anche patetico. Le si vede l'intimo nero. Se iniziassi a tastarmi e mi passassi la lingua sulle labbra non sarebbe fuori luogo.
Intanto, l'uomo continua a parlare al telefono e mi guarda come se per colpa di agenti esterni non potesse apprendere la mia verità sui fatti. La mia verità sui fatti l'ho ripetuta anche troppe volte, e quasi sempre l'ascoltatore di turno ha fatto spallucce imbarazzate. Non bisognerebbe chiedere, se non si è in grado di ascoltare la risposta.
Mi stufo e non lo guardo più. L'uomo resta al mio fianco per altri due minuti, poi se ne va sbuffando. Sempre al telefono. Non era neanche il caso di salutarsi. Sono stufo di questi incontri. Sono stufo di essere riconosciuto al supermercato e di dover sorbirmi l'amarcord casuale dei transitanti.
Ma del resto sbaglio io. Anche io dovrei chiedere. Chiedere eccome.
“Ehi bro, hai ancora quei problemi emorroidali? Hai provato con Ruscoroid? Ricordo che anni fa usavi Preparazione H...”
“Te ne stai scopando un altro? Uh! È l'ennesima altra metà perfetta, trovata dopo tanto penare? Avete fantasticato sulla vostra casa insieme e acquistato il libro dei nomi? E com'è il suo cazzo, lungo o tozzo? Somiglia al mio?”
“Sei passato dallo yoga all'aquagym al PD e poi a Grillo e poi a Tsipras passando per Pat Metheny e il gabbiano Jonathan, eh, stronzo?”
“Ennio, hai mai chiesto a tua sorella se nel 1997 voleva effettivamente scoparmi? Ho sempre avuto questa sensazione”
“Hai pianto al funerale di mio padre, me lo ricordo. Usavi dei fazzoletti Tempo edizione speciale. Piangevi potente. Ma, grande lota, ti ricordo che per i precedenti venti anni non ti sei fatto vivo e mio padre aveva nostalgia di te. Ora, io che sono il figlio ti chiedo il rimborso e dunque ti tratto per quello che sei, un sacco di merda. Buona giornata”
“Ciao Camilla. Ti ricordi come scopavamo bene all'inizio? Te lo ricordi? Mi dicevi che nessuno ti aveva fatto godere così. Che ero bravo con le mani e che ti facevo sentire una dea del sesso. Me lo dicevi e poi andavi a chiamare le tue amiche per organizzare quelle uscite del cazzo. Senti Camilla, io credo che durante la nostra storia tu abbia avuto una sbandata per quel tizio che supportava psicologicamente le guardie carcerarie e i sodomiti. Te lo ricordi? Aveva una bella barba e giocava a fare l'eroe, e diceva anche di aver conosciuto Berlinguer. Ti piaceva e non me lo dicevi. Vi siete masturbati? Facendolo, avete parlato di me? Ti sei sentita in colpa o sei solo una puttana? Gradirei il tuo punto di vista, Camilla”
“Pensi che non abbia capito che mi controlli per tenermi a bada? Suvvia...”
Ma mi scoccio di fare domande. E di giocarla sulla sincerità, perché tutte le volte che sono stato sincero ho visto scene di bava di lumaca e imbarazzo, tanto imbarazzo. Tanto imbarazzo, lungo e viscido, più del cazzo di un cavallo.
Domani acquisterò un'altra penna verde. Mi è proprio simpatico quel cartolaio.

Luca De Pasquale, 14 giugno 2014

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