06/06/14

Il sole cornuto


Gli estranei dentro di me si lasciano distrarre facilmente. Sognano ad occhi aperti. Sono dei romantici e, in quanto tali, inaffidabili. Sono spesso sbronzi e non si preoccupano l'uno dell'altro. Fingono di non notare le cose. Alla fine, tutto si riduce a questo andare alla deriva, e non mi riferisco a come le nuvole veleggiano in cielo. A come le ombre scivolano dietro al sole. È più qualcosa di geologico, un movimento tettonico. La fluttuazione non la si nota tanto facilmente, ma il suo impatto tende ad essere profondo.
Will Christopher Baer, “Il gioco delle lingue”, Marsilio Black

Altri cambiamenti. Benissimo.
Mi piacciono i cambiamenti. In genere mi piacciono. Perché so, anche, di meritare un rimborso. Un conguaglio.
“C'est que le debut”.
Già. Devo entrare tra le pieghe, tra le rughe, devo riappropriarmi di, di varie cose e spazi.
Per molto tempo non ho cercato consolazioni. Non ho voluto aiuti di nessun genere. Ho preferito lo zero. Ho imparato a riconoscere il mio odore di animale. Ho cambiato letti e ho perso pezzi di sonno ovunque.
Ho rispedito al mittente tutte le stronzate sull'amore e sul destino che mi venivano spacciate come materiale di prima scelta, ed invece si trattava di riflussi gastrici, di residui annacquati, di risulta melmosa.
Tra le luci calde di una casa-ipocrisia e un atto di ribellione privata ho preferito la seconda scelta.
Sono stanco di sentir gemere le persone, con quella feroce e vuota parola in bocca, “passione”. Nessuno -io nemmeno- sembra disporre di un reale misuratore di passione. È una parola svuotata, banalizzata, una formula simulacro. Se ci fosse vera passione, non saremmo così tristi.
Si cambia. Si cambia ancora. Nuova scena. Vecchi miracoli hanno fatto i vermi, e allora nuova scena.
Si cambia. Farò quel che mi gira. Nessuna nostalgia.
Anche una vecchia zoccola ha diritto di riposarsi.

C'è stato un tempo in cui mi bastava. Mi bastava guardare una donna dopo il sesso per sentirmi bene. Un tempo in cui il far accadere qualcosa mi faceva sentire quasi onnipotente. Un tempo in cui il minimo brivido sembrava significare più di ogni altra cosa, era una sfida, un esproprio alla rassegnazione, perché in fondo i sogni hanno un potere enorme, quando riescono a somigliare ai momenti veri della vita.
Venti anni fa bastava una stanza in penombra, un bastoncino d'incenso, parole sussurrate, un minimo senso del proibito e stavo a posto. Mi bastava per sentirmi una specie di Isaac Hayes scolorito, avvertivo sensualità in ogni cosa che facevo, in ogni sguardo, in ogni potenzialità ancora allo stato embrionale.
Mi sentivo ribelle, ingestibile, libero, senza scrupoli di sorta, amante dall'ambiguità nell'accezione più interessante. Mi sentivo intoccabile nel mio iperuranio di inquietudine fisica ed interiore. Mentre planavo sulla mia stessa vita, il contorno della vita me lo metteva in culo senza lubrificante: a nessuno può piacere davvero prenderlo in culo a freddo.
Più mi ribellavo, più cercavo spazi, più aumentavano i controlli, i contrappassi, le ingiustizie, anche le più banali idiozie. Sono caduto in trappole da me stesso ordite. Ho finto di essere convinto e di volermi mettermi al riparo dal caos, quando il caos è il mio elemento basico.
Mi sono eccitato per quella relazione clandestina. Per il non detto e il non ammesso. Per la possibilità di fare quel che mi pareva. Avevo un maledetto bisogno di sbagliare.
Sono le cinque del mattino. Mi sembra che siano passati quarant'anni, ma è probabile che io sia più folle e indomabile di sempre, e che il controllo di oggi sia una rinnovata forma di ribellione e non un essersi assestato in modalità che proprio non mi appartengono.

Cos'è la vita sana?
Ma chi se ne fotte, oltretutto.
Cosa è giusto mangiare, fare, vivere, desiderare, sognare? Che importa. Tra una manciata di anni sarò vecchio e più fragile, e poi morirò. Non ho tempo e voglia di insegnarmi la parsimonia e la saggezza, questi totem colabrodo che portano solo mestizia, stitichezza emozionale, paura del nuovo e attaccamento a quel poco che si è concluso effettivamente. È perfettamente inutile ostentare sicurezze che di sicuro hanno solo l'effetto ridicolo sulla pelle squamosa degli altri, di quella massa senza faccia della quale ci importa tanto il parere e la benevolenza.
A volte penso che c'è spazio per l'anima di un uomo nel cielo indeciso e tenue del mattino, sembra che ci siano piccoli anfratti per il posizionamento di un sogno che respira ancora. E quando penso questo, per circa due ore provo un senso di pace. Poi vado in guerra, con calma. So che le prenderò e le darò, che dovrò farmi medicare e che manderò qualcuno sotto i ferri a trattare con qualche santo. Si vince e si perde, si conosce e si disconosce, si ricusa e si apprende l'alfabeto muto del rancore. Alti e bassi, marea, oppressione e respiro,  un principio d'amore e la fondatezza dell'odio.
Schiavi mai. Mai. Meglio morire. Meglio estinguersi. Meglio deludere. Schiavi mai. A qualsiasi costo, schiavi mai.

Ricomincio da zero. Lo zero mi attrae. Lo zero è erotico. Lo zero si fa scopare bene e promette molto.
Ricomincio da quello che nessuno vuole, lo zero. Meglio lo zero che inutili posizioni di centro classifica. Ricomincio e non faccio trattative.

Tarsilla mi incontra in una delle mie sere-no, le sere in cui non apprezzo particolarmente la compagnia degli esseri umani. Mi ferma solo perché ci siamo guardati negli occhi, e per questo è un’ imbecille.
Sarebbe bastato un “ciao” assente. Sarebbe bastato. E invece.
Non ho argomenti per lei. Per lei sono un tipo originale che non si è ben capito dove vuole andare a parare. Opinione comune tra i superficiali, che ben mi guardo dal contrastare, trovo che tentare di spiegare se stessi sia da molluschi, da invertebrati. Chi si introduce è un pazzo o uno stronzo esibizionista. E allora parla lei. Mi dice che è andata al mare a fare delle foto subacquee. Non la trovo più attraente per questo. Il suo compagno è un boia. Un inutile cornuto pieno di entusiasmi ingenui e per questo fastidiosi. Mi parla del boia. Ha pubblicato un libro di aforismi che si “interseca in un romanzo coraggioso di formazione”. Mi viene quasi da vomitare, emetto dei timidi versi di prigionia, sono fottuto, vorrei scomparire. Non ho letto quel libro, ma non lo userei nemmeno per pulirmi il culo: sono oberato da pregiudizi-barriera in sere come questa. Preferirei fare un gioco di pompette con un metrosexual che leggere il libercolo di quel boia, di quel cornuto pensoso, ma la buona educazione esagerata trasmessami dai miei genitori mi porta a grugnire qualcosa di prossimo all'interesse.
“Tu stai scrivendo?”
“Brandelli, frammenti”
Ha una fedina al dito, l'Angelina Jolie condominiale. Brivido.
“Lauro fa delle bellissime fotografie subacquee, lo sai?”
“No, ah, non sapevo”
Fatevi un collage in camera da letto e auguri.
“Ma tu Lauro lo conosci?”
“No”
“Ti piacerebbe”
Non rispondo. Foto subacquee? Ma andate a filiare altrove.
“Luca, per chi hai votato alle europee?”
“Tsipras”
“Permettimi, non condivido”
“Okay”
“È un voto disperso, perché il magna-magna è uguale”
“D'accordo”
Resta interdetta: “Ma non difendi il tuo voto?”
“Non ne ho nessuna intenzione”
“Che passione, mamma mia...”
“Hai visto? Sono un campione”
La passione la uso altrove, suora da agriturismo. Mi piacciono i rossetti al lampone, gli specchi dialogici durante silenziose pratiche di conoscenza.
“Lauro è un attivista...”
Non voglio nemmeno sapere per cosa si è attivato il suo cornuto da comodino. Me lo immagino con una chiave da carica fissata nel culo e un sorriso dolce da marsupiale comprensivo; me lo immagino amare il buon vino e falsamente ogni tradizione, me lo immagino sensibile ascoltatore di musica di merda e adulatore assertivo con il cazzetto rosa in erezione per lei. L'ennesima creatura che ruba aria e vanità partecipativa a Dio.
Ho voglia di cocaina, ma non delle chiacchiere di Tarsilla. La sua sospirante partecipazione ai grandi temi della collettività le toglie ogni briciolo di femminilità, rimango sempre molto deluso dalle persone che sguazzano nel progresso della civiltà e si muovono per questo alla luce del sole. Un sole cornuto, come il suo Lauro, un sole da scoglio igienico, un sole del cazzo.
Voglio la cocaina o un superalcolico, ma voglio soprattutto allontanarmi. Non provo un briciolo di farfallina sessuale per questa visionaria che mi parla del suo cornuto da campeggio.
“Quando ti troverò tra gli scaffali di una libreria?”, fa, affabile.
“Quando sarò morto”
Fa la risatina e poi mi dice che se voglio leggere qualcosa di Lauro c'è un sito di “libera improvvisazione civile”.
Ma io mi occupo di volontario vomito incivile, illusa. Non leggerò il tuo Lauro, per Dio; pensa tu a tradurre i movimenti del suo colibrì in un canto d'amore e tanti saluti alle vostre porte del paradiso.
Fino a cinque o sei anni fa, con Tarsilla si poteva pensare di fare l'amore o intrecciare una relazione di durata massima di dodici giorni; ma adesso è una carcassa di sogni che invecchia, e invecchiando tartassa la squagliata strafottenza del prossimo suo. Ho troppo da fare anche solo per irritarla e fronteggiare il suo idealismo uterino, massimalista e associativo: a quest'ora ricevo solo Mefistofele o un vecchio amico nel cappio di nuovi sogni. Basta.

Torno a casa e mi drogo di Level 42 e Kajagoogoo. L'anno scorso, di questi tempi, avevo dei brevi colloqui motivazionali con il mio cazzo. Gli chiedevo ragione della sua inappetenza. Col cuore avevo smesso di parlare, lo trovavo un coglione melenso, improvvido. Chi mi stupiva era il Sig. Cazzo, in genere bulimico, disordinato, suicida in apparenza, colonia anarchica della mia anima capricciosa. Come in un libro di Malerba, parlavo con il mio cazzo e alla fine gli lasciavo il mio bigliettino da visita: “Se vuoi parlare, mi trovi in ore serali”.
Non è mai venuto, eppure gli avevo preparato un lettino e una tisana. Ho saputo che ha fatto pace con il cuore e ora vanno di nuovo in vacanza insieme, anche io offro qualche lieto fine, sì.
Quello che proprio non riesco a contattare ed eventualmente rendere più mansueto è quel rivenditore di specchi opachi che mi vive nello stomaco. Ma con lui è più dura spuntarla.
Ogni cosa a suo tempo. Tempo di cambiamenti.

La voce di Scott Walker riempie la mia stanza. Mi piacciono i crooners. Guardo il soffitto e fumo una sigaretta. Mi sembra di essere tornato a venti anni fa. Io, il soffitto, il fumo, la musica. Un po' di pace.
Mi sono provato una giacca bianca, un pullover stretto, dei calzoni da uomo maturo e noioso. Non mi sono piaciuto. Mi sono visto nella sala di una piccola libreria a dire puttanate su un mio libro. Quando devo presentare un libro, inevitabilmente assumo un atteggiamento antagonistico e seccato; mi sento sempre capitato lì per caso, anche se riesco ad essere disinvolto. Ma c'è qualcosa che mi rode, sempre, la nota stonata, la corda pazza. È tutta una fottuta follia. Scrivere, innanzitutto. E anche scegliere i margini come ho fatto. 
Forse questo cuore di pece greca non dovrebbe avere la possibilità di scrivere ed esprimersi. Come sono carini gli scrittori con le magliettine giovanili, con le barbe lefty e quei maglioncini bucherellati da provincia che avanza a passi da gigante. Come sono carini con la loro falsa modestia esercitata nello specchio d'acqua del water, come sono carini con le loro donne innamorate e fiere, pendenti dalle loro atrocità linguistiche e riflessive. Come sono carini quando ti fanno i complimenti per spirito di corpo. Come sono carini e didascalici quando ti consigliano un agente o un Don Abbondio del cazzo che ti introduca in qualche casa editrice. Come sono carine le loro scarpe, che sembrano essere radiocomandate per evitare le deiezioni di cane.
Guardo il soffitto e penso che dopo di me non c'è il diluvio, ma l'idraulico. Sempre qualche buon idraulico che cancelli le mie perdite, le mie infiltrazioni e quel sentimento sballato e negativo che sembra io lasci in giro come piscio di gatto, traccia olfattiva disperata che facilita la rimozione del vecchio benessere. Io sono un portafortuna. Sempre stato. Dopo di me viene sempre un buon idraulico ad aggiustare tubature e a stuccare i miei brandelli rendendoli pois.
Fuori c'è baccano. C'è un'altra volta lo stronzo con la chitarra e quelle ignobili canzoni da panorama ludico. Sono felice di lasciare quest'ennesimo posto. Guinness dei primati dell'irrequietezza. Ho voglia di andare dal chitarrista, schiaffeggiarlo con modalità da duellante senza guanti e poi infilargli un wurstel in bocca. Esercitati con il wurstel, José Feliciano dei diseredati, e vai a fare bocchini un po' più giù: io devo guardare il soffitto con la mia giacca bianca, devo riflettere, devo preparare il romanzo che mi fotterà definitivamente, altro che canzoni.

A casa dei miei, ricevo la telefonata di un lontano parente acquisito che caca il cazzo con le sue storie di ordinaria mestizia. È molto religioso e getta questo credo in ogni frase, come un aquilone impazzito. È anche conservatore e mi reputa un putrido comunista senza Dio, sin da quando ero ragazzino. Non ha tutti i torti. Mi racconta che sua figlia ha il marito disoccupato, che zia Burra ha la rinite e che è aumentato il fitto di casa e l'assicurazione dell'auto.
Questo parente acquisito mi fa diventare sempre più sboccato di quanto io già non sia. Perché mi irrita, mi annoia, sembra sempre che sta a predicare e dispensare, ed io divento ingestibile.
Alludendo al mio ultimo lavoro parlo quindi chiaramente, “c'era da ciucciare cazzi, io non sono il tipo”, e quanto alla felicità sono molto esplicito: “può darsi che arrivi prima che io mi faccia svuotare dai vermi”.
Il parente acquisito chiude inorridito. Un detrattore in pectore si va ad aggiungere alla lista. Quando il mio nucleo è stato in difficoltà non avete fatto un cazzo e ora ostentate bonomia. Girate dunque un dito a scelta nel vostro culo e pregate i vostri santi, ma lontano dalla mia famiglia o quel che ne resta.
C'è gente che pensa basti “informarsi” ogni due mesi e rotti per lavare le macchie da quella scatola di tonno inceppata che è la coscienza. C'è gente, anche parenti, ex partner, amici ipocriti, che tifa per il disastro e poi finge di avere un cuore grande così. Io su queste persone ci ho sempre pisciato, purtroppo solo metaforicamente. Ma non ho mai finto. Se mi fai un torto sei morto. Perdonare? Questo verbo non significa nulla. Non rendiconto ancora qualche emissario di fede per sapere cosa sia il perdono. Sono un bambino cattivo e finirò all'inferno, con i diavolacci cattivi che mi faranno precipitare in qualche girone senza luce. Ma all'inferno ci sono già, a giorni alterni, a seconda del tempo, della pazienza, dei buchi neri dei sogni e della mia schifosa pelle mortale.
Non accetto mani protese che espongano troppi anelli e gioielli. Preferisco i miei simili, quelle facce senza nome, quelle abitudini in moto perpetuo di ribellione, quelli che credevano di amare e invece sbagliavano, quelli che credendo di parlare alla radio hanno rilasciato dichiarazioni e invece amplificavano il brusio di quel possente demone che è la voglia di uscire da un sortilegio invisibile, non compiersi mai.
Fisso il soffitto. Non mi dice niente. Metterò la giacca bianca quando avrò voglia di chiedere ad un bambino di sporcarla di gelato. Questo sì che mi va.

Luca De Pasquale, 4/5 giugno 2014

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