12/06/14

Forte sul pedale del sesso


Tu cerchi solo di giustificare il fatto che te la vuoi scopare, allora dici che ha bisogno di te. Cos'è, Dio ti ha detto di trombartela e di riportarla nel gregge? Hai per caso immerso il cazzo nell'acqua santa? Ascoltami, ragazzo. Adesso è come se tu avessi la testa trasparente. Tutti possono guardarci dentro”
Tim Mcloughlin, “Heart of the old country”, 2001

Il tizio al supermercato ha voglia di parlare.
Io no.
Mi dice, mentre scelgo una bottiglia d'orzata, che la politica è peggiorata, che “si stava meglio quando si stava peggio”. In poche battute capisco che è un ex democristiano rimasto senza quartier generale ideologico. Rispondo con versi da cinghiale, e intanto chiudo gli occhi quando l'addetta del supermercato ci passa accanto con il suo aroma dozzinale da scopata contro il muro, ancora mezzi vestiti. Il democristiano scompare dalla mia mente per quindici secondi. Riapro gli occhi ed è ancora lì. È come se parlasse con gli scaffali e non con me. Non toccherà una fica da almeno vent'anni, l'ultima volta sarà stato con la moglie, che probabilmente era uno scaldabagno anche da giovane. Con la coda dell'occhio seguo i movimenti della tipa, che sta sistemando svogliatamente saponi, creme da barba e rasoi. Sono assolutamente convinto che ascolterà l'oroscopo ogni mattina e che sotto è depilata. La canzone che avrà ascoltato quando ha dato il primo bacio al suo uomo sarà di Neffa o di Baglioni. Chissà se tra loro c'è veramente confidenza; avrà o meno l'abitudine di dirgli se è venuta o meno? Gli chiederà di toccarla con due dita o sarà vergognosa, sottomessa, omertosa per paura di equivoci?
Il democristiano fa una battuta su Renzi. Di Renzi non mi frega un cazzo. Ma non lo hai ancora capito che stai parlando con un morto? Con uno che gira con una carta d'identità che non dice nulla di lui e nulla di buono? Ti sembro giovane, ma sono uno spettro. Non parlarmi della Democrazia Cristiana. Sono in questo supermercato per senso del dovere. Sono un mostro di polvere, che cazzo ne sai di me. Devo scrivere per non diventare un assassino. Il giorno in cui non mi si alzerà più il cazzo mi farò fuori. Credo. Non ne sono sicuro. Dipende da cosa vorrò in quel momento. Magari avrò imparato a credere in qualcosa.
Scelgo l'orzata e saluto il seguace incartapecorito di Martinazzoli. Oggi è una di quelle giornate che mi sento una mezza troia in confezione risparmio. Dovrei solo essere pagato per usare l'unica parte del corpo che non mi rompe i coglioni con problemi di coscienza.
Prendo del pollo, dell'effervescenza digestiva, il dolcificante e mi avvio alla cassa. Davanti a me c'è un tipo che ha un culo da frocio, tutto gonfio, richiamante, e una barba curatissima. Provo un moto di fastidio, non certo per le sue eventuali scelte di buchi di entrata/uscita, quanto perché emana una sgradevolissima sensazione di ossessione sessuale permanente. Non mi piace il suo culo, ma sta lì per chiamare fette di sesso. E questa cosa mi disturba terribilmente. Ma come cazzo si fa ad uscire di casa con un culo bombato di quella maniera? Comunque si gira e mi sorride. Gli sorrido anch'io. Se mi piacessero gli uomini, stai certo che te lo metterei in culo, non sarei certo io il passivo. Finalmente pago. La cassiera è poco desiderabile, scortese, e rumina forte una moderna derivazione di Big Babol. Preferivo l'altra. L'altra prima del sesso si butta l'anima tra le cosce ed è disposta a darsi tutta, questa no.
Frugo nella tasca sinistra per gli spiccioli sparsi, mi sfioro il cazzo e non provo niente, saranno buoni venticinque anni che il mio cazzo non prova niente per le mie mani, ed è stata una fortuna per entrambi.
Prendo la busta, saluto forzosamente la ruminante, mi preparo ad uscire. C'è un sole schifoso e si annuncia una giornata pigra.

Torno a casa e metto su un disco di George Michael. Sì, mi piace molto George Michael. Mi è sempre piaciuto. Grande professionista e persona intelligente. Mi piace e lo dico senza problemi. Non è detto che io debba sempre e solamente massacrarmi di avanguardie e roba per pochi intimi. Trovo che la musica di George Michael sia sensuale. Mi comunica sensazioni sessuali. Un sesso romantico che mi fa prigioniero e invalida buona parte della stanchezza e del cinismo. Sono romantico, lo so e non posso farci nulla. Sono una di quelle teste di cazzo che ama struggersi e che ha anche iniziato molto presto. Il mio punto debole è questa maledetta passionalità romantica. Ne sono schiavo ogni tanto e alla mia età potrebbe essere molto disdicevole. Non riesco proprio a contenere questo cupo romanticismo da pomeriggio londinese e quel parossistico sentimento del titanismo e della sacra resistenza.
Nulla mi motiva più delle sensazioni, nella loro crudezza, nella loro scomoda veridicità. Il resto è solo immondizia mediata e sciatta paura di morire soli e piagati/piegati dalla vita.
Non ho mai smesso di pensare che per amore ha un senso morire, sbagliare, restare soli, pagare tutte le penitenze e anche pregare Dio, se capita, quel Dio che altrimenti è solo un idolo di terrore e di inutili espiazioni.
Sono talmente romantico che vivo dalla nascita in un noir permanente, in cui a me tocca la parte di quello che fuma, che ha l'insonnia, che si danna per la dark lady appena tratteggiata, e che commette dei crimini per dimenticarsi. Tutto secondo copione.
Sono romantico e dunque il sesso da solo non mi è mai piaciuto. Sono romantico fin sopra il culo e odio gli amori ideali, perché non significano niente. Senza l'odore, senza il sapore, senza l'arroganza del provarsi non può esistere comunione. Sembrava, ad un certo punto della mia vita, che il destino mi avesse appioppato la pena di una collezione notevole di amori ideali, che non si compivano, e che continuavano a rompere i coglioni con sciocche folate di suggestioni prive di ogni fondamento. L'amore esaltato nella distanza e nell'impossibilità è solo diarrea ornamentale. Ciò che è potente, impellente, folle, richiede il contatto, richiede il mescolarsi, il fottersi insieme, sapendo bene che ogni giorno è un segmento che si stacca dalla vita e andrà a rimpolpare gli interessi della morte.
Senza il senso di morte e scomparizione, amare è impossibile, o è roba per conigli, che non fanno altro che accoppiarsi in modo comico sotto le paratie di credi momentanei e fasulli, di convenzioni intime che di intimo hanno solo l'imbecillità condivisa.

Mi comporto evasivamente alla cena di Serena.
Fumo continuamente sul balcone, origlio distrattamente le stronzate conoscitive di prassi, c'è anche un attorucolo che dopo aver ottenuto delle parti in alcune fiction di consumo si comporta come un dragatore professionista, tutto charme e viaggi. Un completo stronzo al quale non rivolgo la parola, se non costretto dalle circostanze. Entriamo subito in competizione e ci affrontiamo a distanza. Ma ora che mi sono tolto quel gilet di merda di dosso e non appartengo a niente che mi dia anche da vivere, ora sono solo un animale incazzato in libertà e faccio quel che mi gira. L'attore/viaggiatore dice anche di suonare il 'pianefforte', un'attività schermo per un mezzo cazzetto come lui. Il pianoforte. Ha parlato il poeta. Se lui suona il pianefforte, io sono funk crudo dalla testa ai piedi. Sono quasi un negro. Sono funk e lui non ci può fare niente. Indosso dei pantaloni nocciola così leggeri che mi sembra di essere nudo. Nudo e idiota, nudo e senza speranze, nudo e non come i delfini, che nuotano con i figli attaccati dietro, nudo e solo come un pericolo costante. Ho tanto caldo e ho perso tutti i punti di riferimento.
Queste maledette cene sui balconi, che hanno provocato danni irreversibili, queste cene sono un appuntamento con il maltolto. In contesti come questo mi sento più animalesco del solito, e molto più bastardo. L'attorucolo, Nicchio Piacentini, mi squadra, squadra le mie mosse, perché pensa che magari ho voglia di scoparmi qualcuna e deve arrivare prima e meglio lui. Quando apprende che sono uno scrittore, o quel che ne resta, cerca di pigiare il tasto sul fatto che non pubblico solista da un certo numero di anni. Vuole mettermi in cattiva luce, il dionisiaco ricchione. L'ennesimo maschio tutto ex insicurezze che sceglie nemici a caso per dimostrarsi all'altezza. Non credo abbia capito con chi ha a che fare; me ne frego delle sue fiction e per me può scoparsi chi vuole, anche l'aria della notte che ci frizza sui corpi accaldati. Due civette si incuriosiscono sulla storia della mia scrittura e delle sue fiction, ma non accetto il gioco. Lui è ricco, stipendiato dal padre, vive solo in un attico, si è tatuato qualcosa di azteco sotto il polso, lui è uno di quelli che si guarda il culo mentre chiava. Appunto,un dionisiaco ricchione.
Serena mi chiede se sto scrivendo. Lui ascolta attentamente.
“È il mio ultimo romanzo, si intitolerà 'Forte sul pedale del sesso'”, annuncio ieratico, “poi...”
In verità io non ho scritto mai un romanzo, quindi sarebbe anche il primo, ma va benissimo così.
“Poi...?”, mi chiede Nicchio, con aria sardonica, oltraggiosa.
“Poi prenderò i voti”, dichiaro serissimo.
Serena scoppia a ridere, come altri figuranti, e Piacentini resta spiazzato.
Fine del confronto. Accendo una sigaretta e mi allontano, cenere sui pantaloni nocciola, lava spenta nella schiena.
Mi torna in mente un pezzo di MC Solaar, vado in cucina e mi verso della coca-cola, ma quanto cazzo berrei un armagnac. C'è un'amica di Serena, la più stretta, che sta prendendo dei salatini a pochi centimetri da me. Lo sciacallo scatta tra stomaco e ventre, il demone pazzo, la pistola autoreverse.
“Ciao”, dice lo sciacallo.
“Ciao Luca”, fa lei.
Luca? Sa il mio nome. È un buon inizio. Ho un'aquila tra le scapole, altro che tatuaggi di merda. Devo mantenermi. Devo stare calmo. Devo pensare ad altro. Tanto lo so come andrebbe a finire. Tanta agitazione e poi l'odio, una crociera insieme per naufragare.
Niente baci in bocca, sono una zoccola. Pulita, ma una zoccola.
“Ti stai divertendo?”, mi chiede.
“Serata carina”, rispondo con voce da castrato, “ma ho mal di testa”
“Mi dispiace, vuoi qualcosa?”
“No grazie, non preoccuparti. Grazie”
Mi accorgo che mi sta guardando negli occhi. Avrei dovuto suicidarmi tanti anni fa per diventare il primo vento del mattino. Avrei dovuto scegliere un destino diverso, di ribellione tout court, avrei dovuto armarmi e sacrificarmi. Così sono una tigre ferita, appena sento l'odore del sangue mi precipito e nemmeno me ne rendo conto.
È uno di quegli attimi di sospensione, in cui scegliere se farsi avanti con un'incertezza in più o accettare di buon grado il ridimensionamento della propria disperazione. Senza opporsi e quindi organizzare altri momenti difficili. Di azioni sconsiderate ce ne sono state anche troppe. La prima è stata nascere, per giunta senza voler aiutare gli altri ad organizzarti la parata di santi e divieti.
Sembra esserci un filo, come quelli che muovono i pupi, tra lo sguardo di Giovanna e il mio. Nessuno dei due apre più bocca, poi in cucina si precipita Nicchio Piacentini con il suo sorriso da “mec veçu” che non vale un soldo bucato. Bastardo. Abbraccia Giovanna da dietro, le bacia una spalla, mormora “tutto bene?”
“Certo”, gli risponde la donna.
Non mi muovo. Non voglio dare soddisfazione a questo cane. Ci guardiamo negli occhi. Sarei abbastanza pazzo per spaccargli il naso con una testata. Mi hanno insegnato anni fa a trasferire tutta la spinta nella testa, quando si attacca. Farebbe una scena madre e forse mi denuncerebbe. E poi non si sa per cosa. Per Giovanna? Per Serena? È solo un ridicolo ricchione. Sconsiglierò le sue fiction a mia madre e alle mie vecchie zie: mi sembra la soluzione più intelligente.
Quando la tensione si allenta, torno sul terrazzo. È solo una cena di gente con i soldi, non so perché sono qui. I loro problemi somigliano a Beautiful o a un reality del cazzo, mentre io mi sto giocando vita e morte con una certa leggerezza, non abbiamo niente da dirci e niente da raccontarci.
Loro non hanno fatto la fila al centro per l'impiego, non hanno cambiato più appartamenti che mutande, sono tutelati a livello familiare, amicale, sono formalmente inseriti nella società a pieno titolo, questa società colabrodo e sfiatatoio di mal di pancia che respirano e infettano con le loro epopee subumane. E per molti di questi invertebrati scopare è un mettersi in riga con eventuali sogni, è un darsi chiavi in mano a individui della stessa razza e dello stesso credo, cosa che a me non interessa minimamente.
I loro sogni sono un pessimo romanzo da acquistare in uno di quei posti di merda dove ho lavorato anch'io. Poi si mette la costina in evidenza e si finge di aver vissuto un'evoluzione delle esigenze.
Loro ci andavano, in quel posto di merda. Li vedevo il venerdì pomeriggio e il sabato mattina. Io ero un agglomerato di fastidi e ribellioni sopite per tenere in mano il punto, e loro lì a sbavare le loro peregrine e dispensabili necessità.
Se una di queste sentisse il mio cazzo duro sotto la stoffa leggera dei pantaloni, penserebbe automaticamente ad un inizio. Ad un principio di sogno su cui lavorare insieme. Sono invecchiato per queste cose. Mi sono imbastardito e levigato male, in queste onde divento un Leviatano e la voglia di essere passione e raggio di sole può trasformarsi in un film gore con pessimi effetti speciali.
È piuttosto palese che la mia persona, per quanto discutibile, sia più interessante di quel garruso di Piacentini, così come la mia batteria sessuale. Quell'essere è un bluff, è un insieme di esperienze facilitate che cercano di raccontarsi in modo ruffiano e inconsistente. Nicchio Piacentini è solo una sciocca samenta, ed è per questo che si farà largo in questa piscina di borghesi un po' ingrigiti. Non c'è posto per le ferite vive, su questo terrazzo. Mi tengo i miei pantaloni nocciola e anche la performance di carne che sarebbe solo un chiodo su un muro pulito pulito.

Quando torno a casa in taxi, sono al punto che odio i miei pantaloni nocciola e sono nel pieno di una riflessione a largo raggio sui predatori come Nicchio Piacentini. Io e il tassista non ci siamo scambiati una parola. Penso che Nicchio Piacentini e quelli come lui vogliono solo la piccola morte, l'orgasmo, perché dopo si sentono meglio e avvertono ancora di più la loro indispensabile presenza al mondo. Per quelli come me l'orgasmo non rappresenta certo un punto d'arrivo. Dopo circa cinque minuti, attimo più attimo meno, i giochi sono abbondantemente riaperti e l'anima, se esiste, sembra ancora di più carta moschicida.
Mi spoglio rabbiosamente, scaravento tutti i vestiti sul divano, mi preparo un decaffeinato che sono le due e mezza di notte. Non aspetto nemmeno che la caffettiera gorgogli che ho già di nuovo una sigaretta in bocca. Vado sul balcone. Noto subito che c'è un'auto parcheggiata nel vicoletto, sotto un lampione che si sta fulminando e che sembra più una luce stroboscopica. Dentro ci sono due persone, ma i movimenti che si intuiscono sono inusuali. Non stanno parlando di certo. Con discrezione, angolandomi dietro la caldaia, riesco a guardare la scena con più insistenza. Alla luce intermittente del lampione mi appare ora nitida la classica situazione di bocchino in auto, il bocchino di saluto. Ogni tanto la ragazza, che indossa una canottina rossa, tira su la testa e si guarda in giro. Poi ritorna alla sua funzione, adesso riesco a distinguere la testa che si muove su e giù a media velocità. Il brivido arriva subito, dai testicoli alle mani, inghiotto un po' di nicotina e mi viene voglia. Per buoni due minuti, prima di smetterla di fare il voyeur, mi rammarico di non aver creato delle situazioni alla cena. Avrei dovuto spingere forte sul pedale del sesso. Non mi manca la leggera sventatezza di spostare l'attenzione dalla mia personalità al mio cazzo, penso. Avrei dovuto masturbare una delle invitate, in un angolo, con dolcezza e con decisione. Le barriere conoscitive tra uomini e donne sono a volte insopportabili. Non c'è miglior modo di conoscersi che fare sesso, le chiacchiere fino a tarda notte sono un'illusione fastidiosa, sono un depistaggio e ti fanno fare cazzate incredibili.
Ci sono tonnellate di uomini che si accontentano dell'amicizia di una donna, quando farebbero carte false per entrare in lei e godere insieme. È una forma di vigliaccheria, un aggiustamento strada facendo, un rattoppo.
A quel punto, meglio la solitudine. Meglio dimenticarsi. Meglio l'altrove che il poco.
Sono le tre del mattino e ho un'erezione idiota. Questo sono diventato: un'erezione. È la forma più nobile della mia persona che io possa ostentare, l'erezione. La più sincera e impellente. Il resto, Cristo di Dio, è solo un esercito di mercenari che fa simulazioni nel deserto, in attesa di cavalli tartari, unicorni, pigmei, arcangeli a polarità invertite, Golem e cosacchi. Il resto è una fantasia sbagliata. Porca puttana.

Luca De Pasquale, 11/12 giugno 2014

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