19/06/14

Bryan Ferry, Erote, Pilado, Onan e qualche coviglia


Uno sconosciuto batterista prova in una casa lontana. 4/4 e via. Una donna che è una bomba di profumo in gonna a righe mi passa accanto qualche minuto dopo che la bomba d'acqua si è abbattuta sulla città.
Mi manca il basso gommoso e suggestivo di Mick Karn. Avrei voluto tanto avere il suono di Mick Karn: pastoso, denso e liquido, geometrico ed emozionale.
I vigili urbani sono turbati dalla bomba di profumo in gonna a righe. Il porto è vicino e sembra di stare in vacanza, c'è gente con i sandali ai piedi e c'è la gelateria panoramica piena di turisti.
Stamattina mi sono svegliato con il desiderio di perdere la memoria. Mi sarebbe molto utile. Mi dispiacerebbe solo perdere tutte le conoscenze discografiche e letterarie, e magari non poter ricordare il calcio totale olandese. Poi il desiderio mi è passato, perché ho deciso di uscire e oggi le sigarette hanno il sapore dei miei anni.

Vorrei farmi un ciuffo alla Bryan Ferry. Ho l'età giusta per un dandysmo riflessivo, nel mio caso completamente fuori luogo e decontestualizzato. Certe mattine mi sveglio e mi sento quasi del tutto Bryan Ferry. Il suo “Boys and girls” mi cambiò completamente la vita. Un'eleganza incredibile, e testi che raccontavano di amori, di sensazioni, di anticamere del sesso, di rimpianti e tormenti. Molto adatto alla mia persona. Ospiti alle chitarre, Nile Rodgers ancora e David Gilmour, al basso Tony Levin o Neil Jason, alla batteria Omar Hakim. Difficile avere di più, in studio.
Il brano “Sensation”, che è sempre stato il mio preferito, inizia in un modo fantastico: Gilmour e Rodgers si fanno eco e si intersecano, Levin ha un groove tondo e centrato, la batteria è metronomica, perfetta. E la voce di Bryan Ferry proviene direttamente dalla migliore stanza del più bell'albergo britannico. Un gioiello.
A parte alcune differenze, ho anche il fisico adatto per essere Bryan Ferry e poi le giacche mi stanno bene. Un Bryan Ferry italiano e in esilio, ma avrei un mio perché.

Mi piacevano anche i Matt Bianco e mi piaceva uscire con delle maglie nautiche quando li ascoltavo. Mi sentivo pronto a conquistare chiunque. Chiunque. Un imbecille.
Venti anni fa sentivo il mondo ai miei piedi. Era una sensazione incredibile, sembrava proprio che potessi determinare tutto io. E se mi piaceva Brigida, avevo già la testa a Stefania; ma quando riuscivo ad ottenere un incontro con Stefania c'era qualcun'altra da amare per una settimana, per un mese, nei giorni dispari.
Poco serio? Può darsi. Ma era tutto alla luce del sole. Volevo divertirmi e dissiparmi, già allora non avevo niente da perdere.
Ma il fondo era nero e senza botola di salvataggio. Dell'amore mi piacevano solo le prime fasi, perché poco dopo arrivava la faglia assassina, la curva senza panorama, il ponte del Diavolo.
Anche allora, anche solo a 21 anni, amare era una pretesa assurda e costava sempre troppo caro. Facevo di tutto per non restare invischiato e farmi coinvolgere. Quando captavo il rischio di poter perdere la testa e la ragione, intervenivo deciso per non far accadere nulla che potesse fregarmi in anticipo sui tempi. La mia priorità era non creare dolore, a me e agli altri, perché di dolore ne avevo già respirato abbastanza. Cercavo di essere sincero, di lanciarmi nelle trasparenze, e il sogno vero era chiarissimo: amare una sola persona, per sempre, senza tradimenti, senza compiacimenti esteriori, perché solo amare per sempre mi sembrava nobile e meraviglioso.
Avevo ventuno anni e alternavo giorni in cui mi consideravo amore puro e altri in cui sentivo una smania di distruggere ogni cosa, di prendere le distanze, di cambiare nome e storia, di essere inafferrabile e crudele.
Pensavo di poter orchestrare, ma in seguito è stata la vita a dirigere me, a impormi le partiture, a mettermi ai margini dell'orchestra quando steccavo.
Passeggio ai bordi del porto e penso a queste cose. Sono cose astratte, che muoiono lì. Forse è finita l'epoca in cui le illusioni ti si ritorcono contro e ti costringono a cambiare strada.
Sono nella seconda età, in pieno. Disilluso quanto basta. Pazzo abbastanza per non aver chiuso baracca, ho il cuore di un ladro triste, non posso combattere ancora per stravolgermi. La mia immagine allo specchio mi lascia totalmente indifferente. Quello che le persone si aspettano di me non è di mia competenza, rivolgersi all'ufficio sogni e al limite protestare. Io dagli altri non voglio nulla e niente mi aspetto. Mi piace così. Mi piace questa contorta forma di libertà, non chiedere, non chiedere nulla che somigli lontanamente all'amore.
Nessuno ha stabilito che io meriti amore più di altri. Che io debba essere coccolato, ascoltato, compreso, desiderato, contenuto e forse liberato. Non ricordo di avere meriti tali da giustificare la crudele e breve bellezza dell'amore. Mi prendo il lusso di ripagare, di progettare ancora, di rischiare quando gli altri defluiscono e chiamano soccorsi, ma non c'è nulla di stoico che veicoli passione nei miei confronti. Ognuno di noi crede di essere speciale, ma è una cazzata, un dolcificante erogato a fatica, oltre il senso del ridicolo. Ognuno di noi crede di saper amare come pochi altri, ma i raffronti in questo campo sono letteratura del niente. Credo di avere l'unico merito di aver resistito con tutto me stesso a quell'odore di morte e di abbandono che ha sostituito il latte in polvere, un secolo fa. Forse ho anche il merito di un'onestà poco gestibile, e cioé scomparire in mancanza dell'amore vero. Non ci si deve amare per finta, per ruolo, per buona pace, per apparire completi a noi stessi e agli altri. Quando ho sentito che amore non era e mai sarebbe stato, sono andato via certo di non tornare mai più.
Mai più.
Le possibilità sono pochissime e i doni ancor di meno, renderli dei giocattoli difettosi è criminale.
Queste le mie azioni più coerenti. Non sono il migliore. Non sono meritorio di attenzioni trascendenti. Non ho grandi qualità, ma non mi svaluto affatto. Cerco di essere equilibrato sulla coda di stelle solo intraviste, il podio non mi interessa, mi piacciono le miniere di rame, i fondali scuri e mi piace arrendermi al troppo scegliendo di non restare in silenzio e quindi esprimermi.
Basta.
Mi sveglio pensando di essere Bryan Ferry. Un lusso come un altro. I lussi brevi spesso congiungono due mari che comunicano poco e male, ma che come scelta primaria conservano il calco dell'amore.

Molti anni fa lavoravo in un negozio di dischi import. All'epoca pensavo fosse un'attività transitoria, ero a nero e prendevo pochissimo, aspiravo ad altro e non potevo sapere che le esperienze successive, per quanto più sicure dal punto di vista economico, sarebbero state ben peggiori.
Il negozio era su due piani. Vendevamo roba assurda, satanismo cacofonico, avanguardia tardo-viennese, rumorismo concreto, avant rock innervato da sassofoni colemaniani, eccetera. Da noi non potevi certo trovare pop italiano di cassetta o r'n'b “arrenbì” da sveltina dopo la lampada del sabato. Gli ingenui che ci chiedevano roba commerciale venivano buttati fuori in malo modo, io stesso apostrofavo i clienti come “cani” tutte le volte che mi rendevo conto di perdere tempo con richieste inesaudibili.
Eravamo in tutto quattro ma facevamo chiaramente turni da due. Un lontano giorno di primavera, in un anno che credo potesse essere il 2001, io e il mio collega Flebo eravamo al piano di sotto, senza fare un cazzo. Si fumava, si parlava di calcio, di panini per la pausa, si parlava della figlia del commerciante di rimpetto che aveva un gran culo. Ad un tratto si spalancò la porta a vetri e comparve una ragazza, all'incirca una trentina d'anni. Flebo ed io impiegammo qualche secondo per renderci conto di quanto fosse corta la sua gonna. Praticamente inesistente. E aveva le cosce nude. Di faccia non era un granché, sembrava un ritratto oleografico di qualche mediocre pittore campano, ce ne sono a bizzeffe. Ma le sue cosce erano incredibili, lunghe, affusolate, tornite. Risalivano come tornanti di pelle, sicuramente profumavano, di certo promettevano. Flebo ed io deglutimmo all'unisono. Mi venne una leggera tachicardia, mi si seccò la bocca, iniziai a non essere più razionali. La ragazza chiese di qualcosa che riguardava pianisti classici o qualcosa di simile, era impossibile focalizzare la richiesta, con quelle cosce sotto gli occhi. Non avevamo un cazzo di piano classico, proprio un cazzo. Ma il nostro interesse era di farle salire quelle dannate scale, per rifarci gli occhi.
Flebo, una quindicina di centimetri meno di me ma massiccio e ferino, aveva la mano destra in tasca e faceva fatica a non mordersi le labbra. Io temporeggiavo, ma mi era venuta voglia di sesso. Sesso senza amore, sesso senza cuore, sesso sboccato, sesso con occhiali da sole e sigaretta in bocca.
“Non c'è niente che potete propormi?”, disse la donna.
“Sopra c'è varia roba”, disse Flebo, “puoi salire se vuoi”
La ragazza nicchiò: “Non potete vedere qui al computer?”
Flebo ed io ci lanciammo un'occhiata carica di libido e manie scopofile.
“Sarebbe meglio che salissi”, insisté Flebo, “c'è della roba non catalogata che potrebbe interessarti”
Sali, Cristo santo, sali te ne prego, sali e sogneremo insieme, pensai.
“Ma avete un archivio qui?”
“No”, mentì Flebo, ma poco ci mancava che iniziasse a sbavare.
La ragazza aveva mangiato la foglia: “Magari torno un'altra volta, ora vado di fretta”
Il disappunto di Flebo era talmente evidente che avrebbe potuto essere tranquillamente incriminato per molestie sessuali.
“Come vuoi, ma sopra c'è molta roba”, concluse mesto Flebo.
La ragazza salutò e uscì dalla porta a vetri. Rimasi male anch'io. Ero eroticamente tranquillo in quella fase, ma mi era venuta l'urgenza del sesso per quella visione da Bigas Luna, un'urgenza dolorosa, non riuscivo a contenermi e toccarmi non sarebbe servito a niente.
“Devo scopare”, disse Flebo.
“Anche io”, lo confortai.
“Ma come si fa a girare in 'sto modo”, riprese Flebo, “cioè tu così vuoi far arrizzare un uomo... cioè, allora lo vuoi... ma come sfaccimma era corta la gonna, è come se stessi in mutande... stronza, stronza... che stronza... che fantastica stronza... oddio come sto dritto... chiavatona stronza che mi fai, che mi fai...”
Detto ciò, portandosi la mano al sesso lanciò un urlo bestiale e cacciò completamente la lingua, molto bianca e carnosa. In quell'esatto istante si riaffacciò alla porta la ragazza, che ci guardò inebetita.
Flebo rimise la lingua a posto e tolse la mano dal membro. Mi avvicinai alla donna, che sembrava un po' intimorita.
“Dimmi”
“... ero tornata per chiedervi un bigliettino con telefono e mail...”
Non riuscivo a guardarla in faccia, lo sguardo cadeva sempre lì. Come siamo deboli.
Le diedi un foglio di carta scritto malamente a penna, con grafia incerta, guardai per l'ultima volta quelle cosce e la salutai. Non l'avremmo più rivista, naturalmente.
Flebo ed io ci riposizionammo sulla soglia del negozio, fumando. La strada brulicava di gente: solo a Napoli ci sono tanti sfaccendati in giro a tutte le ore del giorno, in particolare nel centro storico.
“Fica”, disse Flebo.
“Avrei voluto che mi piantasse i tacchi nella schiena”, dissi io.
Ridemmo. C'era complicità. Il giorno dopo ci confessammo di esserci masturbati, lui di notte e io all'alba. Eravamo entrambi impegnati, per i benpensanti gli uomini in coppia non dovrebbero menarsi l'uccello per delle sporche fantasie. Stronzate. Non è la teoria del sigaro di Clinton e del blow job ornamentale, masturbarsi non è reato e forse sarai ancora più ricettivo con la tua compagna.
Diverso è se sei disperato, se troppi film sentimentali ti hanno messo sulla cattiva strada, se ti hanno passato il valore dei sentimenti puliti come antidoto alle contraddizioni e quindi non trovi. In quel caso masturbarsi è reato.

Un'amica di una mia vecchia fidanzata, che era fidanzata a sua volta, iniziò a fare un po' di spuma per me. Spuma da gelato. Spuma di coviglia.
Iniziò a telefonarmi, con la scusa dell'amicizia transitiva, e mi raccontava i fatti suoi, incluse alcune incomprensioni con il suo ragazzo.
Una volta mi portò persino vicino al mare. Era un pomeriggio di gennaio. Io in quel periodo cercavo di essere fedele e corretto, me lo aveva anche consigliato il mio medico di base. Sentivo chiaramente che sarebbe bastato un bacio, un semplice abboccamento, per far succedere un casino di proporzioni bibliche.
Ero lusingato da quel corteggiamento ambiguo come un uovo in camicia, ma non avevo intenzione di eseguire del sesso o del petting/senso di colpa, non mi serviva, non ero un insicuro, non mi servivano conferme di pelle e saliva per confermarmi di essere minimamente intelligente e non sessualmente microdotato. E poi lei non era una di quelle che te lo tiravano fuori dai pantaloni con lo sguardo. E poi era troppo naturistica per i miei gusti: semi di baobab per andare al bagno, estratto di ninfea radicchio per la secchezza vaginale, margherite peruviane per depurare l'aria, fagiolini fermentati da servire come snack verde ai suoi amici progressisti, tutti con la sindrome del prepuzio piccolo e del frenulo sottile, una torma di rompicoglioni etici come non ne vedevo da anni. E poi il suo ragazzo era uno stronzo borioso; per la proprietà transitiva, anche lei non doveva essere un granché. Non stimo le donne che stanno con degli stronzi. Perdo qualsiasi interesse. Subito e senza ritorno in gara. Se penso che il tuo uomo è un leccapalle qualsiasi, ecco che preferisco fare lingua in bocca con il mio vicino sessantenne, che almeno ascolta Sibelius e Mussorgsky.
Vicino al mare, lei aveva l'aria di una che volesse darmi un bacio. Un bacio leggero. Le lingue sarebbero venute poi, e si sarebbero spalancati gli oceani. Non mi interessava. E poi era bruna in un modo innaturale, sembrava che avesse uno scoiattolo impagliato in testa.
Non succedeva niente. Si parlava. Si parlava e si parlava. Le donne pericolose per la mia integrità erano altre.
Poi lei mi disse: “Ma perché non hai mai preso la patente? È un grave errore, questo ti limita moltissimo, credo addirittura che ti impedisca di diventare adulto”
Quest'esternazione mi facilitava. Provai un brivido di felicità. Aveva toppato. Argomento tabù o taboo, aveva chiuso. Non solo non me lo hai fatto esplodere nella patta con un magnetismo meduseo, quando poi inizi a parlarmi di patente e auto, un errore gravissimo. Argomento taboo.
Infilai una sigaretta in bocca, aprii lo sportello passeggeri e uscii.
“Ma che fai? Dove vai?”
“Alla fermata dell'autobus, sai com'è, non ho la patente”
Dovevi farmelo esplodere, come dinamite, come tritolo a miccia conica, dovevi farmi bagnare come un bambino, dovevi essere solo una polluzione per farmi perdere la retta, molto retta, via. E che fai? Mi parli di patente.
Taboo. Taboos.
Basta con questa storia che le donne si concedono e gli uomini ci provano sempre. Anche un uomo può scegliere di concedersi o meno, anche un uomo -ogni tanto- può dare un qualche valore al suo palo del telegrafo, a certi gesti, persino a certi tradimenti. Patente no: argomento tabou, tab-u.
Forse ti avrei concesso di violentarmi, ma la patente proprio no, bambina.

Alla fine scrivi e scavi, scavi e scrivi, cerchi di riconoscerti.
Quando finisco di scrivere, che sia una nota per il blog o altro, non mi sento mai completo o completato, ed è un bene.
Non mi sento né arricchito né compiaciuto, non da me stesso. La sensazione più forte è quella, in compenso, di non aver fatto nulla per piacere. È molto tempo che ho smesso di preoccuparmene. Anche gli equivoci e i fraintendimenti lasciano il tempo che trovano. Non mi viene l'ansia, ad esempio, quando ogni tanto qualcuno si sveglia e mi dà del misogino o del sessista, oppure del reazionario perché scrivo di gente che si incula. Sono rudezze della vita e non partiti di pensiero. Cerco di scrivere quel che vedo e quel che sento. E vedo molta merda. Innegabile. Ad iniziare dalla mia. Le storie laide e scollacciate mi interessano. Sì, a volte sono un maiale. Sì, il sesso è importante quanto il pensiero del sesso. Sì, litigo molto di più con quelli della mia stessa area politica che con i “nemici”. È dalla “mia” parte che arrivano le critiche più acrimoniose e strumentali, è dalla “mia” parte che scatta l'indignazione più paludata e scontata. Mi piacciono gli scrittori arrabbiati. E a volte anche gli uomini incazzati. Ho letto scrittori di destra, anche molto reazionari, e se quel che scrivevano mi piaceva non l'ho certo rinnegato. Penso a Knut Hamsun. Penso ad Ezra Pound. Penso a Ernst von Salomon. Non tutto può essere ordinato e incastonato come nei vecchi circoli della FIGC.
Il sessismo. Cazzate. Quello che mi fa schifo e orrore è la mancanza di vero amore nel cuore e nelle abitudini delle persone. Non è con gli oboli che si risulta migliori, non è pensando che i propri genitori e il compagno di turno siano gli esemplari più degni che si dispensa amore.
“I miei amici sono persone fantastiche”
I tuoi amici sono delle teste di cazzo o dei bravi bambini, a seconda delle angolazioni. E non è detto che la tua angolazione sia la migliore.
Se Jericho crede in Dio e Minimauro no, per me partono comunque alla pari.
Se Carla è una virtuosa e Memma ha conosciuto cento cazzi per me partono alla pari. Se Torless ha scritto trenta romanzi acclamati e mi fa delle predicucce saccenti, a me che ne ho scritto solo 1,3, per me partiamo alla pari e gli faccio comunque il culo se mi gira.
No deferenza. No tremori. No complessi di inferiorità. No soggezione.
Hai due lauree? Due a zero per te, ma non sei migliore di me; ti affronto alla pari e non è detto che il tuo accademismo del cazzo sia più sano.
Questo è ciò che non capivano quei coglioni sfigati che dovevano organizzare il mio lavoro, che mi davano direttive o credevano di darmele: non ho mai avuto un solo minuto di disagio in loro presenza. Semmai, solo per la loro totale pochezza intellettuale.
Quando mi facevano, a me come agli altri prigioneri felici e contenti, i test valutativi io pensavo solo che avrebbero dovuto prendermi il cazzo in bocca e pigolare. Nessuna deferenza. Direttore del tutto? Alza quattro bocchini.
Capodipartimento? Del cesso.
Amministratore delegato meneghin-francese? Pensa alla chatte di tua moglie, che si fa ingravidare tra Tolosa e Cinisello Balsamo.
Slide di presentazione, formatore mestiere, motivatore in camicia bianca? Siete solo carta igienica.
Lo dicevo anche quando ero dentro, quando mi serviva lavorare. Io non ho mai dato via il culo: oggi lo dicono tutti quelli che sono rimasti fuori, ma io ricordo che il mazzo lo hanno dato eccome, quando faceva comodo ed erano in pole position.
Solo carta igienica. Solo carta igienica.
Nessuna deferenza. Con me è così. Leccamelo. Arrogance pour homme.

Luca De Pasquale, 18/19 giugno 2014

Nessun commento:

Posta un commento