18/05/14

Vendetta e Nutella


In quanta stupidità dobbiamo calarci per giungere alla nostra meta, quali sconfinati errori bisogna saper commettere! Se qualcuno te lo dicesse prima, quanti errori dovrai fare, tu diresti no, mi spiace, è impossibile, trovatevi qualcun altro; io sono troppo furbo per fare tutti quegli errori. E loro ti direbbero, noi abbiamo fede, non preoccuparti, e tu diresti no, niente da fare, avete bisogno di uno molto più coglione di me, ma loro ripeterebbero che hanno fede in te, che tu ti trasformerai in un coglione colossale mettendoci un impegno che neanche ti immagini, che farai sbagli di una grandezza che neanche li sogni... perché è l'unico modo di giungere alla meta.
Philip Roth – Il Teatro di Sabbath

La cornetteria notturna è ancora aperta. Ha una luce al neon molto triste ed altrettanto tristi sono le persone che schiamazzano lì sotto. Il resto della strada è buia, sporca, desolata e per niente poetica. Non mi piace il centro storico della mia città. Non mi è mai piaciuto. Ai quartieri popolari, dove si è costretti al contatto con la gente, preferisco edifici anonimi, di persone con medie possibilità e probabilmente nessuna aspettativa. Mi piace dover dire solo “buongiorno”, e magari accennare un sorriso. Non mi piace il rumore, non mi piace il folklore, non mi interessa aggregarmi, congregarmi, legarmi sulla scorta di abitudini che hanno gli altri ma non io.
Non vedo l’ora di tornare a casa, questa cornetteria mi deprime, mi deprime ancora di più lo spirito giovanilistico della serata che ho vissuto, le chiacchiere inutili, le ovvietà circostanziate, il dover essere amici per forza, vicini per abiezione della solitudine, sodali per la tremarella del fallimento. Cerco continuamente la solitudine e non riesco mai ad arrestare questa smania, questa traboccante necessità che se non soddisfatta mi rende intrattabile e ostile.
Certe volte la disponibilità altrui nei miei confronti mi fa davvero orrore. Sono lacci, sono manette, sono condizionamenti, mi sento crudele eppure continuo a guardare in direzione della porta sbrecciata del mio appartamento, dove ritrovarmi, dove mettere il silenziatore e un po’ di ordine. Ignobile serata tra post-quarantenni rattristati, disillusi, fragili come dichiarazioni d’amore andate a vuoto, allucinati come vuoti da lutto, così penosamente attenti a non far finire il fiele nella marmellata.
Tutto, in questa serata scadente e molesta, mi spinge verso l’alba, e più ancora verso la solitudine. Gli uomini che ho incontrato non sono miei amici, sono ciò che è sopravvissuto di amicizie terminate, scardinate e insoddisfacenti. Le donne che ho incontrato non sono più prede, e questo è già devastante, e poi hanno un atteggiamento irritante, e cioè quello di chi presume di conoscerti già, di sapere cosa farai e cosa penserai. Ma io posso cambiare anche in una settimana. Se venti anni fa abbiamo rischiato di finire a letto, non significa che tu possa conoscermi. Anche se avessimo consumato non mi conosceresti affatto, figurati. Ho cambiato più strati di pelle che maglioni e donne. Ho cambiato tante di quelle facce del cuore che ora mi sento un completo stronzo e le perdite di tempo le trovo più criminose di ogni altra delusione possibile. Ho trascorso quarantadue anni con i piedi su queste strade, e la maggior parte delle volte ho sbagliato sensi di marcia e ingressi di palazzi e alberghi. Sono andato a cacciarmi in situazioni di merda e tu pensi di conoscermi perché la tua memoria pensa di ricordare il sapore della mia lingua. Grottesco.
Questo è un paese che riesce a rendere le competenze una colpa e le caratteristiche peculiari come un limite. E dove la fantasia e la creatività sono approvate solo se smerciabili in qualche modo. Penso a questo mentre gli amici scoloriti di questa serata senza capo né coda discettano di politica, di svolte a sinistra e di blande opposizioni. Loro sono tutti pieddini, qualcuno non ammette la sbandata cinquestelle per non essere lapidato, tutti però hanno una certa comodità a pagare le bollette e il massimo problema è solo quanti mesi l’anno vivere la casa delle vacanze; in più, nessuno di loro svolge un lavoro creativo e nessuno di loro, al contempo, deve vendicare qualcosa o qualcuno, che è invece una mia priorità precisa e non derogabile.
E così, con me il confronto non decolla, anzi si rischia la colluttazione concettuale; non è per me essere moderato, non provengo dalla DC che ho sempre detestato, non ho una sola spolverata superficiale di cultura cattolica, non tollero nessuna forma di populismo vaniloquente e il giorno in cui voterò a destra vorrà dire che qualcuno mi ha rubato l’anima. Della destra non mi rappresenta nulla. Proprio nulla. Anche se tendo al nichilismo, all’individualismo e all’intolleranza (mirata), io non sarò mai un uomo di destra. I valori di una destra intelligente sono il contrario esatto di quello verso cui mi muovo, laddove la destra riesca ad avere dei valori. Forse solo una destra sociale e sincera, della quale conosco pochissimi esemplari, e lì c’è rispetto reciproco. Figuriamoci allora la tipica persona che vota a destra solo perché continuamente stimolata a orientarsi verso un sistema di accumulo di beni e benesseri. E poi per me la triade patria-famiglia-religione è più o meno come una dose di veleno.
Eppure. Eppure proprio non riesco a digerire il comodo progressismo di questi amici in acido, progressisti perché le loro famiglie provengono da una cultura di sinistra snob e con i paraocchi, che di sinistra non ha un cazzo. Non si può essere di sinistra e avere la mangiatoia bassa, cosa che questi stronzi non concepiscono. Non tanto avere la mangiatoia bassa, rettifico, quanto servirsene con fare ipocrita, sommessamente, da codardi. Non puoi dire di credere in certi valori, se poi ti è comodo usare bene la lingua in ogni contesto che ti accoglie. L’Italia non è e non sarà mai un paese di sinistra, non ne ha proprio la vocazione, io mi sono rassegnato tanti anni fa. Detto questo, non mi costa nulla ammettere che non faccio nulla per smuovere le coscienze. Non ne sono capace e poi me ne frego. Ho la coscienza sporca, ho la fedina emotiva sporca come gli slip di un adolescente travolto dagli ormoni, vuoi mai che mi metta a pontificare, piuttosto mi organizzo per fare il gigolò con donne che abbiano rigorosamente superato i sessanta anni.
Questi mezzi rincoglioniti litigano su Renzi e Grillo, si beccano tra loro perché c’è uno che è più vicino a Vendola, e io mi dico, consumando mezzo pacchetto di sigarette, che mi sento come un maniaco in un convento, con loro. Sono così preoccupati. Preoccupati di tutto. Hanno il giallo nelle mutande e per giunta hanno paura anche delle compagne e delle mogli. Non hanno saputo nemmeno affrontare la morte dei genitori, sono tornati Peter Pan peggio di prima, loro, il Subbuteo, il pop pederasta anni ottanta e la Nutella, loro, Nanni Moretti e la fica sempre ben lavata delle loro donne nevrotiche, loro e Paolo Sorrentino, loro e il reggae e le foglie d’erba e l’interrail nel 1991 e Maradona e vaghissimi scampoli di discorsi di Berlinguer. Loro che danno a me dell’omofobo, e poi hanno i conati di vomito quando un omosessuale gli si avvicina; loro che danno a me del misogino e poi non aspettano mai che la loro compagna se ne venga anche lei, forse non reggono il tempo e il ritmo del coito, forse le loro mamme hanno sempre detto loro che fottere “fa bene, è uno sfogo necessario”.
Ma non gliene voglio. Perché loro, alla fine, non inseguono certo la solitudine, piuttosto un’educata e melliflua condivisione di ideali e gusti. Hanno scelto delle compagne deboli, perché le donne più in gamba li hanno mandati affanculo tanti anni  prima, e ora sono per loro l’indicibile ossessione se non il peccato notturno ed onirico.
Per loro fortuna, questi educati democratici non sono costretti a svegliarsi al centro della notte e dover pensare al miglior luogo dove ricostruirsi, lontano dagli sguardi invadenti della claque degli affetti. Non sentono la pressione della lama sul collo, quella lama che si chiama scioccamente vendetta, riscatto con riabilitazione, rimborso post mortem per chi si è preso anche il veleno degli stupidi. Se fallirò la mia missione solitaria, la sconterò forse con una solitudine non più voluta, loro se falliranno avranno la certezza di un’equipe specializzata in materassi, attutitori, massaggi e terapie all’avanguardia. La serata finisce a pochi passi da un’inutile cornetteria by night per gente che vuole sentirsi allegra, a pochi passi da un centro storico che non ho mai amato e mai amerò. Credo anche di non essere mai andato, nella mia vita, più di due volte di fila in un locale. Non potrò mai dire “Gianni, il solito”, perché per me il solito non esiste. Il solito desiderio, invece, è gestirmi da solo la strabordante dose di circostanze non chiare, di attenuanti violentate e di concordanze sventate. Diversamente, mi annoierei. Come è accaduto anche troppe volte.
Chiamo un taxi, poco dopo la cornetteria. Rifiuto di essere accompagnato fino a casa da uno di loro. Sono stanco e preferisco parlare di Reina con il tassista. Se tifa per l’Inter, gli parlerò di Handanovic. Se è laziale, di Berisha. Se è juventino, di Storari e di Luciano Bodini dell’epoca. Se tiene alla Roma, vai con Skorupski. Se è milanista non gli parlerò di nulla e penserò ai cazzi miei.


LdP, 18 maggio 2014

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