14/05/14

Sbraquo


Finalmente mi arriva la terza serie di Braquo. Sento l’assenza di Théo Vachewski. Il suo comportamento canagliesco e irrazionale mi appassionava.
Duvauchelle, nella sua recitazione estremamente dewaeriana, sapeva dare i giusti accenti al personaggio, per tanti versi irresponsabile ed inaffidabile.
Certo Duvauchelle è uno dei più convincenti attori della nuova generazione europea, un James Dean modernizzato e appunto innervato dall’atteggiamento “farfelu” e “connard” del grande Dewaere, verso il quale Duvauchelle ha più volte manifestato grande ammirazione. E si vede che lo ha proprio studiato.
Guardo Braquo 3, che comunque soddisfa la mia voglia di discese agli inferi e vendette, sapendo che Vachewski/Duvauchelle avrà solo degli spazi in flashback, ma è meglio di niente.

Strana scena cittadina, oggi. Cielo gonfio di una pioggia già abortita. Un ragazzo che porta due confezioni d’acqua in un palazzo. Incontri pigri e già finiti prima di decollare. Una silfide con le scarpe rosa. Io che ho dormito senza svegliarmi nel mezzo della notte, ed è un miracolo. Io che mi guardo in una vetrina e scopro che ero più affezionato al volto scavato che a quello, più pieno, che porto in giro ora. E in testa il racconto che ho letto ieri sera, scritto da me più di dieci anni fa e sommamente irritante. Non ritrovo coordinate, in quel racconto di undici anni fa, e mi incazzo. Di certo qualcosa mi rodeva, ma capirai che novità. Smaltisco per strada, molto faticosamente, il fastidio che mi è rimasto sulla pelle. Odio davvero rileggermi. Non lo faccio dopo due ore, figuriamoci dopo dieci anni. Cosa volevo, cosa speravo? Non mi è dato capire e dunque preferisco dimenticare.
La strada di oggi mi racconta di un’impotenza diffusa, non so perché ma mi sembrano tutti trattenuti, non espressi, tutti sotto osservazione da parte di qualche organo di controllo maniacale e controproducente.
In un bar all’aperto c’è uno che scrive dei libri di merda sulla musica, sta intrattenendo due persone e si agita molto. Non voglio incrociarlo e cambio marciapiede prima che la frittata di intolleranza si spiaccichi.
La tabaccaia è strabica. Un ragazzo grasso parla di come ci si unge con le pizzette mentre prendo il caffè. Una donna grassa parla con un’amica e fa in modo di chinarsi continuamente per far vedere le tette agli uomini che passano, perché sono l’unica parte passabile del suo corpo. La immagino ore al trucco, a sperare che la felicità volga finalmente lo sguardo dalla sua parte, la immagino chiedere quel misero conguaglio di attimi a Dio. Rabbrividisco.
E poi passo accanto a quel negozio di intimo misterioso, che non riesce proprio ad attrarmi, una cretina in giarrettiera resta una cretina e un uomo sciocco con il pigiama sexy risulta ancora più coglione.
Stranissimo, oggi ho voglia di sole. Mi sento una lucertola e vorrei fermarmi al sole per qualche ora, senza un movimento. Senza corpi che facciano ombra.
Forse potrei decidere di appoggiare un libro aperto sul cazzo e aspettare che faccia sera. Potrei spegnere le sigarette nella sabbia e gettare il cellulare a mare, senza batteria.
Lo stesso effetto del racconto di dieci anni prima me lo fanno delle compilation che ho fatto qualche mese fa per scrivere. Non riconosco i pezzi, che potrei dire scelti da un’altra persona, con gusti opposti ai miei e necessità inconciliabili con le mie.
Mi dico che forse ho degli strati di pelle di riserva. O che vivo dei veri e propri blackout, che mi trascinano lontano, verso cose che non mi appartengono e che probabilmente danneggiano la gestazione già caotica dei miei progetti.
Mi sento spaesato, potrei vestirmi di bianco e andare al mare. Un insipido pezzo soul mi apre le braccia dalla compilation di ottobre, fa schifo, non so come ci è finito. Sarebbe musica più opportuna per fare del petting con un ricordo decomposto, cosa questa che sembra appassionare molti uomini.
Poi il cd mi propone Barry White, “Playing your game”. Massimo rispetto, ma che mi passava per la testa? Volevo giocare al playboy da dispensa? Un qualsiasi stronzo che si infila una vestaglia blu e verde e senza mutande fa intravedere il bozzo alla moglie per un ripasso senza fuoco?
Oggi non mi riconosco. No, e mi innervosisce. Questo soul frocesco che io stesso scelsi mi parla di mondi che non cerco. La mia foto in una cornice a forma di cuore. Lunghe session di derrate alimentari con ex amici idioti. Messaggi notturni a sconosciute. O voglia di veder riconosciuto il proprio talento dalle persone peggiori, altra attività che seduce molti.
Dimostrare agli assenti che si è ancora presenti. Dire al primo che ci affligge con i suoi problemi che deve pensare positivo. Dire che la fede è un dono e che chi non la vive è sfortunato. Guardare le prime serate Rai o Mediaset perché è meglio evitare film e programmi che facciano pensare. Dichiararsi fedeli senza ammettere che è solo la pigrizia (e in certi casi la sfortuna) a tenere il cazzo lontano dall’acqua calda. Desiderare l’approvazione degli amici per il nuovo legame. Pensare che solo un figlio possa salvare dalla mancanza di senso. Votare il primo idiota che alza la voce e si improvvisa Masaniello, in quest’Italia con le braghe calate e un bel palo nel culo dell’intelligenza.
Telefonare allo scrittore influente, fargli cinque complimenti cinque e sperare che ti aiuti a tornare nel giro. Essere cortese con il bastardo che ha contato tutte le tue cadute per suo sfizio personale. Frequentare persone più abbienti per non pensare alle proprie e reali miserie.
Di tutto questo mi parla il soul sciocco e levigato che avevo selezionato mesi fa, non si sa per quale motivo, non si sa per quale spinta. Un soul insalubre che mi fa toccare con mano tutto ciò che non voglio essere.

Forse è per questo, anche, che adoro Théo Vachewski e le sue caratteristiche di inpulsività, la sua necessità costante di adrenalina “sbagliata”.
A furia di essere prudenti si finisce per scegliere dello schifoso soul da innamoramento obbligatorio, ed è deturpante.

LdP, 14 maggio 2014

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