02/05/14

Darkness


Lo sguardo della persona che mi studia e mi osserva emana una diffidenza squadrata e senza emozione reale. Io sono vago, e la diffidenza aumenta in proporzione. Ma non voglio la lotta. Perché mi rendo conto di occupare gli spazi vuoti lasciati da altri. Perché la mia storia sfiora e a volte si appoggia a parole già dette, speranze già seminate, consuetudini vecchissime che nemmeno l'anarchia più totale potrà scalfire.
Lo sguardo diffidente di chi cerca per me la cornice giusta non mi contiene e non contiene nemmeno il suo piglio semplificante, incespica sul mio rock distratto e non ne cava niente.

A stare ad ascoltare i sogni, è impossibile condurre una sola vita, è impossibile essere realmente aderenti al senso dei propri comportamenti. Vita fattuale e vita interiore spesso si affrontano alle ore più impensate, sono veri e propri duelli, nei quali quasi sempre prevale il buonsenso di qualche secondo che inizialmente aveva procurato le armi e magari scelto il luogo della sfida.
Già quando scende la sera sento di trovarmi tra due fuochi, a cercare equilibri, compromessi e zattere di salvataggio, poi di notte finisco per sognare e il mattino, del mattino ho già scritto ieri.
E la propria immagine, impossibile che non lasci delle perplessità e un retrogusto di assurdo. A volte mi specchio, raramente e solo magari per scorciarmi la barba o buttarmi un po' d'acqua nei capelli, e non posso che chiedermi chi sia lo stronzo riflesso, con lo sguardo che è un misto tra languore e sonno, un'insalata di frammenti di bambino e anteprima del vecchio impaziente e poco propenso a farsi da parte.
Non mi giudico male e non mi compiaccio nemmeno, so solo che il tizio che vedo nello specchio è il mio contenitore, la mia scatola animata, il mio schermo precostituito, un occasionale compagno di sguardi.
Non potrei mai amare il mio aspetto, sarebbe così surreale ed inadeguato, non si può essere vanitosi se si dispone di scatole e non di fiori. E così ingollo una pasticca di musica, attento alle mie tonsille con dosi di nicotina e poi mi faccio vedere per strada, velocemente, senza pretendere alcun tipo di osservazione. Ti piacciono i miei capelli? Non li ho pettinati. Ti piacciono i miei occhi? E chi li conosce, se non per poco. Ti piace qualche volta ciò che dico e scrivo? Io non ricordo facilmente quel che mi passa per la testa. Non mi rileggo. Mi piace dimenticarmi. Mi serve. Aspiro a dimenticarmi continuamente.
A volte ho preferito passare per un mezzo sfigato piuttosto che elencare le cose che faccio, dove trovarmi, dove leggermi, perché mi infastidiva che qualcuno potesse associare vecchie parole alla scatola visuale da me portata in giro.
“Spostate le luci sul pianista e in culo”, sussurravo, supplicavo.

Fila al bancomat.
La tigre da palestra muove chiappe e capelli. Qualcuno ha un'erezione. Qualcuno sogna di scoparla contro il muro, dopo aver salutato la moglie al telefonino. La tigre da palestra se la tira e se la strizza, e a me sembra un mostro-grandilabbra che inghiotte le fantasie degli uomini e le trasforma in pochi strappi sotto i testicoli e poi basta.
C'è aria di sega sul volto del travet di mezza età che ha perso quasi tutti i capelli e impone alla vista altrui un riporto d'avanguardia. C'è aria di vanità mezza morta tra le cosce della tigre da palestra, c'è smania di non imbarazzo nel mio veloce movimento verso lo spazio aperto alla mia destra, da dove non guardare la scena.

Il salumiere è ostile perché ci vado solo due volte ogni quattro mesi. Sto poco a casa, ma questi non sono comunque cazzi suoi. Il salumiere mi maggiora la spesa e poi mi manda i morti quando esco dal negozio. Il salumiere ha saputo che sono in cassa integrazione e per questo mi rispetta un po' meno. Il salumiere ha votato Berlusconi per anni, ma ora un amico del figlio si è candidato nel PD, renziano dell'ultima ora, e lui tiene accanto alla cassa i biglietti da visita del neo-candidato.
Una volta ha cercato di darmene uno, ma è da tempo che il PD mi fa schifo e che quelle quattro formulette a culo affettato che recitano in giro è quasi peggio delle pompinare da festino dell'altra sponda.
Ogni volta che sento parlare un politico della nuova onda mi disgusto per la completa mancanza di fantasia, di fantasia utile intendo.
Sento solo verbi come “marciare”, “progredire”, “rispecchiare”, “regolarizzare”, ma niente che sia vita, che sia scintilla. Il salumiere ha i capelli rossi e il fiato cattivo e mi dà del tu perché non sono ricco e non sono un professionista; ma a quello più giovane con la giacchetta grigia e la faccia da benessere continua a dargli del voi, come un vecchio laurino dei tempi d'oro.

Mi hanno chiamato “Signor De Pasquale” solo quando dovevo dare qualcosa, e solo quando hanno saputo che stavo facendo qualcosa di riconoscibile, tipo passare al telegiornale per il primo libro. Poi hanno ripreso con il tu, perché mi porto a ragazzo anche se ho quarantadue anni.
Me ne fotto del tu o del lei, ma guardo ai comportamenti per regolare le reazioni. E non mi piace l'eccessiva confidenza. Chi manca di rispetto non ha la mia benevolenza. Chi piscia fuori dal vaso paga pegno e non sta fermo solo un giro, esce dal mio gioco definitivamente, dal mio gioco breve pieno di nebbie, dove è già difficile orientarsi per la scarsa visibilità.

La giovane moglie del medico, non lo ama. Si vede. Non so perché lo abbia sposato. Non sono fatti miei. Ma non lo ama. Gli vuole bene, si è abituata. Non lo ama. Lo sente scorreggiare tra le coperte, lo fa venire quando lo vede nervoso, rispetta sua madre e la chiama “mamma”, cresce due figli praticamente da sola e non gli chiede niente, la domenica mattina fa la lavatrice e prepara la pasta al forno, anche se durante la settimana lavora più e meglio di lui.
La giovane moglie del medico vorrebbe in cuor suo essere portata via, e scoprire che in certe insicurezze c'è la forza disperata e inutile di picchi che poi la vita rintuzzerà e divorerà. La giovane moglie del medico si è chiesta spesso come dev'essere innamorarsi per davvero. Gliel'ho letto nello sguardo, quando l'ho incrociata. La giovane moglie del medico vorrebbe un amante vero, un uomo che non ha il destino tatuato addosso come quel coglione del marito, ma vorrebbe un uomo così solo se quest'uomo possedesse la qualità di volatilizzarsi dopo il sogno, senza danni e senza dolore e senza carte bollate.
Glielo leggo negli occhi, mentre si tortura i capelli alla fermata dell'autobus, ma siamo su piani diversi. Io sono la scatola che fuma, il corpo mezzo jazz e mezzo inferno scampato, la fantasia è il ritorno al lago che non esiste e il rischio è quello di caderci ancora vestito.
Differenze. Chilometri di disincanto su sponde opposte, sponde che non si guardano e che non si chiederanno mai neanche l'ora.
Come vita vuole, ci sono altri vuoti da accendere.

Luca De Pasquale, 2 maggio 2014

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