15/05/14

Mark Sandman Blues


Chi tormenta se stesso non è mai soddisfatto, qualunque cosa accada. Teme sempre il peggio, e non smette mai di prefigurarsi il pericolo imminente. Nella buona sorte -che gli sottrae l'argomento preferito per affliggersi e lagnarsi- si sente a disagio. Potrà avere successo finché vuole in ogni questione ragionevole o importante; ma se c'è anche una sola cosa (e saprà certo trovarla) che non riesce ad ottenere, questo gli renderà amaro tutto il resto”
William Hazlitt, “Il piacere dell'odio”

Anche oggi nasco con “Whisper”, la voce e il basso di Mark Sandman.
Non si sogna se non con le pillole.
Il grande Mark, altro mio idolo infranto, è morto a soli 46 anni a Palestrina, in concerto, stroncato da un attacco cardiaco. Cantore di una vita che sfugge, dei colori malati della felicità, della brutale sconcezza del poco e di grandi passioni naufragate per poco e niente.
Quando morì, il 3 luglio del 1999, pensai subito “cazzo, anche lui” e mi chiusi in mutismo tutto il giorno. Un'altra anima sensibile presa a calci nel cuore, da un Dio pazzo e frettoloso. Consideravo Mark un altro dei “fratelli” di decomposizione, ne ebbi a male.
La morte di Mark andava a rimpolpare le fila di quelli morti male e prima del tempo, di quelli che non avevano fatto molto per fingersi non fottuti.
Di lui non si sapeva un granché. Saggia scelta la sua, parlare poco, non fare troppa scena. Anima dolorosa, spirito in croce e musica, il grande Mark.
Avevo amato molto, ancor prima dei Morphine, i Treat Her Right, oscuro gruppo rock blues il cui “Tied to the tracks” lo avevo comprato per caso su una bancarella fuori la stazione della metropolitana di Montesanto.

Oggi mi sveglio e ho voglia di ascoltare Morphine e Treat Her Right, ho voglia proprio e solamente della voce di Mark Sandman, ed è da questo che capisco che tipo di giornata vivrò, che sensibilità menomata mi starà alle calcagna.
All'alba la luce filtra dalla tapparella, sento le rondini che si inseguono, un'ora e arriveranno gli operai, decido di non alzarmi. Fuori, la vita mi aspetta per declinarsi e declinarmi, mi chiederà di essere attento e scrupoloso, e di non portare rancore o sconcerto in giro.
Alla mia età le persone incontrate sono state già troppe e c'è stato un disordine che doveva essere prevenuto e regolamentato. Molte energie sono andate disperse e sono state sostituite da movimenti forti ma di breve durata. Dopo le piccole gioie, dopo le mani che si sfregano per la contentezza, c'è un boia che stende il telo nero e abbassa le luci per creare un'atmosfera di desolante fatalismo.

Per strada mi danno un depliant che spiega un'iniziativa di solidarietà. Leggo due righe e lo getto nel cestino dell'indifferenziata. Lo ammetto con candore: non me ne frega un cazzo di questa roba.
Sono un individualista disgustato, un borghese malato cresciuto in un ambiente con i cessi puliti e le mani sporche, ho sempre preferito un'avventura di letto ad una preghiera e una gita in purgatorio alla buona volontà condivisa.
Me ne hanno dette di tutti i colori, egoista, arrogante, arido, sciocco provocatore, eccetera. La realtà dei fatti non è per questo cambiata: non sono mai stato tagliato per queste cose. Il sordido mi attira molto più della carità. La storia di un solo individuo può sedurmi, la lacrimevole storia di una comunità può toccarmi molto meno.
E ho sempre pensato, meglio prendere una matura divorziata da dietro e vederla godere con la bocca contro lo specchio e l'armadio che credere ancora al mazzo di fiori alla ragazza che si innamorerà di te.
Non vado a portare il mio disincanto e la mia decadenza di borghese andato a male a feste, conferenze, simposi solidali e chiese. Lo considererei un affronto ed una mancanza di rispetto, visto che non me ne frega un cazzo, come già detto.
Ho regalato fiori. Certo che sì. Le donne meritano comunque i fiori, è stato spesso l'amore che non li ha meritati.
Ho grande ammirazione per le donne e sarò sempre gentile e delicato, nei limiti della mia non eccessiva intelligenza. Da poco ho regalato una piccola pianta alla mia compagna ed è stato un gesto di vita. Anche Caronte può regalare fiori. Anche Prometeo può avere paura del fuoco, anche se lo porta in grembo. Anche un'anima ferita, che ha cercato più frequentemente l'umiliazione che il palcoscenico, può essere capace di sentimenti. In questo senso, so di essere malato. Il mio magone perenne, ho smesso di combatterlo. Come la sindrome dell'altrove, del “non posso”, come la smania di assumersi responsabilità e tracolli di altri, in un tentativo agguerrito e suicida di guadagnarsi l'onore di questo passaggio con occhi, bocca e cuore che è la vita.
Così come anelavo a prendermi tutto il dolore del padre, così ora giro per il mondo con carta e penna, piccoli spostamenti ma emozioni serie, nessun'avventura da tramandare ma una resistenza alimentata da fantasia, senso del corpo e poca acqua per non crollare.

Per poche ore a casa, ascolto a ripetizione l'unico disco live del trio Beck, Bogert&Appice. Mostruosi. Il basso di Tim Bogert è puro sciamanesimo, per quel che mi riguarda.
Mi telefona Monica e interrompe la magia rock blues del fumigante trio. Monica mi telefona ogni tre anni e ama farmi percepire che c'è una magia tra noi. Non le dico mai che la nostra magia, se mai c'è stata, è stata divorata dai vermi e che io, se non l'avesse capito, tendo ad andare avanti.
Si informa se sono “fidanzato” (definizione purulenta, oscena) o meno, e alla risposta affermativa sembra quasi indignarsi, come a dire che uno come me, cazzo, giammai dovrebbe legarsi: “il tuo cuore è anarchico”.
Ma lei non conosce il mio cuore, né il mio cazzo, e ancor meno la mia anima. Monica si diverte molto sul suo profilo facebook: posta molte foto in cui è scosciata o scollata, così da far apparire duecento commenti (maschili) a volta. Profumiera professionista. Posta immagini di vasche da bagno vuote e annuncia che sta per fare un'immersione nel bagnoschiuma; posta una foto di una tavola imbandita per due e lascia intuire, lascia intuire e incuriosire, e desidera che si sbavi. Nelle sue ragnatele non sono mai caduto, non per virtù quanto per diversità di disperazione e perché non sono nato ieri. Avrei pagato a carissimo prezzo un meeting intimo. Avrei pagato tutto con interessi spropositati.
E questo la fa impazzire, anche se di me non se ne sbatte una sega, anzi, il problema è proprio questo. Il mio essere irriducibile la mette in crisi, ma è chiaro che non saprebbe proprio cosa farsene, in termini di ego più che di piacere, di me e del mio uccello indurito per idrauliche da marionetta. Il fatto che io sia legato la spinge a perlustrare la superficie meno compromettente della mia ambiguità di fondo, ma non trova niente che le possa tornare utile. Non mi risulta difficile immaginarmela che finge un orgasmo per levarsi il maschio illuso dai piedi il più presto possibile. Penso che provi più piacere indagandosi con le dita, da sola, quando è tardi e nessuno può disturbarla con chiamate e messaggi imploranti. Per quanto mi riguarda, posso diventare facilmente un individuo disdicevole, ma almeno non ho due cazzi da slot machine al posto degli occhi e allora fanculo con le sue pose da “Brivido caldo” in salsa regionale.
Chiude la telefonata con un rimprovero generico, “se non ti chiamassi io...”. E infatti. Finalmente lo hai capito. Ma ritenterai la sorte, e continuerà ad andarti male. Tanto non ti piaccio neppure, e il circo di burattini è ai tuoi piedi da molto tempo. In bocca all'avvocato, che credo tu preferisca al lupo, vero?

Faccio un giro con Tocco. Sta sempre a corto di femmine. Sfoggia un paio di lenti con stanghette verde pistacchio e ha lasciato crescere il pizzetto perché crede possa essere sexy. Se venisse ucciso per strada, dal suo corpo fuoriuscirebbe più sperma essiccato che sangue.
Dopo avermi proposto una pizzetta alle nove di mattina, ridicolo criminale, mi informa che a Fuorigrotta ha aperto una casa di appuntamenti molto ben dissimulata, dove “alcune polacche sembra che facciano dei bocchini perfetti”.
Mi dice che per il servizio sul terzo canale il costo è di soli cinquanta euro. Continuo a fumare e non rispondo.
“Fumi troppo”, dice stupidamente, “ma ti può interessare?”
“No, ti ringrazio”
“Sono bone. Mi eccita che non siano italiane”
“No, ti dico”
“Ci speravo”
“Ti sbagliavi”
“Stai diventando finocchio, per caso?”
“No, mormone”
Si zittisce, non capisce. Non pretendevo che capisse, non mi sento in dovere di dare spiegazioni. Stiamo in silenzio per quattro minuti.
Poi Tocco parla all'improvviso: “Che dici, ci vado? Da solo?”
“Come ti senti di fare”
Di certo non gli farò un discorso accorato sull'infamità della prostituzione, sarebbe un parlare al vento e poi non ho di questi intenti didascalici e ricolmi di ipocrisia. Per quanto mi riguarda, può anche cercare di fare un 69 con sua sorella, se consenziente. Non giudico i costumi della gente, men che meno quelli sessuali. Non moralizzo e non me la sento di rompere i coglioni con rigurgiti di perbenismo annaffiato di sperma già versato.
Alla propria coscienza, al momento delle ombre più insistenti, il verdetto. I maestri, i maestri non valgono che uno scrupolo in più, è meglio portarseli a letto che ascoltarli.

LdP, 15 maggio 2014


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