08/05/14

Loin derriére la nuit



La donna che esce sul balcone quattro piani più giù deve aver appena fatto una doccia. Indossa solo un pullover molto lungo fin sul culo e ha i capelli bagnati. Capisco subito che non indossa alcun indumento intimo e che sotto è nuda. Clamorosamente nuda.
Questa certezza mi crea un po' di subbuglio, non so nemmeno come è di faccia, ma la situazione accende un po' di erba maschia, tra le gambe e il cervello. Non mi accorgo più della mia sigaretta e deglutisco per un istante in modo innaturale.
Poi mi raccapezzo. È solo un richiamo animale. E io sono un animale. La tromba di Till Brönner e il sax di Magnus Lindgren, dalla camera, fanno il resto. La mia stupida pelle di predatore va in fiamme e decido di regalarmi un'altra ventata di purgatorio chiuso per ferie, si va dritti all'inferno senza il giro degli alberghi.

In chiesa guardo il prete che guarda a sua volta i suoi fedeli e non incrociamo mai lo sguardo. Il mio giubbotto nero contiene un pezzo di carne calda. Io, nella fattispecie. Carna calda, carne di prosecuzione, qualche volta carne di speranza. La vetrata smerigliata in cima all'altare, un po' blu, mi illanguidisce e contribuisce a farmi sentire uno stronzo casuale. Non conosco la liturgia, la ignoro completamente, non ho mai pregato, non ho mai mosso le mie labbra in una chiesa. Il divino mi terrorizza e mi deforma, mi fa sentire un bastardo macilento, un inutile cospiratore attrezzato contro se stesso. Mentre il prete parla mi sento fuori luogo e come al solito colpevole. Colpevole di una totale mancanza di linearità, colpevole di una violenta assenza di fede con tutte le conseguenze accese in termini di autocoscienza violentata.
Il mio giubbotto nero mi contiene. Sono rispettoso e sono qui per chi valeva, ma quando uscirò tornerò un pezzo di carne disperata a zonzo per la vita. Finito tutto, mi affretto a uscire. Mi sento in un certo senso in imbarazzo. Sento la necessità di avere in tasca solo sigarette, qualche soldo e un ferro. Uno sfaccimma di ferro caldo come le mie smanie.
Dovevo fare lo sbirro. Dovevo fare lo sbirro a modo mio. Avrei certamente pisciato fuori dal vaso e l'avrei pagata. Proprio non riesco a non pisciare fuori dal vaso. Quasi sempre è così. Schizzo ovunque e viaggio sempre in anticipo sui miei gesti, prevedendone il formalismo di sopravvivenza, l'indolenza bonaria, calibrandone la portata tracotante ma sterile.
Fumo fuori la chiesa. Sono un pezzo di carne bollente in un giubbotto nero.
Ciao, ti va di leggere il mio libro?”
Il mio libro. Ma cos'è un libro, per qualificare una persona e la sua anima, la sua forza? Mi ci netto il culo con il mio libro, e con la maggioranza di quelli altrui ci faccio riscaldamento o base di scaracchio.
Luca, ma lo sai che Ennio ha scritto proprio un bel libro?”
Bravo Ennio. Leggitelo tu il libro di Ennio. Portatelo sulla fica, il libro di Ennio, con la sua copertina traslucida e inneggiante al sogno della scrittura, inumidisciti per le parole di Ennio e facci su una fantasia che ti faccia venire e digrignare per il piacere. Ti autorizzo a sentirti un po' mignotta sporca grazie al libro di Ennio e alle sue sciocche parole sul sogno dell'espressione, Ennio è un fallito che aveva bisogno di un po' di gloria e forse, adesso più che mai, della morsa calda della tua fica delusa.
Leggi Ennio e auguri. Leggi Ennio, quello stronzo illuso che crede nella libertà, nella democrazia e nelle fate innamorate. Permetti quindi ad Ennio, te lo chiedo e ti imploro, di masturbarsi dentro di te, di accendere la lucina nella sua cameretta di stelle e di ricordi, così tra quarantuno anni morirà nella nostalgia sonnolenta di essere stato amato.
Io non sono Ennio. E sono qui, fuori ad una chiesa, consapevole di essere così vigliacco da non credere in niente. Così vigliacco da considerare ogni giorno l'ultimo e ogni bacio un testamento. Consapevole di rovistare nelle mie sabbie mobili per trovare delle parole il cui esito m'importa assai poco. Mi piace, forse, questo vento crudele e selvaggio che porta graffi e tramontane dense, questo vento folle e ottuso che mi riporta sulle labbra le inquietudini che pensavo di aver seppellito con qualche gesto simbolico e con l'ossessione delle rivoluzioni.

In treno, la donna obesa si eccita per i due ragazzotti missionari in camicia bianca e pantaloni blu, muscolosi e paesani quanto basta. Rivolge loro delle domande che sono puro pretesto per attaccare bottone, e li squadra vogliosa. Assisto alla scena e sto a rota con il fumo, darei un rene per fumare una sigaretta e sparirmi dentro. I due ragazzotti, che secondo il loro credo non dovrebbero mai aver messo in gioco i loro genitali rigogliosi, ascoltano pazientemente la donna palma nana e rispondono evasivamente.
Tra due stazioni vedrò il mare e starò meglio. Il mare mi darà pace. Ho voglia di Buenos Aires. Ho voglia di sdraiarmi su un mare bianco. Il mio vicino di sedile continua a chattare e ogni tanto mangia delle patatine del cazzo con un efferato entusiasmo.
Che il Signore vi protegga”, si accomiata la donna, che deve scendere. I due ragazzoni con sesso retroflesso ringraziano con poca convinzione.
Intanto, la donna elegante con le scarpe ambra aperte continua a guardarmi. Trovi che abbia un'aria triste? Vuoi divertirti un po' prima di arrivare a casa? No, e neanche io. Se conoscessi il tuo uomo, mi verrebbe certo voglia di metterti una mano tra le cosce. E vorrei essere ricambiato. Anzi, mi piacerebbe toccarti mentre lui fa altro e non si accorge di niente. Queste cose mi eccitano, sai. Sono solo una vecchia zoccola con la barba dipinta, non è vero niente di quello che porto in giro, scrittura compresa. Mi piacciono le cose sporche e proibite, sono un energumeno banalissimo. Mi piace deprezzarmi in attività sessuali sconsigliate.
Se tu fossi proibita, faresti al caso mio. Hai delle belle scarpe da sveltina. Ma dopo le sveltine ci sono quei dieci minuti di voglia di morire che non intendo vivere. Non lavandomi il cazzo e accendendo una sigaretta. Non sperando che mio padre e pochi altri mi proteggano a sufficienza dall'alto. Non guardando le mie foto da bambino per intenerirmi di una fiammata scura che con gli anni ho solo accelerato.
Ecco il mare. Porca puttana, il mare. Il mare nei miei occhi. Ho voglia di mare, di alcol e di errori. Ho voglia di deprezzarmi come mi hanno insegnato a non desiderare. Ho voglia di violentare le piccole e grandi cose di buon gusto e fare la fiammata. Ho voglia di scendere fino a giù senza nessuna protezione.
Bomba a orologeria. Granata senza sicura. Il mare, cazzo. Il mare. Rispetto per il mare e per il creato che gli uomini hanno reso educato, asettico, ipocrita e merdoso.
Scendo alla mia stazione. Copro gli occhi. Mi ricordo tanti anni fa, quel vecchio bavoso che mi offrì cinquantamila lire per prendermi il cazzo in bocca in quel cinema porno del centro.
Quel cinema era peggio di un quadro di Bacon: puzza di seme e sporcizia, coppie di uomini che si prodigavano con la bocca l'un l'altro, una vecchia prostituta della zona che masturbava un ragazzo in ultima fila, muri rossi sbrecciati e umidi, un film tedesco doppiato malissimo.
E quel vecchio che voleva leccarmelo in bagno, peggio di un racconto di Bukowski.
Risposi con un surreale “no, la ringrazio. Buongiorno” e tornai a sedermi in sesta fila. Me ne andai dopo cinque minuti, disgustato, senza neanche toccarmi sopra i pantaloni. Non mi ero nemmeno eccitato per il film, una lunghissima sequenza di bocchini fuori sincrono e doggy fuckin' di grana grossa. Probabilmente, avrei dovuto prendere le cinquantamila lire e spaccare la testa a quel bavoso. Non gli avrei mai neanche fatto sfiorare il mio cazzo, mai e poi mai. In quel periodo avevo un gran bisogno di violenza e di sbagli in serie, ma non caddi nel facile tranello della lite nel cesso di un cinema porno.
Mi masturbai poi a casa, con rabbia feroce, fantasticando sulla colf dei vicini che si ostinava a lavare il terrazzo in gonna corta e mi faceva venire la tachicardia. Avevo una ragazza ma con lei ero dolce e premuroso. Ho sempre separato le cose.
Quando venni, decisi in un attimo che non avrei chiuso il cazzo e mi schizzai addosso. Rovinai una camicia e mi diedi dello stupido.
Sporcarsi, sporcarsi, sporcarsi.

Una giornata spietata viene presa in contropiede dalla luce rosa e nera della sera. Esco sul terrazzo e questa luce mescolata mi afferra, mi stordisce per un attimo: è una luce meraviglia. Per pochi istanti mi sento un idiota a produrre guerre e distacchi in continuazione, mi dico che non ho capito un cazzo e che sputo nel piatto in cui mangio, che dovrei infine vergognarmi.
Ma sono abbastanza esperto di malesseri indominabili da non farmi irretire a lungo da questo svagato affondo di bellezza. Queste sono belle scene, belle scenografie, ma i contenuti non si stravolgono per questo.
A riportarmi tra i drappi tagliati ci pensano un paio di inutili telefonate, in cui vengo informato di fatti e di inclinazioni che non mi interessano, di passatempi che non ho mai condiviso, di quel tran tran dimesso di sopravvivenza che mi fa sempre sperare di mantenere in vita l'oltraggio del gesto irrazionale, del comportamento sconveniente.

E mi ritrovo per l'ennesima volta nella vita in una di quelle cene che io ho battezzato “del silenzio”; perché dopo poche battute so che non avrò più voglia di parlare e che dovrò precipitare in una serie di melensaggini decrittate che faranno precipitare il morale nel culo della noia. I miei compagni di cena, vecchi amici ed amiche con partner al seguito, si barcamenano tra notizie di viaggi, apologie dei loro animali domestici, curiosità micotiche sugli assenti, squallide vanterie sulle attività in corso.
Non ce la faccio proprio più a parlare di cani e gatti per evitare il tema del fallimento, dei buchi neri e di certe nostalgie che sembrano svuotarti testa, cuore e genitali ad ogni passo. Non ce la faccio più nemmeno ad ascoltare degli imbecilli che sono capaci di descriverti come hanno arredato il loro fottuto nido per tre ore di fila. Tu arreda pure, che io preferisco bruciare e mandare fumo nero.
Ho uno stereo bellissimo e potente”. Bravo.
Pensa che quando manco io al lavoro non funziona proprio niente... guarda, è incredibile, ma se non ci sono io...”. Chapeau, applauso.
Quest'estate io e Francesco andiamo in Cappadocia... siamo riusciti a risparmiare sul viaggio perché il nostro amico dell'agenzia...”. Ma che bello, che bello, dai! Andate in Cappadocia e rimaneteci pure.
Ho iniziato un nuovo lavoro. Sto facendo i buchi a terra”
Ah bene, e come lo hai trovato?”, chiedo io.
No, allora... è che Mariella ha sentito Orzo... te lo ricordi Orzo? Ha aperto un'attività e aveva bisogno di una persona, una persona fidata, una persona brava. Come me. E allora Mariella ha poi telefonato a Vittoria che si è mossa... comunque sono molto contento”
Ma certo, complimenti, però insaponami l'uccello prima di parlare. Lavamelo bene, perché ho bisogno di non pensare che per avere un lavoro hai dovuto smuovere almeno cinque individui concatenati tra loro.
Perché altrimenti chi ti si prendeva, frullato d'uomo con le basette troppo lunghe, coraggio: sei solo la goffa controfigura di un coito mal riuscito.
Chiude il bestiario l'incrocio ciarlante tra effeminato ed asceta che invece parla sempre di musica e di concerti. Va a tutti i concerti perché non ha molto da fare e soprattutto non conosce il piacere di una sana e trucida scopata con la compagna che gira in casa con la tuta e non fa mai ombra a santi e crocifissi. Parlano d'arte. Di mostre e di giustizia. Di viaggi meravigliosi e di panorami mozzafiato. Vogliono fare una cooperativa e si atteggiano a persone che hanno capito dove sta il giusto.
In queste condizioni e in questi contesti mi sta più che bene fare la parte scontata dell'angelo nero, che dimostra dieci anni in meno e li sconterà in qualche altro modo.
Con queste premesse, con questo modo di vivere, non posso ritrarre la mano, mi tocca viaggiare in direzione opposta e tollerarne gli effetti.
Proprio non mi coinvolge armonizzarmi. Preferisco gestirmi da solo, essere uno e non collettivo, preferisco rispondere a me stesso che alle logiche di accettazione. Per me è uno sforzo immane sopportare l'insulso movimento di annessione praticato dai deboli. Non reggo e scantono.
D'accordo, sono io il porco. Sono l'uomo/cazzo, va bene. Sono quello che ha mancato le occasioni, pensatela come volete ma levatevi dai piedi che devo respirare.
Non vi voglio al mio funerale, ipocriti, buffoni di corte, mezze tacche, schiavi delle strade illuminate, brandelli di fede andati a male. Non vi voglio al mio funerale e io nel caso mancherò al vostro. La vita può essere anche rifiuto, contrapposizione e distanza. È parte del gioco e non potrete impedire alcunché.
Gran fatica vivere. Grande azzardo, emozionarsi. Si può anche morire per questo.


LdP, 7/8 maggio 2014

Nessun commento:

Posta un commento