12/05/14

La nostalgia dell'acqua


Quando Galatea ed io ci fermammo su quella statale desolata per andare al negozio di marmi, io mi sentivo sereno.
Dei marmi non m'importava niente, ma Galatea sembrava felice e quel che mi bastava era la sensazione di non essere insidiati, minacciati, fraintesi e sospinti male dal mondo esterno.
E così, mentre lei sceglieva statuette io mi sentivo a posto, mi sentivo -strano ma vero- l'uomo giusto al momento giusto, anche se aveva guidato lei perché io non avevo la patente, uomo a metà per molti.
Non ero davvero innamorato di Galatea. Nel senso che mettevo in conto di perderla e non era un colpo allo stomaco. Sapevo che non lo sarebbe stato. Si poteva quasi dire che stessi con lei per prepararmi a perderla.
Ma quella statale, quella mattina, la ricordo, e ricordo anche che avevamo inserito nello stereo una mia compilation con pezzi dai primi sei album dei Chicago, e che lei sembrava, o così mi illudevo, seguire il basso sinuoso di Peter Cetera muovendo la testa.
Le canzoni andavano e io mi accingevo a perdere Galatea scegliendo come partito preso di non oppormi in nessun modo.
I suoi baci ingenui e plateali si sarebbero trasformati in rancido rancore, il suo innamoramento orbo ed appannato in un'ostilità rude mescolata ad un'ostentata indifferenza. Così poi è stato.
La combattiva Galatea con i suoi marmi e le sue sculture. Innamorata dell'idea di un uomo capitato nella sua vita per caso e forse per estenuazione. Innamorata dell'idea e non dell'uomo. Trappola nota.
“Sono bravi, vero?”, mi disse guidando, alludendo ai marmisti.
“Certo”, risposi per inerzia, e guardando fuori, sempre un po' teso perché odio i percorsi in auto, mi domandai quanto mancava alla fine.

Vedo per strada il mio vecchio professore di italiano e latino. In un amen decido di non salutarlo. A scuola andavo di merda e la mia condotta era altamente disdicevole. Qualsiasi regola era per me un pretesto di ribellione, e così diventai un capro espiatorio naturale. Mi piaceva quasi, capitava che di mia volontà mi caricassi anche di colpe non mie. Volevo vedere dove si andava a finire.
Ero stupido e autodistruttivo sul serio, stupido soprattutto perché ero l'unico a pagare per tutti. Decido di non salutare il mio vecchio professore, anche di lui ricordo che mi raccomandò di provarci con la scrittura, che ne valeva la pena. Anni fa pensai di inviargli due mie pubblicazioni, ma chiusi la pratica emotiva con un “ma a che cazzo serve...” che è una delle tipiche risposte che scelgo durante fasi di indecisione.

Ascolto ancora, e forse oggi di più, i Chicago. Un gruppo la cui musica significa molto per me. Sono molto legato ai loro primi dieci dischi, forse è come avrei voluto suonare, forse è l'unica idea di collettivo che riesco ad accettare. Peter Cetera è stato un bassista starordinario, mi fa tristezza intercettarlo sui network americani a cantare sdolcinati duetti con ruspanti vocalist.

Scendo a gettare la spazzatura. Cerco di non guardare negli occhi le persone, perché ho il timore di leggere storie e vite che poi mi verrebbe voglia di raccontare e forse organizzare. Oggi sono in abiti fantasma e mi piacerebbe molto sentirmi innocente e disinnescato. Disinnescato, sì.
Invece ho tutte queste piume e i colori della notte addosso come un tatuaggio e sento chiaramente che la mia presenza è un bisturi, un'intrusione, una potenziale ossessione e probabilmente un errore.
È così pericoloso abbandonarsi, lasciar fluire. Gli uomini non sono acqua, non hanno quella portata, quella forza, quel vestito permanente di sogno e amore immutabile, incorruttibile.
Sono una piattaforma di scorie che cercano di sognare, e provengo da pozzanghere velenose, che hanno deformato il mio sguardo, le mie volontà, spero non la capacità di amare. Di certo quella di essere amato è stata violentata più volte, con il mio sosia che rideva in poltrona, felice del complotto, del sabotaggio, della stupidità.

All'una di notte nell'appartamento di fronte fanno sesso, si scorgono delle ombre nude dietro le tende. Luce rosa, sarà un abat-jour con un foulard sopra. Avranno pure acceso un bastoncino d'incenso e si saranno detti delle cose edificanti, forse sincere. Scruto per qualche secondo, poi distolgo lo sguardo. Lo dirigo verso l'eremo dei Camaldoli che si staglia spettrale nella luce notturna e in quella artificiale delle sue stesse luminarie. Sembra che l'eremo fenda la nebbia e le basse nubi che solo il buio porta con sé, mi fa pensare alla dimora di uno spirito senza pace.
Forse anche io sono senza pace, molto facile, ma io resto acceso solo in assenza di quiete. Mi domina l'investigazione gratuita del tormento, l'ubiquità mancata e puerilmente impraticabile, mi manca atrocemente quel che non riesco ad essere e conquistare. Non riesco a fissare la bellezza, né su carta né nel cuore, e quando il vento mi porta odori finalmente penetranti sono già fuori fuoco e forse sto scrivendo per nostalgia con il binocolo al contrario.
Il mio modo di amare ed appassionarmi è sincero, è radicato alla stessa concretezza dei rischi di alterare la realtà e prosciugarla troppo presto, ma non mi soddisfa mai. Dovrei essere gigantesco e senza paura, per piacermi un po'. Dovrei essere meno debole e mutevole, dovrei rispondere senza le forzature dell'intelligenza ai bisogni dell'altro.
Ma sono imperfetto. Maledettamente imperfetto. È una tortura sperimentata che sopporta poca luce e pochissimi discorsi. È la ninfea malata che il mio petto non espone e che la coscienza minimizza.
Per fortuna, almeno non mi sono mai innamorato dell'idea di me stesso e di quello che avrei potuto compiere per convincermi.

Luca De Pasquale, 12 maggio 2014

Nessun commento:

Posta un commento