29/05/14

La mano del morto


Like a womb, the night was all around.
Steve Kilbey

Ho sognato il diavolo. Di nuovo.
Questa volta mi trovavo in chiesa e lo sentivo attorno. Mi dicevano di accendere una candela e appariva.
Mi sono svegliato di scatto, le coperte erano a terra. Tremavo di freddo. Ci ho messo almeno cinque minuti a capire dove mi trovavo, e soprattutto di non essere davvero in sua compagnia. Era molto realistico.
Erano solo le 4e27 del mattino, mi sono riaddormentato solo un'ora dopo.
Sono rimasto in silenzio nel letto, sentivo solo gli uccelli fuori, qualche eco di automobile, i rumori di un bagno. Avevo voglia di ascoltare Etron Fou Leloublan, Canned Heat e Guru Guru.

Alle sette meno qualche minuto mi sono svegliato: indossavo un pullover scuro e il mio respiro aveva un odore quasi di medicinale. Ho velocemente pensato che non accetterò le malattie e la vecchiaia, che preferirò infinitamente morire. Ho pensato a tutte le energie che si disperdono e le ostinazioni che ci perseguitano. Ho pensato che il nostro culto dei morti ha qualcosa di beffardo e profondamente velleitario. Andiamo a pregare e piangere su terreni malfermi, geometriche disposizioni di pietra, ci arrampichiamo sui fiori del rimorso. Che insulsa ed insopportabile merda.
Mi sono messo in piedi. Un coso in chiaroscuro, per metà estasi fallita e per metà sogni demoniaci.
Ho pensato per l'ennesima volta che ho sbagliato a non entrare in polizia. Mio zio aveva ragione, sono stato un fesso. Sono sbirro dentro. C'è gente che mi ha detto negli anni che la polizia non potrebbe piacermi, perché sono di sinistra. Stronzate. La polizia mi ha sempre affascinato molto e non perché io abbia vissuto le suggestioni del commisario Rex o del tenente Sheridan. Guardo spesso documentari e serie sulla polizia, leggo libri sulla storia della polizia, sono per l'ordine e per una sensata repressione del crimine. Però sono di sinistra, e questo ha creato un numero impressionante di cortocircuitazioni amicali e emotive. Ho smesso da tempo di preoccuparmi di queste puttanate. Capirai che sfizio apparire coerente a chi poi non lo è.

Un tizio mi chiede un euro per un panino. Non gli rispondo.
Una mendicante mi fa una verbosa supplica per un'indimostrabile figlia malata. Non le rispondo.
Una tizia mi chiede spiccioli perché non ha soldi per pagare le bollette.
Bollette? Ma vai a farti fottere.
Forse dovrei farmi una t-shirt con su scritto “Lavoratore in mobilità per questioni di culo sano”, ma qualcuno la troverebbe di cattivo gusto.
Fuori casa trovo una bottiglia di birra vuota e dei fazzolettini di carta sporchi e bagnati. Che civiltà. Mettete un uomo irrequieto in stanze più piccole di trenta metri quadri e vedrete che gli sarà più difficile vivere in società e farsi andare bene le cose.
Facile strologare nelle comodità. Facile essere democratici e permissivi, e anche filo-folkloristici. Se insulto il muro di fronte, l'epiteto mi torna indietro come un elastico chiodato; se vomito l'anima nel cesso mi sentono fuori la porta d'ingresso. Ma abito in una zona affascinante, dove si vive a contatto con la natura: così mi ripetono spesso.
Nel bagno ci sono perdite d'acqua e se mi specchio troppo a lungo mi viene la sindrome del pesce rosso; nella casa precedente mi erano addirittura precluse tutte le posizioni sessuali tranne la più scontata, nel soppalco loculare dove cercavo vanamente di dormire non avrebbe chiavato bene neanche un mini-uomo tascabile. Bene è stato che in quella fase avevo chiuso con le donne e con l'amore in genere.
In compenso chiavavano parecchio i miei vicini, perché il quartiere era foriero di sveltine e scopate alcoliche, e ricordo come un'assurdità che le voci femminili che godevano non mi facevano alcun effetto, interrompevano solo le mie letture disordinate. Probabilmente avrei continuato a leggere anche se mi avessero fatto un pompino augurale.
Fase di merda, quella, fase da post-Marlowe, la ricordo con i brividi. Le cose mi giravano da schifo e non mi chiamava nessuno, con il pretesto di non disturbarmi ed essere “fuori luogo”. Mangiavo delle pizzette fredde verso le 23, accompagnate da una coca temperatura ambiente, ogni tanto postavo sul blog ad ore imprecisate. In quel fottuto locale che avevo sotto i piedi facevano baldoria fino alle quattro, quei bastardi smidollati. Pagavo ben 430 euro al mese per quella ciofeca di posto. Ho resistito solo pochi mesi, sarebbe finita ad omicidio.
Il lavoro era ancora più una merda del solito, si era toccato il fondo come ho più volte scritto. Ogni mattina era diventato un gesto stoico ed inutile vedere certe facce. Ero dimagrito di una decina di chili ed ero irascibile, profondamente irascibile non sulla carta ma nel quotidiano, che è molto più dannoso.
Mi era chiaro, nonostante tutto, che solo una forma di tranquillità reale, pratica, mi avrebbe dato un attimo di tregua. Ebbi almeno la lungimiranza di non attaccare filo con qualche donna; le relazioni non mi interessavano affatto. Ogni tanto mi incuriosivo per qualcuna, ma era come bere olio di ricino, in cuor mio sapevo che non desideravo alcuna chance, anzi pregavo e lavoravo per non averne.
In quel (lungo) periodo ho assistito ad una serie impressionante di contraddizioni umane. Pessimi freaks deflagrati dai bombardamenti di Abn El-Boujad erano però incapaci di mostrarmi un minimo di interesse umano; donne che si dichiaravano innamorate dell'idea di me giocavano alla fisarmonica -e con me non ha mai funzionato- nel terrore di trovarsi invischiate nelle lamentazioni di un uomo qualsiasi. C'erano anche le famose “chiavate in bottiglia”, e cioè quelle fornicazioni sospese nel tempo e nello spazio, che davano alla controparte il pretesto per qualche fumoso scritto notturno di rimpianto futuribile e crocerossismo deteriore. Ma non avevo bisogno di nessuno. Di nessuno. Ogni tanto si risvegliava qualcuno e la buttava sul predicozzo fiduciario: vogliti bene, vogliti bene, non autodistruggerti, guarda agli altri e respira, rinasci, esci e contentati, ricostruisciti secondo manuale, dai più chances alle persone. Quei volenterosi e prolissi farneticatori mi facevano sentire Satana in persona, e tutto sommato lo preferivo.
“Inizia una nuova storia, dai”
Se me lo diceva un uomo, era ovvio che pensassi di scoparmi la sua donna. Se me lo diceva una donna, la scartavo a priori, anche per il futuro anteriore.
“Al lavoro mostrati più docile, ti conviene”
Uhm. Era difficile. Come fai a mostrarti docile in un minestrone di panna scaduta e liquami? È già tutto molle e puzzolente, è solo un casermone del cazzo dove il lavoratore viene trattato come un coglione anche fortunato. Continuavo solo a ripetermi “questa merda non mi tratterrà molto a lungo, a costo di mangiare pulci e materassi”.
E così ho fatto.
E poi c'erano anche i cazzoni che mi parlavano di “storie convenienti”, ovverosia scegliere un partner a seconda del grado di nuova sicurezza che poteva darti, almeno per i primi tempi. Non ho mai guardato a questa roba. Sono un viscido pezzente su altri lati della vita, ma non su questo.
Le notti insonni in quel pisciatoio mi stavano facendo impazzire; avevo litigato un paio di volte con il proprietario del locale, senza miglioramenti. Il proprietario nicchiava ipocritamente. La mattina andavo al lavoro senza aver dormito, ed assistevo alla corsa ad infilare la lingua nell'ano dei responsabili preposti, con la scusa di essere disperati per carichi familiari e altre tragedie inconoscibili.
Qualcuno mi diceva anche “tu andrai subito in cassa integrazione a zero ore, perché non hai figli e sei separato, ma sei un ragazzo intelligente e sei il primo a saperlo”. Ed io ridevo, ridevo di gusto, senza prendermi inutili questioni con chi faceva fatica anche ad argomentare sensatamente per più di tre minuti.
L'ho già scritto, una macchina impazzita di bocche, culi e cazzi, proprio come in un mirabile racconto del vecchio Hank, era all'opera per salvare gli amici, i cortigiani, gli organizzatori di omaggi e i conigli sempre a testa bassa. Conoscevo il mio destino e supplicavo che finisse così, a schifio. Sono molto lieto che quell'esperienza sia finita, tagliata di netto. Sono anche molto lieto che tanti siano usciti dalla mia vita senza un saluto, senza avere i coglioni di parlare chiaro, senza affrontare la cosa, vergognosamente, con un'arrogante sottomissione al dispiacere.
Del resto, io non ero noto per prodigarmi molto nei confronti degli altri, quindi pari e fatta. A me piace la tabula rasa e anche il cupio dissolvi. A me piace sparire e che si sparisca. A me piace chiudere, quasi più di aprire.

La gente si riempie la bocca della parola “amore” e poi sbroda, schizza, lapilli di cibo e foga, ma niente amore. Secondo molti idioti l'amore è dappertutto, in ogni gesto, in ogni essere umano, ma sono cazzate consolatorie che neanche i bambini alle elementari.
Quando l'amore è presente, tutti i meccanismi di difesa si dissolvono in pochi istanti: altrimenti non è amore, è un surrogato, è un obbligo, è una speranza, è il programma di un figlio o di un'apparenza sociale. Non amo le messinscene. A ognuno le sue bieche ed involontarie ridicolaggini.
L'amicizia può essere un whisky quando fa freddo, il cicchetto da selfie, il rincalzo della passione, ma le notti gelide le passerai comunque da solo. E se sei uomo almeno un po' non pregherai Dio che ti restituisca la coerenza di qualcuno.
Ho pregato pochissimo Dio, ho preso le botte come i bambini cattivi, sarà per questo che di notte viene il diavolo. Almeno al piano di sotto non ballano e non sento i vicini fare flessioni sessuali.

LdP, 29 maggio 2014

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