01/05/14

La luce trema


È praticamente impossibile per me scrivere senza fumare. È un gesto automatico ed inevitabile, è parte dell’arredamento della scrittura. Sarà anche oleografico, ma credo che uno scrittore senza sigaretta manchi di qualcosa. Come un uomo che si presentasse ad un colloquio di lavoro con i mocassini, ma senza calzini. Credo di aver reso l’idea.
E poi la sigaretta aiuta anche in situazioni sociali. Aiuta a che non ti si rompano i coglioni. Oggi il fumo non lo tollera più nessuno, così sembra, e allora sei costretto gentilmente ad isolarti per abbandonarti al tuo vizio. Riesci in tal modo ad interrompere oscene conversazioni basate sul bestiario delle banalità di prassi, riesci a scappottarti il verboso ed entusiasta socializzatore del gruppo, che continua a molestare il mondo con la sua visione tondeggiante e calmierante dei rapporti umani. Riesci forse anche a scoraggiare la donna con quattro strati di cerone che ha appena finito di spiegarti quanto faccia male fumare: tu sorridi, sei cordiale, poi ti scusi dicendo che hai bisogno di una bionda. E lei, delusa, impallidita, capisce che tutto il suo accalorarsi è stato inutile.
Penso di essere uno degli ultimi esemplari umani che fuma ancora in casa. Tendo ancora a fottermene che i vestiti emanino il classico tanfo da fumatore, e che buona parte delle persone abbia un conato di ripugnanza quando entra a casa mia. Purtroppo, da quando iniziai a rubare le sigarette a mio padre nel lontanissimo 1985 non ho più smesso, se non un anno nel quale diventai un mezzo armadio bulimico e nevrastenico. Mi è abbastanza chiaro che morirò con una paglia in bocca. Meglio così che implorando la pietà e l’affetto di qualcuno. Del resto, non ho mai smesso di ammettere che i virtuosi mi stanno sul cazzo e non posso arginare quest’insofferenza.
Stamane passano gli innamorati del centro yoga. Si sono conosciuti lì, si sono detti delle cose profonde e hanno affondato mani e cuore nel possibilistico qualunquismo della buona disposizione d’animo, si sono baciati mangiando fieno e fagiolini e ancora non hanno scopato, perché ci tengono alla gradualità della conoscenza. Tra una carotina e l’altra, tra un’indignazione di verde sinistra del pensiero e qualche emozione nell’apprendere che l’altro ha letto gli stessi libri e guardato gli stessi film, si sono uniti spiritualmente. Mi danno l’idea di persone che fanno una questione di principio anche su come pulirsi il culo. E poi fanno rumore a tavola, ne sono certo, si succhiano i denti e ogni tanto parlano di vini. Le persone che mangiano con voracità mi disgustano in un modo difficilmente raccontabile. Quasi mi fanno paura. Nella virulenza con la quale si mangia c’è qualcosa di ossessivo e di esteticamente discutibile.
La gente che mangia molto e forte mi fa pensare quasi esclusivamente alla tazza del cesso e a quel che ne consegue. Io mangio come una cinciallegra, spiluzzico, cerco di contenere l’impeto perché so che mi sentirei di una bruttezza imbarazzante. Ma tutto questo corollario finisce con il riassumersi in una sola orrenda parola: intolleranza. Parola sempre più impopolare e anche fraintesa. È vero, non sono particolarmente tollerante, ma solo verso ciò che trovo volgare e di cattivo gusto. Quasi tutto, quindi.
Anche stamattina il risveglio è stato difficile. Solo dopo due ore mi sono arreso all’idea che anche oggi qualcosa mi sfuggirà e che perderò il controllo su altro, e che invecchierò di un giorno, scegliendo l’opacità del silenzio. Ho provato a fumarci sopra. Niente. Ho guardato la città avvolta dalla foschia del primo mattino. Niente. Ho ascoltato Steve Grossman e gli Oregon. Niente. Mi sono chiesto, in quale luogo riconosceresti subito il mattino? In nessun luogo.
Ho un evidente problema nel riconoscere la mia vita al mattino. È sempre stato così. Tutto sembra un sogno, memoria che si accavalla al destino, ed io sempre su quella strada con i negozi chiusi e i cartelli stradali invertiti. Ogni mattina ho il problema maledetto di dover riconoscere i miei gesti, le mie azioni, i miei pensieri, i miei desideri, la presenza degli altri, ogni mattina concludo, quasi sempre alla quarta sigaretta e al terzo caffè, che non c’è città o casa che tengano, faccio una gran fatica a riconoscermi e riconoscere. E così rubo il tempo alle vite che si guardano subito in faccia, mi accompagno agli sguardi degli altri per evitare il mio, simulo la quiete per stornare l’attenzione dai frantumi e dalla cenere, ed è così che qualche frase prende corpo e arriva anche la punteggiatura. In genere, riesce discretamente. Altre volte lo stridore dei freni è molto peggio dello schianto e buona parte del pubblico stava guardando un altro rally.
Stamattina ripenso a Paul in “Ultimo tango a Parigi”, personaggio che da ragazzo mi conquistò fin quasi a ulcerarmi la fantasia. Immenso Marlon Brando, sperduto tra appartamenti vuoti, ponti e sale da ballo, magnifica la colonna sonora di Gato Barbieri, sassofono lancinante e malinconico quanto serviva e anche di più. Una delle musiche che ho amato e amo di più, e guarda caso anche qui c’è lo zampino –ma ne ero inconsapevole fino a qualche anno fa- di Jean-François Jenny-Clark. Quando le emozioni sono vere i rimandi funzionano e i conti tornano. È rarissimo e quando accade è aria pulita.
Dopo aver visto il film di Bertolucci ho avuto per lungo tempo la sensazione che nessun film mi avrebbe preso più in quel modo. Era il 1988, e sulla mia immaginazione di sedicenne la pellicola ebbe facile presa: non capivo sino in fondo la drammaticità dei fatti, ma l’aria malsana mi seduceva. Avevo già un gran bisogno di non ruotare attorno a punti di riferimento più tradizionali. In seguito “La prima notte di quiete” scalzò il film di Bertolucci dal podio, seguito da “Ormai sono una donna” di Bertrand Blier, nel quale il mio ideale alter ego Patrick Dewaere interpretava un dolente e svagato pianista. La recitazione di Patrick Dewaere è stata uno dei brividi più lunghi di tutta la mia vita, i cui effetti rimangono ancora vividi e fieri. Sentivo una grande familiarità in Patrick Dewaere, lo percepivo come uno scorticato vivo, un ribelle, dotato di una fragile sensibilità che sfociava in smanie autodistruttive. E così fu, considerato che Patrick si sparò in faccia con un fucile, al termine di un viaggio esistenziale sfrenato e sregolato, irriverente e ambiguo. Quando l’irrequietezza domina un uomo è difficile sapere come andrà a finire.
Credo di conoscere questa spada di Damocle, l’impossibilità di fare veri programmi e di immaginarsi pacificati in qualche modo. Alla fine, credo convenga smetterla di rompere il cazzo a se stessi e agli altri e accettare questa “diversa considerazione” della vita e degli eventi. No che non mi metterò a posto. Non io e non la mia coscienza.
La retorica di merda sul “volersi bene” è tipica degli insicuri e dei morti di fame dell’anima. Va bene per libri da ombrellone, per scopate occasionali in cui non farsi riconoscere, va bene per le prime serate di falsi credenti e pittime della bellezza. Quella retorica di merda va bene per spianare la neve di una poco credibile dolce morte, va bene per pranzare in pubblico e per le feste dei bambini. Va bene per cercare di farsi accettare e lacrimare voglia di coccole estese, le coccole della razza umana.
Quella retorica di merda a me non piace. Io posso volermi bene anche se mi lancio in un buio che sembra non possedere fine, fondo e contorni. La vera luce trema. La luce deve tremare. La luce dovrà uccidermi. La luce dovrà uccidermi al buio.

Luca De Pasquale, 1 maggio 2014


A mio padre, buon compleanno.

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